DAI CAMBIAMENTI CLIMATICI NUOVE OCCASIONI DI PROFITTO PER LE BORGHESIE IMPERIALISTE

Altro che impegnarsi a contrastare cause ed effetti del riscaldamento globale! Usa, Ue, Russia e Cina si sfidano sulle nuove opportunità economiche, commerciali e militari che stanno scaturendo dallo scioglimento dei ghiacci. E l’Artico e la Groenlandia sono campi privilegiati di questo scontro

Altro che impegnarsi a contrastare cause ed effetti del riscaldamento globale! Usa, Ue, Russia e Cina si sfidano sulle nuove opportunità economiche, commerciali e militari che stanno scaturendo dallo scioglimento dei ghiacci. E l’Artico e la Groenlandia sono campi privilegiati di questo scontro

Le grandi potenze imperialiste, Usa, Unione europea, Cina e Russia, non solo non mettono in atto programmi seri per ridurre le cause, e quindi gli effetti, dei cambiamenti climatici, di cui sono i massimi responsabili, programmi che richiederebbero azioni combinate di mitigazione (cioè diminuzione delle emissioni di gas serra) e di adattamento. Ma si sfidano apertamente sulle nuove opportunità economiche, commerciali e militari che stanno scaturendo dagli effetti dei cambiamenti climatici. Sono ad esempio molto attenti ad approfittare delle nuove risorse rese disponibili dallo scioglimento dei ghiacci per farsi la guerra e fare affari. E l’Artico e la Groenlandia, che ne è una parte importante, sono campi privilegiati di questo scontro. La competizione interimperialista nella regione artica, attiva da tempo, adesso viene alimentata e accentuata proprio dai mutamenti del territorio innescati dal riscaldamento globale. Infatti lo scioglimento dei ghiacci accelera l’innalzamento del livello del mare, trasforma la roccia in zone umide, vegetazione e aree edificabili, apre nuove rotte commerciali per la navigazione artica e rende disponibili risorse minerarie, rendendo l’isola un punto focale per la geopolitica artica, cioè per gli appetiti imperialistici.

L’Artico, un tempo regione remota e pressoché inaccessibile, si sta riscaldando a una velocità 2-4 volte superiore alla media mondiale (un fenomeno che si chiama amplificazione artica) e produce una rapida perdita di grandi masse di ghiaccio. Da alcuni decenni, con una tendenza marcatamente crescente, l’Artico sversa enormi quantità di acqua, in particolare nell’oceano Atlantico interferendo con la Corrente del Golfo che è fondamentale per il clima europeo.

Solo in Groenlandia dal 1992 al 2020 sono andati persi 6500 miliardi di tonnellate di ghiaccio. Le temperature estive degli anni 2000 e 2010 sono state significativamente più elevate di 1,5 °C rispetto a quelle di tutti i secoli precedenti. Una ricerca pubblicata a novembre 2025 sulla rivista “Nature Communications” ha ricostruito con inedita precisione 500 anni di paleoclima, il clima del passato, desumendo tutti i dati dal legno, perché gli anelli degli alberi conservano traccia di tutti i cambiamenti climatici. Da essa emerge che il riscaldamento globale della Groenlandia nei primi decenni di questo secolo è senza precedenti negli ultimi 500 anni. Così si sfata una fake news dei negazionisti climatici come Trump, i quali sostengono che si chiama Groenlandia, cioè “terra verde”, perché è sempre stata verde, calda e che non è vero che l’attuale è un’epoca di riscaldamento globale. Questa tesi è una sciocchezza, il condottiero ed esploratore norvegese Erik il Rosso chiamò la Groenlandia così perché vi arrivò, nell’892, in estate, nella parte meridionale dell’isola e in un periodo temporaneamente più caldo, e adottò tale nome per attrarre coloni in un ambiente climaticamente molto ostile, tanto è vero che la colonizzazione durò poco perché quella terra era inospitale.

I quattro imperialismi più attivi sulla scena mondiale, Usa, Ue, Cina e Russia, queste cose le sanno benissimo, anche se non le raccontano. Sanno che l’Artico diventerà navigabile e si potranno aprire nuove rotte marittime commerciali, più sicure, competitive e redditizie rispetto a quelle tradizionali che passano per lo stretto di Bab el-Mandeb (che congiunge il Mar Rosso con l’Oceano Indiano) e il canale di Suez. Sanno che fra qualche anno o decennio la Groenlandia sarà coperta da foreste boreali e quindi da un lato le risorse preziose che contiene saranno molto più facili da depredare (lo US Geological Survey stima che in Groenlandia ci siano fino a circa 17,5 miliardi di barili di petrolio e 4 trilioni di metri cubi di gas; inoltre il sottosuolo groenlandese è ricco di numerose riserve di minerali critici, come grafite, rame, terre rare, litio e uranio), dall’altro sarà più semplice ed economico realizzare insediamenti urbani, industriali e commerciali. I principali emettitori di gas serra si stanno avidamente preparando per depredare quella terra, per sfruttare gli aspetti per loro positivi dei cambiamenti climatici a scapito di tutti gli altri. E hanno tutto l’interesse che i ghiacci continuino a sciogliersi, fino all’ultimo. Chi si azzarda a far notare che tutto questo avrà conseguenze negative per tutto il resto del mondo viene già bollato come catastrofista apocalittico, perché la geopolitica imperialista conta più di tutto il resto.

Trump, come presidente della maggiore potenza imperialista mondiale, sa bene l’importanza strategica e militare dell’Artico e in particolare della Groenlandia, come esponente e rappresentante della grande borghesia finanziaria e immobiliarista statunitense sa bene che l’aumento del riscaldamento globale offrirà grosse prospettive anche per investimenti immobiliari. Perciò non si fa scrupolo di negare l’esistenza dei cambiamenti climatici, la sua negazione è funzionale agli interessi e agli affari a cui lavora. Non si tratta di una posizione ideologica, bensì di una valutazione economica. L’interesse dell’imperialismo Usa a estendere il proprio dominio sull’Artico lo ha ribadito Jeff Landry, inviato speciale di Trump in Groenlandia, in un’intervista a fine gennaio al New York Times: “L’era in cui l’Artico poteva essere considerato una regione remota, statica o secondaria è ormai finita. L’accordo sulla Groenlandia del presidente Trump affronta direttamente questa realtà. Il presidente è stato inequivocabile: il dominio americano nell’Artico non è negoziabile”. È un interesse che rientra nella nuova dottrina Usa di controllo dell’intero continente americano, partita con l’operazione Venezuela e il rapimento del presidente Maduro e proseguita con l’annullamento da parte della Corte suprema panamense della concessione sui porti del canale di Panama alla società cinese Ck Hutchison e con l’ordine esecutivo che prevede dazi ai paesi che forniscono petrolio a Cuba per strangolarne l’attuale regime e innescare un cambiamento politico.

La pretesa degli Usa di impadronirsi della Groenlandia ha scatenato l’opposizione netta dei vertici politici e istituzionali dell’Ue, che considera l’Artico, e in particolare la sua grande isola, un’area di crescente importanza strategica per l’accesso a materie prime, la propria sicurezza militare e le nuove rotte di navigazione. Fra i paesi membri dell’Ue Francia e Germania hanno guidato una risposta coesa dell’Ue e difeso l’integrità dell’Artico e la sovranità europea, rifiutando l’approccio di Trump di trattare le risorse artiche come merce di scambio e ricevendo subito l’appoggio di Gran Bretagna, Danimarca, Spagna e Polonia e, dopo, anche quello dell’Italia e di altri paesi. Solo alcune forze della destra estrema e sovranista hanno espresso posizioni divergenti, influenzate più che altro da logiche identitarie.

Anche la Russia ha grande interesse ad accrescere la propria influenza nell’Artico e lo dimostra incrementando la presenza militare con il rafforzamento e la modernizzazione della Flotta del Nord. Ancora più attiva è la Cina che vede l’Artico come una nuova frontiera per rotte commerciali più brevi, come la Via della Seta Polare, e per l’accesso a nuove risorse energetiche e minerarie; a tal fine utilizza la cooperazione con la Russia per rafforzare la sua strategia in opposizione all’egemonia Usa, con investimenti in ricerca scientifica e infrastrutture polari. In un tempo caratterizzato dalla crisi di sovrapproduzione delle merci e dall’acerrima concorrenza per il controllo delle rotte e delle risorse la corsa all’Artico è appena cominciata, ma si profila come uno degli scenari più lampanti e aspri dello scontro mondiale fra le borghesie imperialiste. Altro che impegnarsi per contrastare cause ed effetti dei cambiamenti climatici!

L.R.

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