UN ABBRACCIO MORTALE

Cassino, per chiedere il rilancio dello stabilimento Stellantis c’erano tutti, i manager industriali che lo hanno demolito nel tempo, i loro complici politici, sindacalisti che hanno sottoscritto ogni accordo al ribasso ed in fondo gli operai che ancora vanno al loro seguito. Se non si rompe con questo andazzo gli operai non hanno futuro.

Cassino, per chiedere il rilancio dello stabilimento Stellantis c’erano tutti, i manager industriali che lo hanno demolito nel tempo, i loro complici politici, sindacalisti che hanno sottoscritto ogni accordo al ribasso ed in fondo gli operai che ancora vanno al loro seguito. Se non si rompe con questo andazzo gli operai non hanno futuro.

C’erano proprio tutti a Cassino venerdì 20 marzo scorso alla manifestazione indetta dai sindacati per chiedere il rilancio dello stabilimento Stellantis . I sindaci con le fasce tricolori ad aprire il corteo, gli esponenti di partito, i rappresentanti istituzionali della Regione Lazio, i capi sindacali, gli impiegati, i manager e gli indusriali. Poi c’erano anche gli operai, sì. Sepolti dalle bandiere delle varie organizzazioni, dai selfie dei sindaci, dalle dichiarazioni dei politici, dagli interessi di chi li ha portati nella situazione in cui si trovano esattamente ora. Basterebbe guardare le foto della manifestazione per capire come da quell’impasto di sigle, slogan e sorrisi gli operai ne escano completamente annullati. E non a caso gli interessi di chi ha convocato la piazza convergono precisamente in questa direzione. Politica e sindacato collaborano per tenere sotto traccia le istanze operaie, che, del resto, difficilmente avrebbero trovato espressione, data la lunga e stratificata passività di una comunità che negli anni ha assistito inerme alla progressiva riduzione dell’organico, alla subordinazione ai continui annunci e alle puntuali smentite dei piani industriali, nonché al ricatto sistematico della cassa integrazione applicata in modo selettivo e discriminatorio, senza mai opporre una resistenza realmente efficace.
Si alimenta così una spirale perversa, nella quale la passività operaia e l’asservimento delle organizzazioni sindacali si alimentano reciprocamente. Operai indeboliti che delegano e si fanno precedere da sindacati compromessi, e questi che a loro volta trascinano sempre più in basso gli operai, esponendoli agli esiti inevitabili di percorsi inconcludenti: con rivendicazioni inutili, estranee ai loro interessi reali, e sinergie con apparati politici e industriali che sono, in ultima istanza, i diretti responsabili della condizione in cui versano, segnata dallo sfruttamento ai limiti della sopportazione e da salari miseri quando il lavoro c’è, dall’espulsione rapida e senza mediazioni quando il ciclo ordinario dello sfruttamento si esaurisce e il padrone decide di andare altrove a ingrossare i suoi profitti.
«Ci siamo perché si tratta di una manifestazione di proposta» dice il presidente di Unindustria Vittorio Celletti presente alla manifestazione insieme ad altri imprenditori dell’indotto automobilistico, a Federlazio e Confimprese Italia. E certo, bisognerebbe rispondere. Perché se fosse stata una manifestazione di lotta, gli operai avrebbero dovuto iniziare a regolare i conti anzitutto con loro. Invece trattandosi di una pagliacciata, che solo degli operai rassegnati e incapaci di reagire possono permettere si svolga in loro nome, organizzata da sindacati collusi, gli industriali trovano perfino il modo di prendere parola, di parlare alla stampa nel bel mezzo del corteo, di fare proclami, di dire che sono lì per la salvaguardia del territorio, dei posti di lavoro, delle fabbriche. Potrebbero mettersi anche sulla catena di montaggio, già che si trovano a sostituirsi così bene agli operai.
I politici regionali e locali erano invece lì a rivendicare che il territorio di Cassino non è secondo a nessuno. Tradotto: reclamano un peso maggiore nella distribuzione dei finanziamenti statali gestiti da Invitalia, che a loro dire starebbero premiando altri territori, in particolare Abruzzo e Campania, escludendo Cassino dalle cosiddette zone economiche speciali (ZES). E gli operai dietro questi arruffoni, trascinati in una guerra tra poveri, tra territori marginali messi in competizione per accaparrarsi risorse sottratte gli uni agli altri, che poi finiscono, come sempre, nelle casse dei soliti gruppi industriali e dei loro amministratori compiacenti. Guardiamo cosa è accaduto in Campania con il caso Whirlpool: a sei anni dalla chiusura dello stabilimento, nonostante l’intervento di un piano governativo straordinario e l’introduzione della ZES, ciò che resta è una fabbrica smantellata e un vuoto produttivo che non è mai stato colmato. Per gli operai, nulla di concreto: solo il susseguirsi di annunci, promesse di investimenti e ipotesi di ricollocazione rimaste tali.
“Il problema non sono i lavoratori – ha detto Palombella, segretario generale della UILM – che in questi anni hanno accettato cambiamenti, sacrifici e una trasformazione produttiva verso l’alta gamma. Il problema sono le scelte industriali sbagliate. Non ci sono certezze, quello che avevano detto nel piano Italia si è dimostrato non realizzabile.” Anche qui, verrebbe da chiedere a Palombella quale sindacato ritenga di rappresentare. Forse uno di quelli che, a ogni nuovo piano industriale, si affrettava ad applaudire il padrone per la lungimiranza delle sue strategie? Uno di quelli che per anni ha chiesto agli operai di stringere i denti, promettendo che i sacrifici sarebbero stati temporanei e che il prossimo piano avrebbe finalmente invertito la rotta? Uno di quelli che entra in fabbrica per spiegare che la discriminazione nella cassa integrazione è un dettaglio trascurabile, che le trasferte sottopagate sono un passaggio necessario, che salari insufficienti a vivere non costituiscono una priorità, che l’assenza di premi di produttività è secondaria, purché si continui ad attendere fiduciosi l’ennesimo piano industriale? No, caro Palombella, il problema riguarda anche quelli che tu chiami lavoratori, gli operai, nella misura in cui continuano a seguirvi. Il problema sono gli operai che non hanno ancora maturato che è necessario che vi leviate di torno, che bisogna agire in proprio anzitutto nella difesa dei propri interessi economici, spazzando via sigle e siglette sindacali che servono solo a dividerli, a non farli ragionare con la loro testa, a tenerli lontani dai reali obiettivi da raggiungere, soprattutto a tenerli lontani da una vera forma di organizzazione del conflitto di classe, sia sindacale che politica. Il problema degli operai crea la grande fortuna di tanti sindacalisti inutili presenti a Cassino, la fortuna che con una classe operaia così riescono ancora a fare i rappresentanti sindacali. Il problema reale per gli operai è che stavano con loro in piazza. E finché si costruiranno questi finti campi di battaglia per gli operai non cambierà niente.
A Cassino in tre mesi gli operai hanno messo insieme 16 giornate lavorative, 4 a gennaio, 6 a febbraio, 6 a marzo. Negli anni gli operai sono stati praticamente dimezzati, scendendo da 4.300 a poco più di 2.000. Di questi, circa 600 sono in contratto di solidarietà, mentre gli altri 1.400 alternano periodi di lavoro a periodi di cassa integrazione, e sempre in modo discriminatorio. Si lavora su un unico turno dalle 6 alle 14, perché fa comodo al padrone spremere alcuni sulle linee, tenendo gli altri in cassa. La produzione giornaliera è di 170 vetture su tre modelli, Alfa Romeo Giulia, Stelvio e Maserati Grecale. In fabbrica è passato di tutto. Ogni condizione voluta dal padrone per aumentare i profitti e ridurre il costo del lavoro. È passato di tutto in questi anni anche grazie alla complicità di chi ha messo insieme in corteo, non a caso, operai, politici e industriali per farli marciare sottobraccio, illudendo gli operai che si è tutti dalla stessa parte, difendendo gli stessi interessi. Mentre i sindacati aspettano il prossimo piano industriale del 21 maggio che il nuovo CEO Stellantis, Antonio Filosa, gli comunicherà direttamente dagli uffici delle colline di Auburn, nel Michigan, Stati Uniti, gli operai di Cassino devono capire che il prossimo passo potrebbe essere la chiusura dello stabilimento, i licenziamenti, come quelli che già sono arrivati nell’indotto tra gli operai di Teknoservice, Logitech e Trasnova, come quelli dell’indotto di Melfi e Pomigliano. Con queste manovre per il padrone sarà più facile colpirli. Se restano disorganizzati, pavidi e passivi, al traino di queste organizzazioni sindacali, se pensano ancora di delegare chi non può rappresentare i loro interessi, e di starsene a braccetto con i politici, intrattenendosi ai loro tavoli, non ci sarà futuro per loro.
A. B.

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