FILM LUCE, PROPAGANDA DI REGIME A RETI UNIFICATE

La libertà di parola è sospesa. I fatti di Torino devono essere raccontati come ha deciso il governo e i suoi propagandisti. Guai a chi solleva dubbi. Anche gli oppositori politici si sono subito allineati. Ma il mondo che sta sotto, che vive nelle fabbriche e nelle periferie sa come sono andate veramente le cose, sa da dove viene la violenza vera, quella che funziona per impedire ogni ribellione riuscendoci però sempre meno.

La libertà di parola è sospesa. I fatti di Torino devono essere raccontati come ha deciso il governo e i suoi propagandisti. Guai a chi solleva dubbi. Anche gli oppositori politici si sono subito allineati. Ma il mondo che sta sotto, che vive nelle fabbriche e nelle periferie sa come sono andate veramente le cose, sa da dove viene la violenza vera, quella che funziona per impedire ogni ribellione riuscendoci però sempre meno.

La canea mediatica scatenata dopo gli scontri di Torino era del tutto prevedibile. La strumentalizzazione è stata immediata e scientifica. Il video del poliziotto circondato dai manifestanti è girato a ripetizione con il solo obiettivo di criminalizzare la mobilitazione contro la repressione e la chiusura degli spazi sociali, offuscarne le ragioni, preparare il terreno a nuovi pacchetti sulla sicurezza. Questa è la loro operazione politica. Ma nessuno racconta ciò che è accaduto nei giorni precedenti al corteo.

Il quartiere Vanchiglia, dove si trova lo stabile del centro sociale Askatasuna, è stato letteralmente assediato. Forze di polizia dispiegate ovunque, presidi fissi su strade e incroci, controlli continui, condomini sorvegliati giorno e notte, blindati fermi stabilmente lungo le vie del quartiere, scuole dell’obbligo chiuse. Vanchiglia è stata trasformata in una zona di guerra. Un quartiere completamente militarizzato, e tutto questo non per un’emergenza, ma per sgombrare prima un centro sociale che era diventato un punto di riferimento di tutto il quartiere e, poi, per prepararsi ad un corteo. Un dispositivo repressivo costruito con largo anticipo, pianificato dalla questura e dal ministero dell’interno, con l’unico obiettivo di intimidire, provocare, alzare il livello dello scontro. Già lo sgombero del centro sociale è stato, di per sé, una provocazione politica. Askatasuna aveva intrapreso persino un percorso di legalizzazione, come molti altri centri sociali in Italia.
Tutto ciò che viene dopo non può essere capito se si cancella il clima che ha preceduto la manifestazione. E arriviamo a ciò su cui da giorni insistono di più.
Quel poliziotto che vediamo accerchiato è lì perché ha scelto deliberatamente di staccarsi dal proprio reparto per inseguire alcuni manifestanti con il chiaro intento di pestarli e punirli e non ci riesce solo grazie all’intervento dei loro compagni. Se le cose fossero andate come voleva lui, se quel gruppo fosse stato preso “tranquillamente” a manganellate, non si sarebbe aperto nessun processo pubblico. Nessun titolo, nessuna indignazione, nessuna “violenza contro lo Stato”.
Ma è andata diversamente. I manifestanti hanno sopraffatto l’agente che aveva deciso di inseguirli in solitaria, tale era la foga di “garantire l’ordine pubblico”. E questo nella loro democrazia non è concesso. La verità incontrovertibile che ne deriva è che la violenza è ammessa solo se esercitata dallo Stato, che ne detiene il monopolio. Armi, scudi, camionette, blindati, lacrimogeni, idranti. Uso legittimo della violenza. Chi si oppone, pur con un’evidente sproporzione di mezzi, fa terrorismo. La ribellione non è ammessa. Gli schiavi sono tali perché devono sottomettersi. Vale in piazza, vale nelle fabbriche. È il cuore dell’ordine costituito.
La grancassa mediatica serve esattamente a difendere quest’ordine, a intimidire, a scoraggiare la partecipazione, a impedire che la rabbia si diffonda, isolando e criminalizzando chi si ribella. La pubblica informazione svolge il suo servizio ausiliare al mantenimento dello status quo in modo zelante e servo, mostrando il fotogramma che fa comodo alla narrazione del regime e cancellando tutto il resto. Oscurando sistematicamente i pestaggi, le violenze, gli abusi e i crimini delle forze di polizia, avvenuti a Torino come in tutte le altre occasioni in cui la lotta sociale si dispiega con forza.

Ci sono intellettuali della sinistra borghese, come Marco Revelli, presente alla manifestazione di Torino, che parlano di “assist dei manifestanti” all’inasprimento dei decreti sicurezza. Questo rovesciamento delle responsabilità è davvero infamante.
Revelli – e altri come lui — dovrebbero sapere che proprio in questi giorni tre sindacalisti di Bologna sono stati condannati per aver occupato la tangenziale durante la manifestazione dei metalmeccanici dello scorso 20 giugno. Una condanna resa possibile dall’introduzione di un precedente decreto sicurezza che prevede l’arresto per blocco stradale. Non c’è stato bisogno di attendere alcuno scontro di piazza per introdurre questa tipologia di reato che mira a colpire i manifestanti. E’ un’azione di repressione penale preventiva. Questa è la realtà materiale della repressione dello Stato dei ricchi, dei padroni. Nessun assist, leggi già operative per boicottare e spezzare scioperi e lotte.
Le condizioni sociali di milioni di persone, costrette a vivere ai margini e nella miseria, dentro un sistema fondato sullo sfruttamento, impongono alla classe politica l’adozione preventiva di nuove leggi repressive. Reati costruiti su misura contro le lotte sociali. Pene sempre più dure contro chi si organizza e si ribella.
In una fase di crisi e ristrutturazione capitalistica bisogna spremere ancora di più chi lavora a salario, togliere ogni forma di sussidio a chi non lavora. Bisogna tagliare la spesa sociale, impoverendo ulteriormente chi non ha i mezzi per vivere dignitosamente. Questo è il contesto reale in cui nascono i decreti sicurezza.
Il compito dei governanti è chiaro: produrre leggi e norme che difendano questo assetto sociale che garantisce sempre più ricchezza ai possidenti e garantisce un costante aumento dei profitti alla classe dominante, sulla pelle dei salariati, dei lavoratori poveri e precari, degli immigrati, dei disoccupati. Da questa base della piramide sociale, soprattutto in una fase storica segnata dalla crisi, non arrivano però sempre segnali di una subalternità docile, pacifica, controllata.
Ed è qui che entra in gioco la repressione. La repressione non è un incidente: è un paradigma strutturale della macchina statale. Serve a far capire alle classi subalterne chi ha il potere, chi ha il monopolio della violenza, a ricacciarle dentro il perimetro delle leggi che regolano lo sfruttamento. Che l’inasprimento repressivo produca maggiore resistenza, che una resistenza più organizzata produca nuovi dispositivi repressivi, è parte della dinamica storica del conflitto sociale, tra coercizione e ribellione, tra oppressori e oppressi. Tra padroni e schiavi. La repressione chiama la resistenza; sull’intensità della resistenza si misurano nuove forme di repressione pensate per annientarla. E’ l’andamento di una guerra civile perenne tra classi, a volte latente, a volte apertamente manifesta, ma sempre presente.
Figure come Revelli, e altri intellettuali di sinistra, questa dinamica non la possono accettare. Accettano di buon cuore solo la violenza del più forte, mai la ribellione dei più deboli. Perché sono complici di questo stato di cose presenti. Hanno svolto questa funzione fin dagli anni Settanta, tra gli operai, e continuano a svolgerla ancora oggi.

Del resto tra democratici di sinistra e destre nazionaliste la convergenza è totale quando si tratta di difendere la democrazia dei capitalisti. Meloni ha chiesto alle opposizioni di fare fronte unito sulla sicurezza e sulla difesa delle istituzioni. Schlein e Conte hanno risposto dichiarandosi pronti a sostenere un nuovo decreto sicurezza “per il bene della democrazia”. Abbiamo parlato di fronte unico borghese, da destra a sinistra, quando si concretizza l’interesse comune a schiacciare le opposizioni sociali ed eccone una dimostrazione. Se ne ricordino gli operai, che spesso si illudono di trovare solidarietà e appoggi, o perfino rappresentanza politica, nelle organizzazioni che nascono in seno all’arco politico delle classi borghesi. Loro sono questi. Tutti schierati dalla stessa parte nella difesa del potere delle classi dominanti.
Fingono di sostenere le rivolte quando scoppiano altrove, mai per appoggiare davvero gli interessi delle classi subalterne, ma solo per convenienza politica, dentro gli equilibri e le alleanze transnazionali che li riguardano. Per Meloni, le rivolte del popolo iraniano, anche dure e violente, diventano improvvisamente legittime e giuste, in funzione della complicità con l’amministrazione Trump. Per i democratici di sinistra, invece, erano da sostenere le rivolte di Minneapolis, purché servissero a indebolire Trump.
Tutti pronti a dichiararsi ipocritamente a favore delle rivolte lontane e a gridare al terrorismo quando qualcuno prova ad alzare la testa qui. Questa è la coerenza e la credibilità della classe politica che tutela gli interessi della borghesia nazionale. Da destra a sinistra, un solo fronte. Un solo nemico da reprimere: chi si ribella al loro potere.
A. B.

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