Per gli operai e gli altri lavoratori delle classi subalterne la “riforma del lavoro” significa la perdita di conquiste salariali e normative che sono costati anni di dure battaglie sindacali da qui la protesta operaia che dalle grandi fabbriche si espande a tutto il paese
In Argentina il licenziamento in tronco di 900 operai alla Fate di Buenos Aires, storica fabbrica di pneumatici, rappresenta l’ultimo anello di una lunga catena di chiusure di fabbriche e licenziamenti. Le une e gli altri sono lo specchio di un’economia capitalistica strangolata dalla concorrenza internazionale e in forte crisi. Crisi alla quale il governo del presidente Javier Milei vuole cercare di porre rimedio con il varo della “riforma del lavoro” e con una repressione bestiale degli operai che si oppongono sia ai licenziamenti sia alla riforma.
Milei è stato tirato su, “pompato” per aumentarne la popolarità e insediato presidente dello stato e del governo (in Argentina non esiste la figura del primo ministro, il presidente della repubblica è sia capo di stato sia capo di governo) dal grande capitale industriale, agrario, bancario e finanziario per compiere il lavoro sporco che i governi precedenti non sono riusciti a realizzare. Da un lato favorire apertamente la parte più forte del capitalismo argentino, sotto i profili legislativi, finanziari e fiscali, rispetto alla piccola e media borghesia industriale e alla cosiddetta economia informale, cioè tutte le attività economiche, lavorative e di produzione di beni e servizi che non sono regolamentate, registrate e sottoposte a norme statali e fiscali. Dall’altro lato piegare la classe operaia argentina alle condizioni salariali e normative imposte dal grande capitale e farla indietreggiare nettamente rispetto alle conquiste raggiunte dopo la dittatura militare degli anni 70 del secolo scorso.
Gli operai della Fate, rientrati in fabbrica dopo il ponte di Carnevale, hanno appreso e scoperto davanti ai cancelli di aver perso il posto di lavoro. Lo hanno letto sul cartello affisso fuori dal principale stabilimento a San Fernando, vicino Buenos Aires, cartello con il quale la fabbrica di pneumatici ha annunciato la chiusura! Immediata è stata la loro protesta, alla quale sono seguiti violenti scontri con la polizia, come è accaduto nell’ultimo anno davanti a tante altre fabbriche chiuse. Ma scontri ancora più forti hanno animato la protesta operaia e popolare contro la riforma del lavoro. E ogni volta, da quando è iniziato il mandato di Milei, la polizia ha represso qualsiasi manifestazione di piazza con estrema violenza, facendo ricorso a gas lacrimogeni, idranti e proiettili di gomma.
Il Senato argentino ha approvato il progetto presentato dall’esecutivo Milei con 42 voti a favore e 30 contrari. Durante la discussione numerose sono state le manifestazioni operaie e popolari nelle più grandi città argentine. A Buenos Aires, davanti al Congresso nazionale, cioè il parlamento bicamerale, si è scatenata una forte protesta operaia e popolare, repressa duramente dalla polizia e conclusa con oltre 30 manifestanti arrestati e più di 15 feriti. L’opposizione Kirchnerista, la cosiddetta ala “più radicale” del movimento peronista, ha alzato la voce solo per anticipare che, qualora la riforma verrà approvata, la porterà davanti alla giustizia ritenendola incostituzionale. Il più grande sindacato argentino, la CGT, ha annunciato che si sta organizzando per avviare uno sciopero generale nazionale di 24 ore in occasione della votazione definitiva alla Camera dei deputati entro la fine di febbraio. Fra gli operai e i proletari argentini cresce la rabbia contro la riforma.
Ma che cosa cambia con la nuova riforma per gli operai e gli altri lavoratori delle classi subalterne? La perdita di conquiste salariali e normative che sono costati anni di dure battaglie sindacali. Attualmente la giornata lavorativa può durare, per legge, un massimo di 8 ore, invece la riforma la estende fino a 12 ore. I licenziamenti vengono resi molto più facili per le imprese. Inoltre la riforma introduce la possibilità di pagare salari e stipendi in dollari, creando un meccanismo alternativo di indennizzo. Adesso la legge argentina dispone che le ore di lavoro straordinario devono essere pagate il 50% in più nei giorni feriali e il 100% in più nei giorni festivi o nei fine settimana e istituisce una “banca delle ore” per compensare gli straordinari non in denaro, ma con giorni di riposo o con giornate lavorative ridotte. Le indennità previste per legge verso i lavoratori saranno più basse delle attuali: ad esempio l’articolo 44 della riforma stabilisce che “in caso in cui si subisca un infortunio o una malattia che non sia conseguenza della prestazione lavorativa derivante dal contratto di lavoro e che impedisca tale prestazione il lavoratore avrà diritto a percepire il 50% dello stipendio che riceveva al momento dell’infortunio per 3 mesi”. Il diritto di sciopero sarà fortemente limitato. I blocchi o le occupazioni delle fabbriche da parte degli operai saranno ritenute infrazioni “molto gravi”. Le assemblee del personale dovranno essere autorizzate dal datore di lavoro e il lavoratore non sarà retribuito per quel tempo.
I politici che appoggiano la riforma nascondono i suoi veri obiettivi sostenendo che è necessario un cambiamento per frenare l’economia informale. Coloro che criticano la riforma affermano invece che costituisce un passo indietro di anni per le condizioni di lavoro degli operai e dei lavoratori a basso reddito e che dei cambiamenti da essa introdotti beneficeranno solamente le grandi imprese. La ministra della Sicurezza, Patricia Bullrich, ha celebrato così l’esito del voto al Senato: “Finalmente abbiamo un progetto ordinato, con regole chiare. Siamo a un passo da un cambiamento storico per l’Argentina: basta con l’informalità e lo stagnamento economico”. Anche Milei su “X” ha definito la vittoria “un momento storico”. Personaggi eccentrici come Milei, oggi definiti sovranisti o populisti, vengono scelti e portati in alto dalle borghesie di tutto il mondo in particolari momenti storici per far loro compiere quel lavoro sporco che altri governi non sono riusciti a realizzare: domani, a lavoro fatto, potranno facilmente essere fatti cadere e cedere il posto a “cavalli” più freschi e normali. Ma sempre con lo stesso obiettivo: peggiorare comunque le condizioni salariali e lavorative degli operai e degli altri proletari per aumentare i margini di competitività e di profitto delle imprese capitaliste e piegare la loro insubordinazione organizzata. Adesso agli operai e proletari argentini il compito di trovare comunque le più efficaci forme di lotta e opposizione ai programmi di Milei e di chi lo sostiene.
L.R.