Prima lezione. Il colpo più duro a Trump è arrivato dalle rivolte di Minneapolis. Seconda lezione. Altro che lamentele sullo smantellamento dei sacri principi democratici, non esiste altra via che la rivolta. Terza lezione. Trump è il capitalismo senza maschera, invita alla resa dei conti con questo sistema, ci sarà.
Il colpo più duro all’amministrazione Trump è arrivato dalle rivolte di Minneapolis. Sono state le grandi manifestazioni di questi giorni a costringere il capo della tribù dei MAGA a fare alcuni passi indietro. Dopo gli scontri di strada e gli omicidi di Renee Good ed Alex Pretti, a cui puntualmente i manifestanti hanno risposto intensificando gli scontri, Trump è stato costretto a scaricare uno dei capi dell’ICE, tale Gregory Bovino (di nome e di fatto), nel tentativo di mitigare le proteste, e ad annunciare un piano di ritiro dei suoi gruppi squadristi da Minneapolis. È scesa in campo perfino la moglie Melania, che in televisione ha chiesto ai manifestanti di protestare pacificamente.
Trump può aprire il suo club esclusivo, chiamato Board of Peace, per controllare gli affari nel Golfo Persico e a Gaza; può andare a sequestrare il presidente di un altro Stato, come quello venezuelano; può dichiarare che comprerà la Groenlandia distribuendo mance agli abitanti; può mettersi d’accordo con Putin per costringere Zelenski alla resa. Ma il bullo è costretto ad abbassare la cresta quando divampa la rabbia degli oppressi, degli sfruttati, dei perseguitati. È la guerra civile interna al suo Paese, che lui stesso ha contribuito a determinare, a far scricchiolare il suo trono.
Perché il fuoco degli sgherri fascisti, mandati in giro per le città a terrorizzare minoranze etniche, immigrati e lavoratori, si spegne solo con il fuoco della rivolta. Lo si sovrasta non con chiacchiere, appelli e processioni, ma con la forza di migliaia di corpi in marcia e in rivolta. Questa è la lezione americana n. 1.
Fanno sorridere i rappresentanti politici democratici e il loro stuolo di intellettuali benpensanti delle nostre latitudini, che inorridiscono di fronte alla furia delle bande squadriste di Trump e si chiedono come sia possibile che la più grande democrazia del mondo sia ridotta così, con i morti che si contano per strada in spregio a qualsiasi elementare norma di uno Stato di diritto.
Invocano i codici, il ripristino della convivenza pacifica, la normalità della tenuta dell’ordine pubblico. I loro appelli appaiono così impotenti di fronte alle immagini della furia cieca delle milizie fasciste che si muovono a loro piacimento tra le città, randellando, pestando e uccidendo. Sono i difensori nostalgici di un mondo capitalistico ordinato e disciplinato dalle rassicuranti (per loro!) leggi dello sfruttamento, che dà l’illusione di essere efficiente grazie alle leve del controllo democratico, con una repressione che si mantiene entro certi limiti percepiti come tollerabili dalle masse. Ma non sono i loro sentimenti democratici a determinare la realtà, è dal movimento della macchina capitalista che scaturiscono le forme politiche più appropriate per il superamento delle crisi, per l’espansione e la ripresa dei cicli economici di accumulazione.
In un’epoca segnata dalla crisi di sovrapproduzione delle merci, dalla concorrenza spietata tra borghesie imperialiste per il controllo delle risorse strategiche necessarie alle produzioni industriali, dal conseguente aumento dei regimi di sfruttamento del lavoro operaio e delle fasce povere della popolazione, e dalla contestuale marginalizzazione sociale di milioni di persone prive di reddito e lavoro, la forma politica chiamata a governare questo caos entro le dinamiche del mercato capitalistico finisce per essere sempre più improntata al modello autoritario tout court, con la necessità di liberarsi di strumenti democratici ritenuti ormai inadeguati.
C’è bisogno di prendere decisioni sempre più rapide e immediate: presidenzialismo. C’è bisogno di inasprire la strumentazione dell’apparato repressivo: ICE in America e decreti sicurezza su decreti sicurezza da noi. C’è bisogno di aumentare il livello dello scontro con gli imperialismi concorrenti: aumento delle spese militari e moltiplicazione delle guerre di saccheggio delle risorse attraverso conflitti neocoloniali. C’è bisogno di tenere il proletariato ben diviso e disorganizzato: guerra agli immigrati, additati come responsabili delle condizioni di povertà degli autoctoni, e rafforzamento di sindacati collaborazionisti e corporativi.
I democratici anti-Trump credono che sia possibile muovere le lancette della storia scegliendo la versione del capitalismo che più li aggrada, possibilmente quella in cui scorre meno sangue, che sia meno brutale e più patinata, più civile e meno violenta, più pacifista e meno armata, più controllata e meno imprevedibile.
Chi invece è costretto a stare da una parte della barricata, chi si ritrova i ceffi dell’ICE fuori dalla porta di casa, chi è costretto a misurarsi per sopravvivenza con questo nuovo ordine politico ha ben capito che deve organizzarsi di conseguenza: che c’è bisogno di agire nel disordine, di colpire gli interessi che questa classe politica persegue e rappresenta, che non esiste altra via per andare avanti che non sia la rivolta. Altro che chiacchiere sullo smantellamento dei sacri principi democratici. È la gente in strada che indica la via per ciò che di democratico potrebbe realmente esistere in una futura società. Questa è la lezione americana n. 2.
Trump è un acceleratore delle contraddizioni sociali di questo sistema. Diventa un detonatore: le esaspera fino a rendere netta e tangibile la separazione tra carnefici e oppressori da un lato, reietti e sfruttati dall’altro. A lui dobbiamo la ritrovata trasparenza della realtà capitalistica, spogliata dei filtri e dei più sofisticati camuffamenti democraticisti. È il volto del boia, del mandante dei sicari, dei pestatori e dei mazzieri fascisti; è il capo di una cordata di criminali internazionali responsabili dell’ecatombe di Gaza; è il fomentatore di spezzoni di guerra civile nel suo Paese.
Trump lavora per noi: contribuisce a costruire le condizioni affinché coloro che si trovano sul lato opposto della barricata comprendano che, contro gli interessi economici e finanziari che egli rappresenta, è necessario un salto qualitativo nel livello di organizzazione, di autodifesa, di elaborazione teorica. Trump lavora per accelerare i processi attraverso i quali la classe dei becchini di questo sistema si ritroverà attorno al fuoco delle proprie necessità storiche.
Trump è il capitalismo senza più maschere: invita alla resa dei conti, provoca la rivolta, getta le basi affinché gli operai riprendano il filo della loro organizzazione e dei loro legami internazionali, affinché ritorni lo spettro di un mondo da riconquistare per farne uno a misura dei bisogni dell’umanità: senza classi, profitto, denaro e sfruttamento. Trump scava nella direzione in cui finisce il vecchio mondo e inizia la nuova storia umana. Questa è la lezione americana n. 3.
A. B.