Nessun picchetto, nessun varco bloccato, nessuna portineria chiusa, nessuna discussione con gli operai per spingerli a scioperare. Alla fine lo sciopero indetto dai sindacati si è rivelato per quello che era, un tardivo sciopero di circostanza per salvarsi la faccia
La vita di un operaio morto in fabbrica vale molto di più di un semplice sciopero indetto da questi sindacati. Ma poi quello sciopero, se è addirittura disorganizzato e rimane abbandonato alla decisione spontaneistica di ciascun operaio e, quindi, sostanzialmente fallisce, diventa un autentico affronto alla memoria dell’operaio. Questo è ciò che è accaduto nello stabilimento siderurgico di Taranto di Acciaierie d’Italia, dopo la morte, il 12 gennaio, di Claudio Salamida, operaio metalmeccanico in servizio all’Acciaieria 2 dello stabilimento ex Ilva di Taranto, precipitato dal quinto al quarto piano dell’impianto.
Le organizzazioni sindacali Fiom, Fim e Uilm avevano dichiarato 24 ore di sciopero “a partire da subito da svolgersi in tutti i siti del gruppo con articolazioni territoriali”. Anche l’Usb, subito dopo, aveva indetto uno sciopero di 24 ore. Ma che sciopero è stato a Taranto, nella fabbrica teatro dell’incidente mortale? Degli operai, chi ha voluto aderire ha aderito, chi ha voluto entrare è entrato! Nessun picchetto, nessun varco bloccato, nessuna portineria chiusa, nessuna discussione con gli operai per spingerli a scioperare, nessun incitamento a partecipare allo sciopero. Alla fine lo sciopero indetto dalle organizzazioni sindacali si è rivelato per quello che era, un tardivo sciopero di circostanza, fatto apposta per salvarsi la faccia e per far intendere agli operai che “stiamo qua con voi” e “qualcosa abbiamo fatto”. Utile insomma, al momento opportuno, come moneta di scambio per chiedere il rinnovo della tessera sindacale! Se hanno indetto uno sciopero tardivo e disorganizzato, persino dopo la morte di un operaio, figuriamoci se questi sindacati hanno mai chiamato gli operai a qualche forma di lotta per affermare il diritto alla sicurezza in fabbrica! Anche se è chiaro a tutti che a Taranto gli ambienti e le condizioni di lavoro sono tremendamente rischiosi. La moglie di Salamida ha ricordato, alla Gazzetta del Mezzogiorno, che il marito ripeteva spesso che aveva paura di andare a lavorare: “Un giorno o l’altro mi succede qualcosa. Io non so se torno”!
Ma all’ex Ilva di Taranto non poteva essere altrimenti. In quella fabbrica esiste una lunga tradizione di morti reali di operai e di scioperi fantasma. Solo per citare un esempio, gli operai più anziani ricordano ancora quando, anni fa, un sera tardi, al cambio turno delle 23, appena sparsa la notizia della morte di un giovane operaio, l’attuale segretario nazionale della Uilm, Rocco Palombella, allora sindacalista in fabbrica, cincischiava davanti ai cancelli, dapprima tentennando sulla decisione di organizzare subito uno sciopero con il blocco delle portinerie, reclamato dagli stessi operai, e dopo rimandandola al giorno successivo, quando infine lo sciopero non venne indetto.
Contro il tardivo e fallito sciopero di circostanza indetto per la morte di Salamida si sono però levate le voci di semplici operai davanti ai cancelli della fabbrica. “Se gli scioperi si devono fare, bisogna fare in modo che nessuno entri in fabbrica, ma proprio nessuno!” Un operaio anziano: “Viviamo oggi gli stessi problemi di quando l’Ilva produceva a tutto spiano. Qua si è pensato solo ed esclusivamente alla produzione, la sicurezza è stata sempre in secondo piano. Anche senza i dispositivi di protezione, l’importante è sempre stato produrre. I sindacalisti non hanno mai preso le nostre parti, hanno pensato sempre e solo alla loro sistemazione”.
E un altro operaio chiede: “A che cosa servono 24 ore di sciopero dopo l’incidente mortale? A che serve che lo Spesal si precipiti subito dopo le disgrazie? I controlli vanno fatti a sorpresa quando nessuno se li aspetta, per controllare lo stato dei luoghi di lavoro e la sicurezza in generale”. E ancora: “I responsabili non verranno mai fuori, diranno che Salamida è andato là dove è morto di sua spontanea volontà. Sicuramente qualcuno l’avrà mandato…”. Ma un altro operaio tira le fila su dirigenti della fabbrica e sindacalisti: “Se non parte da noi operai ciò che occorre fare, andranno avanti sempre così, non gli importa nulla di noi, siamo solo numeri”.
L.R.