LA REPUBBLICA DELLE MELE MARCE

E’ nella propaganda sulla sicurezza, nel giustificare pestaggi ed assassinii in nome della legittima difesa, nel dare alla polizia una sorta di scudo penale che si producono e riproducono le mele marce. La prova: l’immediata copertura ministeriale dell’omicidio di Rogoredo

E’ nella propaganda sulla sicurezza, nel giustificare pestaggi ed assassinii in nome della legittima difesa, nel dare alla polizia una sorta di scudo penale che si producono e riproducono le mele marce. La prova: l’immediata copertura ministeriale dell’omicidio di Rogoredo

I fatti di Rogoredo, l’omicidio di un uomo di 28 anni da parte dell’agente di polizia Carmelo Cinturrino, ormai si stanno definendo con una chiarezza tale che possono sorprendere solo chi si era inizialmente lanciato nella difesa preventiva del poliziotto che stava compiendo il suo dovere e che per legittima difesa aveva ucciso un pericoloso delinquente.

Infatti la versione immediatamente diffusa della legittima difesa aveva trovato fin da subito sostegno ai più alti livelli istituzionali. I ministri Salvini e Piantedosi, la presidente del Consiglio Meloni, avevano espresso solidarietà all’agente e ribadito la necessità di difendere l’onore delle forze dell’ordine. La vicenda veniva utilizzata anche per ribadire la necessità di dotare le forze di polizia di uno scudo penale per evitare che gli agenti accusati di reati venissero immediatamente iscritti nel registro degli indagati. Un’arma in più per irrobustire il nuovo decreto sicurezza.

Invece dalle testimonianze di quattro agenti presenti sul posto insieme a Cinturrino, che stanno prendendo le distanze dal collega, nel tentativo di attenuare le loro responsabilità per il reato di favoreggiamento, e dai video raccolti dalle telecamere di zona, è emerso che la vittima era disarmata ed è stata colpita mentre tentava di scappare, proprio dopo aver visto un poliziotto che conosceva bene. E lo conosceva perché quel poliziotto ci faceva affari con i pusher che tallonava chiedendo il pizzo. Lo dicono gli atti dell’indagine in corso. Si parla di duecento euro e cinque grammi di cocaina al giorno. Un bel bottino da mettere al servizio della legge. Subito dopo l’omicidio si è attivata la macchina del depistaggio, ritardando la chiamata dei soccorsi di oltre venti minuti, con l’uomo agonizzante per terra, per mandare un agente a recuperare una pistola (giocattolo) per metterla accanto al corpo della vittima con cui poi giustificare la versione della legittima difesa. Una scena del crimine artefatta per farla franca, scaricando tutte le colpe su una persona “immigrata, irregolare, spacciatore”.

Il caso di Rogoredo nella sua evoluzione sta creando non pochi problemi agli esponenti del governo che hanno dovuto correggere il tiro, passando dalla difesa del poliziotto ad oltranza alla classica mela marcia da buttare, che però non inquina un intero corpo dello Stato. Eppure a Rogoredo non si sta delineando solo il profilo di un’attitudine criminale da parte di un singolo poliziotto ma un vero e proprio “sistema Cinturrino”, perché è chiaro che un poliziotto, da solo, non avrebbe la possibilità per anni di applicare sistematicamente metodi di ricatto e di estorsione senza la complicità di colleghi e superiori. E quindi già tanto per cominciare non sarebbe una, ma un intero cesto di mele marce. Quando si accumulano segnali di depistaggi, falsificazioni e coperture, il problema non è più solo chi ha agito, ma chi ha permesso che si agisse e chi ha reso possibile che dopo si costruisse un’altra storia. È in questo intreccio tra abuso e protezione che si delinea una responsabilità che non può essere ridotta a incidente, né dissolta nella retorica dell’errore isolato. È un sistema che sulla delinquenza comune costruisce forme criminali ben più solide e ramificate. E sono forme criminali che soverchiano quelle comuni perché dalla loro parte hanno la forza della legge, dell’autorità e della divisa. Coperture di funzionari statali e politici. Una criminalità di Stato che emerge dietro il paravento della lotta alla criminalità comune.

Ciò che è accaduto a Rogoredo dunque è tutto meno che un caso isolato: depistaggi, alterazioni sulla scena del crimine, falsificazioni di prove, omissioni e ricostruzioni farlocche hanno segnato la storia degli abusi degli uomini in divisa di questo paese, con il sostegno ricevuto dalle istituzioni, a vari livelli, che sono sistematicamente intervenute per definire il perimetro entro cui le indagini potessero muoversi. Queste dinamiche sono ormai note.
Il percorso che ha condotto all’accertamento delle responsabilità dei carabinieri per la morte di Stefano Cucchi è durato 13 anni e si è arrivati alla verità solo grazie alla tenacia della famiglia che ha dovuto rompere un muro di omertà, depistaggi e complicità, perfino tra medici e carabinieri. Analogamente, nel caso di Federico Aldrovandi, le condanne ai 4 poliziotti sono arrivate solo dopo anni di battaglie giudiziarie e civili necessarie a superare una fitta rete di omissioni e depistaggi. Il caso più noto sono i depistaggi che coinvolsero vertici della polizia, ministri dell’allora governo, funzionari di polizia e singoli agenti sulle false prove che dovevano giustificare l’irruzione che i poliziotti fecero nel 2001 nella scuola Diaz per massacrare di botte i manifestanti del G8 e sugli abusi perpetrati nella caserma Bolzaneto qualche giorno dopo. L’elenco andrebbe avanti con le notizie di abusi quotidiani di questi tutori dell’ordine pubblico e della legge nelle carceri, nelle stazioni di polizia, nelle manifestazioni e nei controlli di strada.

Si capisce allora perché lo scudo penale è diventato una necessità per questo governo: l’illegalità dei corpi armati dello Stato è arrivato al punto per cui bisogna difenderli dalla stessa legge. Sarebbe difficile infatti immaginare una confessione più chiara. Lo scudo penale è uno strumento perfetto di coerenza istituzionale per poliziotti e carabinieri dediti all’illegalità e ai depistaggi, protetti dalle autorità e dai vertici politici, spesso proprio nell’ambito di operazioni repressive che essi stessi hanno ordinato.

A.B.

Condividi sui social:

Lascia un commento