AL FUNERALE DI UN OPERAIO MORTO SUL LAVORO

Lasciano che gli operai lavorino in condizioni di alta pericolosità. Lo sanno, ma non intervengono, per non disturbare padroni grandi e piccoli. Poi ai funerali preti, politici ed autorità recitano la farsa di chi è addolorato per tutte queste “tragiche morti”

Lasciano che gli operai lavorino in condizioni di alta pericolosità. Lo sanno, ma non intervengono, per non disturbare padroni grandi e piccoli. Poi ai funerali preti, politici ed autorità recitano la farsa di chi è addolorato per tutte queste “tragiche morti”

Gli operai, siano essi delle industrie, delle campagne, dei cantieri o della logistica, producono i beni materiali di cui tutti, anche coloro che producono solo carte e chiacchiere, approfittano e godono. Gli operai costituiscono la classe sociale più importante, quella che dà forza e vita alla società intera e che, se si fermasse di colpo, la manderebbe irrimediabilmente in crisi. Eppure un operaio per ricevere un tributo di importanza e onore che merita per il lavoro che svolge deve farsi ammazzare sul posto di lavoro. Non morire vittima di una malattia professionale in una stanza di ospedale, dimenticato da tutti. Non morire per i postumi di un infortunio patito tempo prima in fabbrica, ugualmente all’oscuro da tutti. No, deve morire in uno di tutti i possibili modi violenti in cui uno o più operai ogni giorno perdono la vita in Italia: cadendo nel vuoto, risucchiato da un macchinario, stritolato da un meccanismo, colpito da una trave o altro peso morto, schiacciato, annegato, dilaniato, bruciato, esploso e in mille altri modi ancora, nella guerra che ogni giorno sono costretti a sostenere per un misero salario sui campi di battaglia delle fabbriche, dei campi, dei cantieri e della logistica.

È allora, quando uno dei tanti operai mandati allo sbaraglio e obbligati a rischi e ambienti di lavoro indicibili muore, che si solleva un collettivo – e sottilmente falso – senso di colpa istituzionale. Che si svela dove? Esattamente ai funerali degli operai morti. Sempre e dovunque, in ogni parte d’Italia. Intendiamoci, al funerale di un operaio morto a causa delle condizioni rischiose di lavoro a cui è stato esposto non appare mai la faccia, neanche fintamente contrita, di un padrone o di un dirigente aziendale e nemmeno di un sindacalista. Non si vedrà mai uno di questi figuri che si batte il petto, neanche per scherzo. Preferiscono tenersi alla larga, stare lontano quanto più è possibile, non si sa mai ciò che potrà accadere. Ma le figure istituzionali, di ogni tipo, politico e religioso, no, quelle non mancano. Stanno là, però, solo ed esclusivamente per una consolatoria ma decisiva operazione di facciata. Così come è accaduto al funerale dell’operaio Claudio Salamida, precipitato da un ponteggio all’interno dello stabilimento dell’ex Ilva di Taranto.

Al funerale di Claudio Salamida ha presenziato il neopresidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, attorniato dai sindaci del paese di cui l’operaio era originario e del paese in cui viveva con la propria famiglia. In prima fila e alla destra della bara e a due passi dalla giovane moglie, affranta e disperata, dell’operaio. Poco prima attraverso un comunicato stampa Decaro aveva fatto la voce grossa dicendo che “il cordoglio non basta” e chiedendo “con forza che si metta immediatamente in campo un piano straordinario di manutenzione e risanamento che garantisca la sicurezza di tutti i lavoratori e avvii con decisione il percorso di decarbonizzazione. In queste condizioni l’acciaieria non ha futuro”. Una tirata di orecchie alla gestione e alla direzione dell’ex Ilva, fabbrica in cui storicamente la sicurezza è sempre stata messa all’ultimo posto fra gli interessi gestionali e direzionali. Inutile per sortire effetti su coloro a cui è stata rivolta, ma utile come rimostranza formale in una circostanza tanto luttuosa e come avvertimento a non tirare troppo la corda per salvare la fabbrica e continuare a fare profitti.

Al funerale di Claudio Salamida ha officiato una insolita batteria di quattro fra preti e missionari, compreso il cappellano dell’ex Ilva (di solito un rito funebre religioso viene tenuto da un solo prete). Il battistrada dei quali ha esordito salutando calorosamente le autorità presenti. Fra politici e preti ci si intende sempre. E poi ha snocciolato una lunga omelia condita di comprensione per il dolore e lo strazio della moglie, del figlio di tre anni, dei parenti e degli amici, di senso di ingiustizia per una morte che non doveva accadere, di incredulità per la mancanza di sicurezza (“È impensabile uscire di casa e non ritornare più mentre si offre il proprio lavoro per la collettività”!), di appello alle istituzioni. Risolvendo tutto con l’auspicio di poter “volgere il pianto in preghiera per l’anima di Claudio”. E concludendo con la benedizione del vescovo della diocesi di competenza che ha rivolto un generico monito “a trasformare il dolore in azione, per garantire dignità e sicurezza ai lavoratori”. Questi imbonitori di professione hanno il delicato compito di far accettare la morte violenta di un operaio, di ogni operaio in ogni parte d’Italia, derivata da volute trascuratezze funzionali al massimo profitto, con la consolazione che “adesso questo marito e padre sta occupando il posto che merita nel regno dei cieli”. Parlano di “rispetto” e “dignità” per gli operai dopo che sono morti, non alzano un dito contro tutti coloro che ne causano la morte, anzi vanno volentieri sotto braccio a loro.

Finita la messa, è calato il sipario sulla terribile vicenda di Claudio Salamida. Il presidente della Regione si è concesso sul sagrato della chiesa ai taccuini di solerti giornalisti. Il battistrada della squadra di chierici è stato complimentato per la bella orazione funebre. In un angolo è rimasta la vedova a urlare il proprio dolore. Sullo sfondo tanti operai colleghi di Claudio, impotenti e sgomenti per l’amico/collega nella bara, ciascuno atterrito al pensiero che in quella bara potrebbe esserci o potrà esserci anche lui, un non lontano domani.

Il funerale di Claudio Salamida è stato la fotocopia lampante dei funerali di tutti gli operai, di tutti gli altri Claudio Salamida che ogni giorno lavorano da sfruttati e muoiono per ingrassare padroni, dirigenti e loro sodali. Per gli operai è tempo di cominciare a discutere e a prendere coscienza attiva delle pessime condizioni di lavoro a cui vengono sottoposti, di stare in guardia e coprirsi le spalle reciprocamente, di organizzarsi per opporsi collettivamente a ogni forma di rischio e pericolo, per evitare di finire in una bara ed essere poi benedetti e santificati dagli sguardi falsi dei politici e dei preti di turno. Per gli operai è tempo di mettere in discussione le basi economiche della morte ogni anno di oltre mille operai.
L.R.

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