È ancora in atto il blocco delle comunicazioni; dalla notte di domenica 11 gennaio non arrivano più messaggi dall’Iran. Sono migliaia i morti fra i manifestanti ma ciò non ferma la protesta che cerca nuove forme di difesa e organizzazione.
Le ultime notizie degli scontri di sabato, sebbene intensi, davano l’impressione che ci fosse un rallentamento dell’iniziativa dei manifestanti; poi si è capito che la causa era il massacro in corso ma anche la necessità dopo giorni di mobilitazione di tirare il fiato e probabilmente riorganizzarsi.
Nella giornata di domenica sembrava che stesse maturando la tendenza all’insurrezione le cui condizioni minime andavano prendendo forma nella lotta:
-il regime era confuso, non in grado di manovrare politicamente lasciando l’iniziativa alle bande armate criminali. Gli stessi riformisti del presidente Pezeshkian, da cui parte della popolazione si attendeva una mediazione, si sono screditati allineandosi a Khamenei;
-le forze repressive iniziano ad essere sfiduciate: il lavoro sporco in strada è svolto dalle bande criminali di pasdaran, basiji e circa 2500 mercenari iracheni; la polizia non è affidabile: ha subìto assalti nei suoi presidi, ci sono state insubordinazioni, scaramucce con alcuni miliziani e casi di fraternizzazione con i manifestanti; i reparti vengono tenuti defilati e di rinforzo. L’esercito non è ancora stato schierato, forse ci sono difficoltà interne;
-la popolazione ha già ampiamente dimostrato di voler andare fino in fondo questa volta; lotta con coraggio, audacia e abnegazione.
Domenica notte sono arrivate le immagini delle vittime raccolte in locali pubblici e poi il blackout totale.
Così la voce di chi sta affrontando il regime criminale degli ayatollah è scomparsa.
Quel vuoto è stato riempito completamente dai media iraniani “liberi” che trasmettono dall’estero; dai temi che presentano si potrebbe dedurre quale sarà la possibile soluzione della crisi: in modo martellante indorano un possibile intervento americano riportando le varie esternazioni di Trump ondivaghe sulla possibilità di azione militare, riferiscono le chiacchiere di molti congressisti americani e politici di altri paesi freschi amici degli iraniani, le trombonate del principe Pahlevi che scodinzola per attirare l’attenzione di Trump, il quale tuttavia al momento è restio ad incoronarlo.
Favorire un intervento esterno invece di contare sulle proprie possibilità è tipico della borghesia che colpita nei propri affari dal degrado economico del paese ha dato il via a questo nuovo ciclo di lotte cavalcando la miseria e il malcontento di gran parte della popolazione cittadina. Ma il fatto di avere manifestanti scatenati nelle strade, forse anche armati, è un incubo che ai borghesi toglie il sonno.
È così che per la borghesia diventa accettabile un intervento risolutore esterno, che pure avrà un costo; disposti forse a digerire anche il ritorno di un Pahlevi il cui padre, criminale come gli ayatollah, aveva contribuito a buttar fuori 47 anni fa.
Nell’opposizione al regime si sentono patrioti e nello stesso tempo sono disposti a vendere il loro paese pur di garantirsi la continuità dei propri affari. Se Khamenei e la sua squadra venissero allontanati non sarebbe da meravigliarsi che si arrivi anche ad una sorta di compromesso per la transizione ad una forma di governo laico formato anche con chierici e loro sostenitori!
Il tutto per mandare a casa al più presto i manifestanti con tanti ringraziamenti.
I lavoratori al momento non sembrano essere attrezzati per creare una presenza politica autonoma nazionale ma, nel momento di una possibile transizione, avranno la forza per risolvere molte pendenze salariali e normative e imporre agibilità politica nei luoghi di lavoro, cominciando con l’allontanare la polizia che staziona sempre ai cancelli delle fabbriche.
M. B.