L’antico e sempre nuovo problema del patriarcato assunto e rigenerato nel capitalismo. L’antico e sempre nuovo ruolo delle donne nella lotta al capitalismo più sviluppato e nei paesi oppressi dall’imperialismo mondiale
“La storia ci insegna che ogni classe oppressa perviene alla vera liberazione dai suoi padroni mediante i propri sforzi. È necessario che le donne apprendano questa lezione e si rendano conto che la loro libertà si estenderà quanto la loro capacità di conseguirla” ( Emma Goldman 1869/ 1940 anarco -femminista e saggista russa).
Capire la propria condizione storica e agire collettivamente per cambiarla è ancora oggi, ma forse oggi più che mai, una delle condizioni fondamentali, necessaria per tutti i soggetti sociali, siano essi appartenenti alle classi subalterne o ai popoli oppressi e massacrati dal dominio imperialista, impegnati nella lotta per ribaltare la loro condizione . Per quanto possa mutare la forma dell’imperialismo la contraddizione di fondo tra le nazioni imperialiste e i popoli oppressi non scompare. Nonostante la persistenza delle guerre imperialiste a livello globale per il controllo delle risorse energetiche, l’occupazione e l’esproprio delle terre di maggiore interesse geo-politico-economico; nonostante l’immenso dispiego di forze repressive, di un quasi totale controllo dell’informazione e manipolazione del consenso; nonostante l’immensa sproporzione dei rapporti di forza c’è una resistenza e ripresa delle lotte dei popoli oppressi. Protagoniste, con un ruolo centrale nelle lotte di liberazione nazionale, sono le donne. Poiché la loro oppressione e subordinazione è doppia o tripla, la loro emancipazione mette in discussione l’intera struttura del potere e del dominio capitalista. La partecipazione attiva e costruttiva delle donne nei movimenti di liberazione nazionale è testimoniata sin dai tempi della guerra del Vietcong (1955/1975), erano combattenti armate, e organizzatrici politiche nei villaggi. Nella guerra di Algeria (1954-1962) organiche nel FLN. In Nicaragua nel FSLN. In Palestina nella prima Intifada (1987-1993). In Eritrea, durante la guerra di indipendenza dall’Etiopia un terzo dei combattenti erano donne. In Sudan le donne hanno organizzato scioperi, coordinato reti di quartiere, sostenuto la mobilitazione. In America Latina, in particolare in Cile e Argentina, le lotte contro le diseguaglianze sociali hanno dato vita a movimenti femministi di massa. Ed ancora ma non ultime il movimento DonneVitaLibertà in Iran, dove le donne sono state il soggetto politico centrale, sfidando le norme sul controllo del loro corpo, morale e familiare, attaccando la legittimità del regime che le opprime. E poi c’è la lotta di liberazione del Kurdistan, che forse rappresenta la “prima rivoluzione delle donne”, con il YPJ (unità di difesa delle donne curde). E non ultimo il ruolo delle donne nella resistenza ucraina all’aggressione dell’imperialismo russo.
Nonostante i campi di battaglia siano diversi e lontani tra loro, la lotta che li unisce è la stessa, e le donne in queste lotte hanno, costruito forme di “sopravvivenza collettive”. Impegnate sul campo di battaglia, ma impegnate anche a costruire reti sociali attraverso solidarietà e organizzazione dal basso, educazione politica. Elementi essenziali per l’infrastruttura sociale della resistenza. Elementi fondamentali per una lotta di lunga durata.
Ma il ruolo centrale nei movimenti di liberazione nazionale non ha garantito alle donne la loro emancipazione. Perché spesso cambia il potere ma non cambia la struttura sociale. E il patriarcato che opprime le donne e che è un sistema funzionale al capitalismo, se non sparisce quest’ultimo può cambiare forma, ma non sparisce. Vederlo unicamente come dominio degli uomini sulle donne, non permette di inquadrarlo nella sua giusta dimensione e funzione e sposta la critica ad esso su un piano culturale, quindi funzionale al sistema stesso che lo genera.
L’esperienza delle donne nella guerriglia ha dimostrato che la lotta contro l’oppressione politica ed economica non deve essere separata dalle trasformazioni sociali e patriarcali, totali. Ha anche evidenziato la legittimità della lotta armata come forma di autodifesa collettiva, nei contesti di lotta anticoloniale e di dittature militari. Alcune femministe dei movimenti di liberazione nazionale hanno condiviso l’idea della violenza rivoluzionaria, come unica risposta possibile alla violenza coloniale. Dibattendo anche sulla doppia oppressione: Coloniale-Patriarcale. E qui torniamo a quello che “la storia ci insegna”.
Capire la propria condizione storica e di classe ci permette di organizzare il conflitto in piena autonomia politica, ci fornisce la capacità collettiva di agire insieme, il che rappresenta un potere in grado di sfidare le peggiori dittature. La liberà non può essere concessa dall’alto lasciando intatte le strutture mentali e materiali che determinano la subordinazione. La liberà si conquista dal basso.
S.O.