Dall’attacco USA-Israele, alla risposta dell’Iran la guerra si sta allargando. Il governo italiano grande servitore di Trump finirà per farsi coinvolgere direttamente. Il diritto internazionale è carta straccia, vale solo la forza. Se vale solo la forza, chi paga le guerre con fame, morte e distruzioni può usare la forza per fermarli. Da oggi.
Prima, seconda e ora terza guerra del Golfo. Cambiano i presidenti americani, cambiano i pretesti, ma la sostanza resta identica: prima che nei comandi militari, la guerra comincia nei laboratori della propaganda.
Nel 1991 ci parlarono della difesa del diritto internazionale e della sovranità del Kuwait. L’operazione servì in realtà a riaffermare l’egemonia americana nel Golfo dopo la fine della Guerra Fredda e a consolidare il controllo sulle rotte energetiche.
Nel 2003 la menzogna fu ancora più clamorosa: i signori della guerra sbandierarono le inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. L’invasione dell’Iraq, decisa dall’amministrazione Bush, devastò un paese intero, destabilizzò la regione e aprì la strada ad anni di guerra civile. Quelle armi non furono mai trovate. L’ex primo ministro inglese, Tony Blair, che con gli americani aveva pianificato l’intervento militare, qualche anno dopo ridacchiando ammise che si era trattata di una grossa bufala. L’obiettivo chiaramente era ridisegnare il Medio Oriente sotto la tutela occidentale.
Oggi il copione si ripete. Israele e Stati Uniti attaccano l’Iran sostenendo che Teheran sarebbe arrivata a un passo dalla bomba atomica. Una minaccia imminente. Perché finché sono loro a possedere testate nucleari possiamo invece dormire sonni tranquilli! Eppure, solo pochi mesi fa, lo stesso Trump dichiarava che i progetti nucleari dell’Iran erano stati annientati.
La “minaccia nucleare” è l’ennesima costruzione ideologica e propagandistica per giustificare l’inizio dell’invasione militare. Come in Iraq, in Libia, in Afghanistan o in Ucraina, la guerra non nasce per difendere i diritti umani, per liberare i popoli dai loro dittatori, dalle teocrazie o dai “governi nazisti”, ma solo per gli interessi strategici, energetici e finanziari delle nazioni imperialiste.
Ogni guerra riapre pure la farsa del diritto internazionale violato. Ma quando il diritto internazionale ha fermato le ambizioni imperialiste? Gli organismi multilaterali con le loro ipotesi di accordi su norme da rispettare valgono solo finché non intralciano gli interessi delle grandi potenze. Quando le crisi economiche si aggravano e gli scontri commerciali non trovano più mediazioni e sbocchi, le regole si sbriciolano e il diritto internazionale si mostra per quello che è: un guscio vuoto. Il diritto è l’ordine creato dalla forza di chi le guerre le vince, e che viene continuamente stravolto e ridefinito, di guerra in guerra.
Per Israele l’Iran è il nemico storico, l’ostacolo principale alla sua piena egemonia nella regione, anche in quanto finanziatore di gruppi militari filo palestinesi come Hezbollah e Huthi. Per Israele l’obiettivo è sempre stato il cambio di regime in Iran che significherebbe proseguire senza più grossi intralci la guerra di rapina delle terre palestinesi e il genocidio del popolo palestinese. Per gli americani il sostegno al loro alleato israeliano apre la strada a delle prospettive economiche certe: un Iran politicamente rovesciato, come è accaduto in Venezuela con modalità più “morbide”, permette il controllo di risorse energetiche fondamentali che oggi dall’Iran vengono dirottate principalmente verso paesi concorrenti come Cina, India e Russia.
In questo scenario si incontrano anche gli interessi soggettivi dei due presidenti complici, Trump e Netanyahu, alle prese con una situazione politica nazionale arroventata. Entrambi contestati, in crisi di consensi, travolti da scandali e processi e con nuove elezioni alle porte. Condividendo lo stesso destino politico, entrambi individuano nell’aggressione militare esterna una soluzione alla loro crisi politica interna. La guerra funziona come collante patriottico, come strumento per silenziare le opposizioni sociali, per distrarre l’opinione pubblica e per avocare a sé poteri speciali. Quale momento migliore allora per scatenare una nuova guerra in Medio Oriente?
Chi controlla il Golfo controlla una parte decisiva del mercato mondiale dell’energia. Il Medio Oriente genera il 35% delle esportazioni mondiali di petrolio, e solo attraverso lo stretto di Hormuz transita un quarto del commercio mondiale di petrolio. Tutti fanno affari con le petrolmonarchie del Golfo. Ed è proprio per questo che la prima reazione di Teheran è stata quella di tentare di coinvolgere immediatamente gli altri paesi della regione con attacchi che hanno colpito non solo le basi militari americane, ma anche infrastrutture economiche dei paesi confinanti.
L’Iran non può permettersi una guerra isolata contro Stati Uniti e Israele, uno scenario nel quale avrebbe inevitabilmente la peggio. Cerca di allargare il campo dello scontro, creando instabilità e costi politici ed economici per tutti gli attori della regione, ed anche per i paesi della Nato e per i suoi partners. In questa prospettiva va letta la chiusura immediata dello Stretto di Hormuz, con cui si stravolgono i flussi globali di petrolio e gas.
“In guerra ci finirete tutti”, sembrano gridare gli ayatollah, costringendo gli altri paesi a scegliere se intervenire direttamente oppure muoversi diplomaticamente per fermare l’escalation. Una cosa è certa: l’Iran non intende farsi mettere con le spalle al muro senza provocare uno scossone internazionale. Ed è proprio questa strategia di allargamento del conflitto che rende la guerra attuale potenzialmente capace di produrre effetti globali immediati. Anche gli ambienti finanziari come quelli di JPMorgan Chase parlano apertamente di scenari catastrofici in caso di escalation prolungata.
Nella storia recente non siamo mai stati così vicini a uno scenario che può innescare una reazione a catena tra conflitti regionali e globali. Mai così vicini a un conflitto generalizzato tra potenze imperialiste. La miccia è stata accesa, i padroni del mondo giocano con il fuoco, la sensazione è che gli eventi possano precipitare da un momento all’altro e che tutti ci possano finire dentro perché un ruolo neutrale pregiudicherebbe la difesa degli interessi economici nazionali. Dalla miccia all’incendio, il passo potrebbe essere breve.
Del resto la mossa di Teheran di indicare il figlio della “guida suprema” Khamenei come possibile successore è un segnale che non indica nessun accomodamento alle pretese israeliane e americane sul cambio di regime. Il messaggio è duplice: nessuna resa di fronte all’aggressione militare, nessuna concessione alle opposizioni sociali interne.
In casa nostra il governo Meloni tenta per ora di sgattaiolare, evitando sia una posizione di contrasto all’iniziativa militare americana sia un sostegno troppo scoperto. Nonostante questa prudenza di facciata, alcune dichiarazioni pubbliche hanno già lasciato trapelare che il problema non sarebbe l’attacco in sé, ma il fatto che l’Iran in risposta stia tentando di allargare il conflitto.
La vera questione politica si porrà quando gli Stati Uniti chiederanno ufficialmente l’utilizzo delle basi militari dislocate sul territorio italiano per colpire l’Iran. Una richiesta che finora il governo ha evitato di affrontare apertamente. È allora che diventerà dirimente il ruolo di subordinazione della borghesia italiana nella catena atlantica e gli interessi economici in gioco, a partire da quelli delle grandi aziende energetiche del nostro paese. Non è difficile immaginare che proprio questi fattori possano spingere il governo italiano verso una forma di coinvolgimento, anche indiretto, ma concreto, nel conflitto.
Intanto i rincari di petrolio e gas stanno già ricadendo su lavoratori e famiglie povere. La guerra è pur sempre una grande mangiatoia, e così neanche il tempo che venisse esplosa la prima bomba che i prezzi della benzina e del gas si erano già impennati. La grande speculazione della guerra con i grandi affari di chi produce e controlla le risorse. I padroni del mondo fanno la guerra, il conto lo pagano i proletari. Ed oltre al costo economico ce n’è anche uno umano. La guerra è la più grande soluzione al meccanismo di produzione del valore che ciclicamente si inceppa nell’economia capitalistica. La più grande soluzione per far ripartire un nuovo ciclo di accumulazione da quest’era segnata dalla crisi di sovrapproduzione. Una soluzione che passa per la carneficina di milioni di persone.
A. B.