Per quali ragioni non si è avuto un movimento di protesta per l’Ucraina come quello contro l’aggressione israeliana a Gaza? Forse l’imperialismo di Putin è più giustificabile? CONTRO OGNI IMPERIALISMO, CONTRO OGNI GUERRA IMPERIALISTA
Ayman Mohammed Hamdan Abu Lubda era un neonato palestinese di pochi mesi morto in un attacco di aerei delle forze di occupazione israeliane della Striscia di Gaza che hanno preso di mira la casa della sua famiglia nel governatorato di Rafah senza preavviso. Hind Rami Iyad Rajab era una bambina palestinese di 5 anni, uccisa volontariamente da un carro armato dell’esercito israeliano durante l’invasione di Gaza insieme con altri sei membri della sua famiglia e due paramedici accorsi in suo aiuto. Yaqeen Hammad era una ragazzina di 11 anni, morta in un raid dell’esercito israeliano a Deir el Balah, nel centro di Gaza, allungando una lista di bambini palestinesi uccisi lunga migliaia di nomi.
Serhii Podlianov era un neonato ucraino rimasto ucciso appena due giorni dopo essere nato, quando un missile russo ha colpito il reparto maternità della città di Vilniansk, nella regione di Zaporizhzhia. Liza Dmytriieva, bambina ucraina di 4 anni, è stata colpita da un attacco aereo russo sulla città di Vinnytsia che ha causato la morte di 28 persone, tra cui lei e altri due bambini. Rostyslav Pichkur, ragazzino di 13 anni, è stato ucciso nel villaggio di Buzova, nella regione di Kiev, quando il veicolo su cui la sua famiglia stava cercando di lasciare la zona è stato colpito dal fuoco volontario dei carri armati russi, allungando una lista di bambini ucraini uccisi lunga migliaia di nomi.
Per Ayman, Hind Rami, Yaqeen e altri mille e mille e mille ancora bambini palestinesi uccisi nella Striscia di Gaza, decine di migliaia di persone in Italia (e altrove) sono scese sdegnate in piazza a protestare come forse non avevano mai fatto nella loro vita, al grido “Palestina libera”, e molti non hanno avuto timore di scontrarsi e resistere alle forze di polizia per rimarcare l’indignazione contro il genocidio compiuto dal governo Netanyahu e dalle forze armate israeliane.
Per Serhii, Liza e Rostyslav e altri mille e mille e mille ancora bambini ucraini uccisi nelle città e nei villaggi dell’Ucraina e per gli oltre 20.000 bambini deportati in Russia quasi nessuno in Italia (così come altrove) è sceso in piazza per protestare, al grido “Ucraina libera”, contro il massacro perpetrato dal governo Putin e dalle forze armate russe.
Il genocidio che si sta consumando a Gaza, con decine di migliaia di civili palestinesi uccisi, intere famiglie cancellate, oltre 50mila bambini morti o feriti, in un’operazione di distruzione e deumanizzazione che ha suscitato l’indignazione internazionale, è l’esito di un’invasione che ha violato i legittimi confini della Striscia di Gaza e i cui effetti sono l’annessione di parte della Striscia, il pieno controllo su quella restante e la collaterale occupazione di una porzione sempre più estesa della Cisgiordania. La carneficina quotidiana di civili nelle città e nelle campagne ucraine è il risultato di un’invasione con la quale Putin e i suoi sodali, violando i legittimi confini dello Stato sovrano ucraino, prima ambivano all’occupazione e al soggiogamento dell’intero paese e all’insediamento di un governo fantoccio amico di Mosca, e adesso, non essendo riusciti in quell’intento, stanno puntando all’annessione della maggior parte possibile di territorio ucraino e alla distruzione massima di quella restante. Eppure chi è sceso in piazza contro l’occupazione e l’annessione di Gaza non ha sentito il dovere di fare altrettanto contro l’occupazione e l’annessione del territorio ucraino.
Come mai si è verificata questa abissale differenza di comportamento? Se la guerra scatenata da Israele è stata immediatamente percepita come ingiusta (tranne da coloro che l’hanno reputata comprensibile e solo un tantino sproporzionata!), quella voluta dalla Russia contro l’Ucraina nella semplificazione mediata da numerosi politici, giornalisti e opinionisti di varia estrazione è stata spacciata come inevitabile e giusta. In breve, secondo questi soloni della “critica politica” italiana, da un lato l’Ucraina, manovrata dalle potenze occidentali, la guerra se l’è andata a cercare sia perché ha ambito a entrare nella Nato, dando così fastidio alla vicina Russia, sia perché ha attuato una repressione verso la popolazione russa e russofona delle regioni orientali del Donbass, e dall’altro lato la Russia sta semplicemente difendendo il proprio paese dalle mire espansionistiche della Nato e i propri connazionali dalla politica repressiva dell’Ucraina.
Un branco multiforme di parolai, che spaziano dai leghisti di Salvini, ai “sinistri” del “Fatto quotidiano”, ai professori alla Orsini e a tanti altri personaggi ambigui (quanti di essi sono a libro paga della Russia?), si è impossessato dell’opinione pubblica italiana dando fiato alle “ragioni profonde” addotte da Putin per giustificare la cosiddetta operazione militare in Ucraina e sminuendo, persino disprezzando e svilendo, la resistenza ucraina, negando di fatto il diritto del popolo ucraino all’autodeterminazione. E ha operato in questa direzione facendo leva su due bandiere ideologiche che nascondono gli interessi materiali in campo. Da un lato su un presunto sentimento nazista collettivo del popolo ucraino (che nazisti ce ne siano, come in Italia e altrove, è certo, ma che tutto il popolo ucraino sia nazista è una barzelletta! E poi non è forse nei fatti nazista chi invade proditoriamente un paese altrui?). Dall’altro sulla presenza diffusa in Russia e nella sua storia di sentimenti di libertà e pace che erano propri dell’Unione sovietica autenticamente socialista, ma che sono stati rinnegati e abbandonati da decenni, prima dal socialimperialismo sovietico e dopo dai nuovi zar russi, sentimenti dei quali tuttavia il presidente russo Putin ogni tanto si appropria (come nell’anniversario della vittoria dell’Urss sul nazifascismo) per dare lustro alla propaganda imperialista russa.
Che la Nato, nello scontro fra imperialismi americano ed europeo da un lato e russo dall’altro, abbia voluto allargare i propri confini è vero, ma nessun esercito ucraino o guidato da ufficiali della Nato ha invaso la Russia, mentre l’esercito russo dal 2014 ha occupato la Crimea e parte dell’Ucraina orientale; le “ragioni profonde” addotte da Putin consistevano nell’impedire l’adesione dell’Ucraina alla Nato e all’Unione europea e ridurla a uno stato amico “cuscinetto” ai propri confini, come la Bielorussia, operazione tipica delle politiche espansive delle potenze imperialistiche. Che le popolazioni russe e russofone del Donbass non godessero di pieni diritti è pure vero, ma per reclamarli e ottenerli non avevano mai chiesto spontaneamente l’appoggio politico e l’aiuto militare della Russia (che invece ad arte ha soffiato sul fuoco), tanto è vero che solo una sparutissima minoranza di abitanti di quelle aree ha sostenuto gli invasori russi.
Le giustificazioni della guerra contro il popolo ucraino – riprendendo di fatto le parole di Putin, il quale il 24 febbraio 2022 giustificò l’invasione dell’Ucraina con l’obbligo morale di proteggere le popolazioni russe e russofone del Donbass, a suo dire vittime di “genocidio”, – hanno legittimato l’aggressione russa e delegittimato la resistenza ucraina. Perciò non hanno sollecitato a scendere in piazza per manifestare contro la guerra russa di occupazione. Ma, attenzione, chi legittima l’invasione russa fa ricordare coloro che legittimarono l’invasione nazista dei Sudeti, camuffata da Hitler come necessaria per difendere i tedeschi a suo dire oppressi in quel territorio e diventata avamposto del programma imperialistico nazista verso l’Europa orientale e l’Unione sovietica in particolare. E chi oggi considera inutile e con fastidio la resistenza ucraina, e di fatto la delegittima, ricorda coloro (disfattisti, repubblichini, ecc.) i quali dopo l’8 settembre del 1943 sostenevano che l’Italia, firmando l’armistizio e abbandonando l’alleato nazista, l’occupazione tedesca se l’era andata a cercare, per cui occorreva o cedere le armi e accettarla supinamente o continuare a fare la guerra al fianco della Germania, così screditando e ostacolando la resistenza al nazifascismo.
Sotto la spinta di questo ampio fronte giustificazionista, a tratti persino smaccatamente filoimperialista russo, il movimento di opposizione all’aggressione della Russia, che pure nei primi mesi dell’invasione aveva dato segni di vitalità, si è fermato ed è rifluito. Neppure lo slancio umanitario, dopo i primi tempi, ha avuto più presa, anzi è stato sostituito da una sensazione diffusa di seccatura e disagio per gli sfollati ucraini che avevano raggiunto l’Italia. Questo fronte ha contribuito non solo a soffocare il movimento di opposizione alla guerra in Italia ma anche a indebolire, indirettamente, la resistenza ucraina. La sua pretesa di combattere l’imperialismo americano e l’imperialismo europeo, appoggiandosi di fatto a quello russo, non ha reso un buon servizio né alla resistenza ucraina né alla lotta in Italia contro la guerra.
Un reale movimento contro le basi economiche di ogni guerra imperialista – che è l’ampliamento delle sfere di influenza, il soggiogamento di interi popoli, l’annessione di nuovi territori e l’impadronirsi delle loro materie prime – non può prescindere da una critica puntuale di tali “ragioni profonde” e da una opposizione radicale in piazza a esse. Nella situazione contingente attuale tanto contro la guerra scatenata dalla Russia in Ucraina quanto contro la guerra portata da Israele nella Striscia di Gaza.
L.R.