L’ALTRO 8 MARZO, QUELLO DELLE DONNE RIVOLUZIONARIE

La risignificazione dell'8 Marzo attraverso la storia, poco conosciuta, di donne rivoluzionarie che hanno lottato contro l'oppressione in tutte le sue forme e contenuto.
Condividi:

La risignificazione dell’8 Marzo attraverso la storia, poco conosciuta, di donne rivoluzionarie che hanno lottato contro l’oppressione in tutte le sue forme e contenuto.


“SONO QUELLA CHE NON VOLEVA UNA VITA SOTTOMESSA
SONO QUELLA CHE NON HA POTUTO CRESCERE I SUOI FIGLI
NON ABBIATE PIETA’ DI ME, LA MIA VITA L’HO SCELTA IO E L’HO VISSUTA,
E SAPEVO PURE COME SAREBBE FINITA.
ANDAVA BENE ANCHE DI MORIRE, MA DI MORIRE LIBERA.”
( Dal libro di Monica Mazzitelli “ Di morire libera” la vita ardente di Michelina di Cesare, BRIGANTA)

Si ha una scarsa conoscenza della storia della lotta delle donne e del ruolo svolto da esse, contro tutte le forme di oppressione e sfruttamento di cui è piena la storia dell’umanità. Si è ignorata per molto tempo, relegandola nell’oblio, la partecipazione delle donne alla scrittura di pagine importanti della storia dei movimenti di liberazione, contro gli eserciti di occupazione o contro l’oppressione del lavoro salariato.
Dovremmo impegnarci ognuna di noi a riscrivere un pezzetto di questa storia, riportando alla luce il valore immenso che questo esercito di donne ha portato all’interno dello scontro universale non ancora risolto ed ancora in corso tra tutte le masse popolari oppresse e i loro oppressori.

MICHELINA DI CESARE
Nata a Caspoli nel 1841, fu uno spirito libero e ribelle sin dall’adolescenza, l’odio che le scorreva nel sangue contro ogni forma di oppressione, la portò ad unirsi alle bande di briganti che si rivoltano al nuovo ordine imposto dall’esercito piemontese. Fu una briganta a pieno titolo esperta di guerriglia fu a capo di una delle formazioni che si scontravano con l’esercito. Mori il 6 settembre 1868, di lei non ci sono fotografie tranne quella che gli fecero da morta ritraendola a dorso nudo, ed evidenziando lo scempio fatto sul suo corpo.
Michelina fu una delle 100 donne guerrigliere che combatterono contro l’esercito piemontese nel sud d’Italia (1860-1870).

JUANA AZURDUY
Nata in Bolivia nel 1780 da madre indigena e padre creolo, nel 1816 ottenne il grado di tenente colonello nelle milizie creole combattendo in Bolivia contro gli Spagnoli. La lotta per l’indipendenza dell’America latina dalla dominazione Spagnola (1810-1821) vide un’altissima partecipazione delle donne in maggioranza indigene, nere, o meticce. Morì nel maggio del 1862, dimenticata e in povertà, gettata in una fossa comune. Nel 1825 Simon Bolivar fu il primo a riconoscere il ruolo e il valore di Juana Azurduy. Ci vollero altri 147 anni per riconoscere a Juana il titolo di Amazona della Libertad

MARIA REMEDIAS DEL VALLE
Nata a Buenos Aires (1766) di origini africane. Nel 1806 combatté nel corpo degli Andalusi contro gli inglesi alla difesa della città di Buenos Aires. Nel 1810 si arruolò nell’esercito del NORD combattendo in Bolivia contro la dominazione Spagnola. Fatta prigioniera dopo un tentativo di fuga fu fustigata per 9 giorni. Dopo la dichiarazione di indipendenza del 1816, di lei non si seppe più niente, fino a quando nel 1827 un generale suo compagno d’armi la riconobbe per le strade di Buenos Aires dove viveva in povertà chiedendo l’elemosina, nonostante avesse richiesto la pensione che le spettava per i servizi prestati come Capitano. Ci volle molto tempo e solo dopo l’interessamento del” generale”, perché la miserabile pensione le fosse corrisposta. Nel 1847 dopo aver ottenuto l’integrazione come sergente maggiore Maria valorosa combattente per la libertà morì.

ERAVAMO STATE MADRI LAVORATRICI.
ANDAVAMO D’ACCORDO E NON POTEVA ESSERE ALTRIMENTI.
ERAVAMO TUTTE SULLA STESSA BARCA. (storia orale delle Tabacchine dal libro “Eravamo Ribelli” Le operaie del tabacco in Italia di Walter De Cesaris)

Nel libro si racconta anche e non solo la storia dello sciopero generale di tutte le manifatture del Regno, durato due mesi dal 18-aprile al 12 giugno del 1914. Coinvolse 1800 operai in massima parte donne.
Resistettero fino allo stremo delle forze. Le sconfissero solo con la dura repressione, la prigione e i licenziamenti, ma esse non si piegarono e non retrocessero di un solo passo dalle loro rivendicazioni.
E non cedettero alle pressioni” delle varie organizzazioni, che pretendevano di assumere la rappresentanza, come una delega lasciata in bianco.” L’autore riporta una nota molto significativa, su come queste coraggiose operaie furono descritte dalla stampa di sinistra, che in teoria le avrebbe dovuto appoggiare: “indisciplinate, che si lasciano andare a manifestazioni rumorose e scomposte, che fanno un uso spregiudicato del corpo esibito in pubblico…”

DONNE CON UN FUCILE IN SPALLA, UN MEGAFONO IN MANO E UN BISTURI TRA LE DITA.
DONNE IN TRINCEA E DONNE RINCHIUSE IN CASA; DONNE INFERMIERE, SCRITTRICI, DONNE MILIZIANE E DONNE OPERAIE. DONNE APPOSTATE AD OGNI ANGOLO DI CASA, A OGNI PALPITO DI LOTTA, A OGNI TRINCEA DI VITA. (dal libro di Isabella Lorusso “Donne Contro”)

È un libro durato circa diciassette anni, che raccoglie le interviste alle donne che hanno vissuto la guerra civile spagnola, che hanno lottato “contro la fame, la guerra, il fascismo, ma anche contro padri, mariti, fratelli e compagni di partito”. È la storia delle donne del POUM (Partido Obrero de Unificatiòn Marxista nato nel 1935). A loro si unirono le anarchiche del gruppo femminista Mujeres Libres, ventimila donne, ben organizzate, che si distinsero dalle organizzazioni femministe borghesi di allora, perché la loro lotta andava oltre alla loro emancipazione, ma fu bensì una lotta per la rivoluzione sociale per la liberà di tutti.

70 MILA DONNE PRESERO PARTE IN ITALIA ALLA RESISTENZA
35 MILA PARTECIPARONO AD AZIONI DI GUERRIGLIA.

Molte di queste donne ebbero il ruolo di “Staffette”, trasportavano armi, materiale di propaganda e cibo. Un’attività questa fondamentale per la riuscita della resistenza antifascista. Quando venivano catturate, subivano torture e venivano violentate. Ma nonostante questo non erano armate, o per meglio dire non gli venivano concesse le armi. Il tabù delle donne che esercitavano la violenza era molto forte in quel contesto culturale ed anche per quelle che riuscirono ad usare le armi ci furono conseguenze e problemi di ordine privato e pubblico. C’è da dire che per poter essere riconosciute come partigiane, era necessario aver partecipato alla lotta armata per almeno tre mesi all’interno di un gruppo partigiano riconosciuto.

IRMA BANDIERA è una di queste donne. Nata a bologna nel 1915 morta il 14 agosto 1944. Militante dei GAP, combattente della settima brigata, quando fu catturata rimase nelle mani dei suoi carnefici per sette giorni, fecero scempio del suo corpo e quando alla fine capirono che non avrebbe mai parlato le cavarono gli occhi. I suoi compagni di brigata non abbandonarono i loro rifugi, perché erano certi che Irma non avrebbe parlato.

IL FEMMINISMO ARABO nasce tra la fine dell’800 e l’inizio del 900. L’organizzazione più famosa è stata l’UFE (unione femminista egiziana) costruirono una rete con le attiviste di tutto il mondo arabo approdando poi alla lega Panaraba delle donne. Donne Libanesi e Palestinesi che ebbero il pregio di unire musulmane e cristiane, dimostrando che il problema non era religioso, ma di tradizioni e di sfruttamento di classe.

LE MUGAHIDAT, sono le donne combattenti del Fronte di Liberazione Nazionale in Algeria (1954-1962). Divennero il simbolo della guerra di liberazione dai colonizzatori francesi, nonostante questo non ottennero pieni diritti di cittadinanza e uguaglianza.

LA PRIMAVERA ARABA (2010-2011), ha rappresentato l’evento geopolitico più significativo del 2011, una sollevazione contro i regimi dittatoriali nel Sud del mediterraneo. La partecipazione femminile è stata fondamentale per il successo delle rivolte. In Tunisia sono protagoniste della rivolta del Bacino minerario di Gafsa (2008), in Egitto giocano un ruolo determinante nell’onda lunga di proteste che ha inizio nel 2004 e raggiunge il suo apice nello sciopero generale del 2008. Per le donne arabe (ma non solo per loro) questa è un’esperienza di cui far tesoro, per la capacità di auto organizzarsi, un esempio per le generazioni a venire.

FANNO “PAURA” LE DONNE CURDE, organizzate nel YPJ (la formazione femminile dell’esercito curdo). Fanno paura per la loro indipendenza, auto organizzazione, auto addestramento. Le donne del Rojava sono consapevoli, altamente politicizzate, impegnate nella ricostruzione della loro storia. Chiamandole” “amazzoni” se ne banalizza il loro progetto, che ha radici in 40 anni di lotte per la libertà. Hanno lottato per l’emancipazione all’interno della loro società, delle loro famiglie, che spesso le hanno ostacolate, fino a portarle a decidere di combattere con le armi, a fianco degli uomini.

Da sempre vengono raccontate menzogne sulla vita dei rivoluzionari, per infangarne la memoria, ma è sempre sulle donne che si getta l’ombra più scura, riservando a loro gli aggettivi più denigratori. Si passa da “ciniche meretrici”, a definizioni come “passionarie”, “valchirie”. Si ricorre all’attacco personale, descrivendole in maniera sprezzante, e deridendole senza riconosce nessun tipo di maturazione politica dietro le loro scelte. Pur essendo vero che esiste una specificità di genere nel vivere i rapporti interpersonali, la scelta di aderire alla lotta è una scelta politica personale sia per gli uomini che per le donne. Ricostruendone anche le biografie di queste donne ribelli, si contribuisce a contestualizzare le loro scelte e a riconoscerne la valenza politica che meritano.
La risignificazione dell’8 marzo è lo strumento della lotta di classe attraverso cui la donna può emanciparsi.
C’è una bella immagine di donna con la quale voglio concludere. È la fotografia in copertina del libro di Ryszard Kapuscinski “Ancora un Giorno”, che ritrae Carlotta 20 anni combattente del MPLA (Angola) morta in combattimento nella cittadina di Balombo dopo aver portato in salvo alcuni dei suoi uomini.
Carlotta è appoggiata ad una ringhiera in tuta mimetica, imbracciando il fucile, e sorridendo alla vita.
S. O.

Condividi:

Comments Closed

Comments are closed. You will not be able to post a comment in this post.