Manovra 2026. Si sono scontrati fino all’ultimo minuto per dividersi il bottino, alla fine hanno trovato l’accordo sui premi di fedeltà per padroni grandi e piccoli, bottegai e immobiliaristi. Alle classi povere un polverone di chiacchiere e le poche briciole già rimangiate dagli aumenti di fine anno.
La manovra, nelle dichiarazioni della Meloni, è a sostegno delle famiglie, dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. Questo disco rotto lo sentiamo da mesi. Il solito ritornello per convincere operai, lavoratori e fasce deboli che il governo li protegge e sostiene, ma i fatti valgono più di tante chiacchiere. Nella passata manovra si parlava di aiutare le fasce deboli e si ottenne una bella sforbiciata al reddito di cittadinanza, pochi milioni di euro sottratti a indigenti con la scusa che non si poteva tollerare assistenzialismo e parassitismo, mentre alle partite iva con redditi alti, come commercianti e professionisti, attraverso il regime forfettario veniva data una scappatoia legale per eludere l’imposizione, cosa tanto gradita che è stata prorogata anche al 2026. Nel 2024 con il D.L. n 13, come se non bastasse, è stato introdotto il concordato preventivo, una misura fiscale per imprese e partite iva che hanno potuto concordare con l’agenzia delle entrate la base imponibile del biennio 2024/2025, riproposto poi per il biennio 2025/26, ottenendo delle sontuose agevolazioni che hanno permesso a chi ha aderito di evadere legalmente migliaia di euro in nome della cosiddetta pace fiscale, il tutto mentre si inorridiva davanti al salario minimo.
Facciamo un esempio. Un soggetto che non ha aderito al CPB (concordato preventivo biennale) 2025-2026 deve pagare su un reddito complessivo dei due anni di euro 2.750.000, con Ires al 24%, 660.000 euro. Se accetta il CPB, 576.200, con un risparmio di euro 83.800. Come si vede un affarone per Imprese e partite Iva a reddito alto.
La manovra per il 2026 per i redditi bassi prevede poco o niente.
Per i pensionati, l’adeguamento automatico all’inflazione, privo, per scelta del governo, di un corrispondente adeguamento delle imposte sul reddito, si trasforma in un infernale meccanismo che spesso finisce col ridurre la stessa pensione netta intascata.
La riduzione dell’aliquota IRPEF dal 35% al 33% nella soglia compresa fra i 28.000 euro e i 50.000 euro, che dovrebbe essere la misura per i redditi medi, è un’altra presa per i fondelli, un insignificante aumento soprattutto per i redditi intorno ai 30.000 euro. Un operaio con reddito compreso tra 28.000-30.000 euro, senza cassa integrazione, siccome le tasse che deve pagare non tengono conto dell’inflazione, nonostante la riduzione dell’Irpef e la flat-tax del 5% sugli aumenti contrattuali, si trova con meno soldi netti da spendere, e vivere diventa sempre più difficile. La detassazione di lavoro notturno, festivo e straordinario è l’ennesima riconferma, del principio che il salario base non va aumentato e che solo se ti sottometti, chini il capo e lavori di più, come se non esistesse una vita lontana dal posto di lavoro, il sistema ti premia con qualche briciola. L’accanimento contro i salariati, sottopagati e poveri è una pratica costante per Meloni & c. Da un lato si riducono le risorse per il sostentamento, dall’altra si polverizzano i diritti più elementari (vedi il colpo di mano tentato, ma non riuscito all’ultimo momento, di cancellare per i lavoratori in appalto l’ottenimento degli arretrati anche se un giudice stabilisce che ne ha diritto perché lo stipendio è troppo basso e viola l’articolo 36 della Costituzione). Ma per proprietari immobiliari e banche si fa battaglia in Parlamento. Il diktat è salvaguardare gli interessi delle classi sociali che si rappresenta: si riduce la cedolare per gli interessi di piccoli e grandi proprietari di immobili; per le banche l’imposta sugli extraprofitti viene sostituita formalmente da una “tassa volontaria” sugli utili precedentemente accantonati.
La manovra è il modo per alimentare e sostenere le imprese e quelli che vivono bene sul lavoro degli altri. Per tenere buoni i poveri e gli schiavi salariati si spendono solo le briciole. L’Istat parla di 2,2 milioni di famiglie in condizione di povertà assoluta ossia quasi 5,8 milioni di persone, dati in aumento rispetto al 2023 che riguarda sia famiglie extra-comunitarie che italiane. I poveri li ritroviamo non solo tra le famiglie disoccupate o con lavori precari e part time ma anche dove è presente un contratto a tempo indeterminato full time.
Questo è un sistema sociale che ormai destina risorse limitate per far fronte a presidi ospedalieri insufficienti, sovraffollati e in perenne sottorganico, a liste d’attesa epocali per indagini, cure e ricoveri, a un sistema dell’istruzione insoddisfacente con scuole cadenti e lavoratori precari e a un sistema pensionistico che riproduce povertà e miseria con pensioni sociali bassissime, che per il prossimo triennio saranno gratificate con un sostanzioso aumento di 2 euro, e un limite della vita lavorativa spostata sempre più in avanti.
Ai già ricchi va la fetta più sostanziosa. 11 miliardi su un complessivo di 22 miliardi, nella manovra sono destinati, attraverso diversi provvedimenti, alle imprese: super ammortamento, rifinanziamento crediti d’Imposta, potenziamento per la ZES (Zone Economiche Speciali) e la Nuova Sabatini per investimenti, congelamento imposte, rinvio di Plastic Tax e Sugar Tax fino al 31/12/2026, oltre a quanto viene destinato alle stesse al di fuori della manovra o con i fondi del PNRR.
La Meloni rappresenta gli interessi della borghesia e delle altre classi superiori e la manovra fiscale serve proprio a destinare fondi a queste classi e a tenere bassa la pressione fiscale nei loro confronti. Per tutti gli altri, poveri, pensionati, disoccupati, chi ha un lavoro precario, gli operai e chi arranca per arrivare a fine mese la manovra ha un solo scopo: mantenere il controllo sociale con il minimo delle risorse.
S. C.