DALLA GRU DELLA INNSE AL COLLETTIVO LAVORATORI GKN

Fa piacere rivedersi, fotografati sulla gru, dentro la INNSE nel 2009. Fa ancora più piacere essere citati dal “Collettivo Lavoratori GKN” che hanno condotto e stanno conducendo la nostra stessa lotta contro lo smantellamento della fabbrica e il licenziamento degli operai. Di esperienza ne abbiamo accumulata ...
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Fa piacere rivedersi, fotografati sulla gru, dentro la INNSE nel 2009. Fa ancora più piacere essere citati dal “Collettivo Lavoratori GKN” che hanno condotto e stanno conducendo la nostra stessa lotta contro lo smantellamento della fabbrica e il licenziamento degli operai. Di esperienza ne abbiamo accumulata ed è un bene che le diverse situazioni si confrontino per imparare dagli errori ed evitare di farci fregare nel peggiore dei modi, spacciando per vittorie delle sconfitte e togliendoci anche la forza di riconoscere le sconfitte per capire dove abbiamo sbagliato e chi ci ha condotto in quel porto.
Quando si inneggiò alla vittoria degli operai della INNSE dichiarammo, noi della gru, che avevamo vinto il premio di ritornare a fare gli schiavi salariati, tanto per segnalare che eravamo di una pasta particolare. Per noi non c’era il mito della dignità del lavoro a salario, produzione più o meno utile socialmente, alta tecnologia che ci contraddistingueva, eravamo semplicemente operai di una fabbrica che il padrone aveva deciso di chiudere e noi, dopo quarant’anni di lavoro metalmeccanico, dovevamo andare a casa. Quella comunità operaia, formatasi nel corso di tanti anni di resistenza su tutta le condizioni di lavoro, doveva disperdesi, quei mezzi di lavoro, quei capannoni che avevamo, con il nostro sfruttamento, pagato e ripagato, andavano sradicati e demoliti. Assieme alle lettere di apertura della procedura di licenziamento, che ci metteva direttamente alla porta, trovammo i cancelli chiusi e lì decidemmo, noi, di scavalcare le mura, di entrare in fabbrica, di occuparla e di proseguire l’attività produttiva. Il padrone ci avrebbe pagato lo stipendio pieno per i 75 giorni della procedura, l’importante era tenerci lontano dallo stabilimento per dargli il tempo di smontare il macchinario e ripulire l’officina. Ma noi eravamo dentro a finire le commesse, e la notte a fare la guardia alle macchine. Non poteva durare a lungo e non durò a lungo, da giugno a settembre, ma avevamo dimostrato che la produzione poteva proseguire senza la gerarchia di comando, che il macchinario non glielo avremmo mai messo a disposizione, che per metterci fuori dalla fabbrica dovevano mandare la forza e solo con la forza ci avrebbero potuto piegare.
Intanto il sindacato, la FIOM di cui eravamo storici attivisti, osservava e dichiarava che certi metodi di lotta erano improponibili. Ma noi facemmo di testa nostra. Quando ci buttarono fuori dallo stabilimento, e il giudice lo mise sotto sequestro, ci accampammo davanti e non passava più nemmeno un ago né in entrata né in uscita. Alla fine della procedura non sottoscrivemmo nessun accordo, la RSU e i dirigenti sindacali compatti dichiararono il mancato accordo e dopo pochi giorni arrivò la lettera di licenziamento per tutti. Rimanemmo compatti e continuammo il presidio per mesi, la solidarietà di tanti altri lavoratori e solidali ci rafforzò ma a nessuno abbiamo permesso di parlare a nostro nome, non avevamo bisogno di nessuna solidarietà elettorale, nessuna passerella di partiti e di nessun economista che ci spiegasse come si sarebbe potuta sviluppare la produttività del macchinario che difendevamo.
Per noi quel parco macchine era la base tecnica sulla quale la produzione poteva riprendere immediatamente ed un ostaggio nelle nostre mani da far valere al tavolo delle trattative. Avevamo di fronte dei padroni con i loro interessi, una legge pronta a riconoscere loro ogni diritto e la forza pubblica a farlo rispettare, ma noi avevamo una risposta per tutti: eravamo una coalizione operaia che difendeva una fabbrica con dei potenti mezzi di produzione installati e funzionanti, dei reali posti di lavoro e la nostra sopravvivenza. Contro la compattezza che dimostravamo, loro, ogni tanto titubavano, ci hanno lasciato qualche margine di manovra e innumerevoli volte hanno tentato di spingerci ad un accordo per chiudere la vicenda con ammortizzatori sociali classici, arrivarono fino a prometterci di costruire un nuovo capannone in altro luogo, con nuove macchine e un prodotto simile. Ci si è seccata la gola a rispondere sempre NO, ad ogni tavolo regionale e nazionale, a convincere i capi sindacali a non scendere a compromessi: l’unica soluzione era il riavvio della fabbrica, la continuità produttiva.
Non avevano scelta: o un accordo con queste caratteristiche o avrebbero dovuto piegarci con la forza; e finire piegati da una forza superiore dopo averla combattuta ci avrebbe permesso comunque di uscirne con onore.
Ad un certo punto schierarono qualche centinaio di poliziotti, sgomberarono di forza il presidio, il padrone entrò in fabbrica per smontare il macchinario. Eravamo persi, fuori dai cancelli tenuti lontani dalle forze dell’ordine, ma è qui che tentammo l’ultimo colpo: per vie traverse arrivammo sulla gru all’interno della fabbrica e ci attestammo in quella posizione. Con noi che dall’alto gridavamo alla squadra che sbullonava le macchine di fermarsi, con quelli fuori che ogni momento diventavano più numerosi lo smontaggio venne sospeso. Era chiaro a tutti che dovevano venirci a prendere con la forza, mentre intorno alla fabbrica montava l’ondata di solidarietà, nella città di Milano.
Tutte le istituzioni, compresa la FIOM ai suoi più alti livelli -che a quel punto non poteva far altro che coprirci le spalle-, avevano capito che bisognava cercare una via d’uscita. Nei giorni della gru furono diversi gli imprenditori che si presentarono per acquisire lo stabilimento, il Comune di Milano studiò una proposta allettante per attribuire gratuitamente il terreno ad un eventuale compratore. L’accordo per chiudere 14 mesi di lotta fu raggiunto in Prefettura, lo valutammo sulla gru, lo sottoscrivemmo alla mezza luce delle lampade del capannone, prevedeva una nuova proprietà con la ripresa dell’attività produttiva un mese dopo, con l’assunzione di tutti i dipendenti, l’utilizzo delle stesse macchine che sarebbero state rammodernate negli anni successivi, stesse condizioni salariali e normative.

Sono passati 13 anni da quel giorno, abbiamo continuato a farci sfruttare dal nuovo padrone, abbiamo continuato l’antico e moderno braccio di ferro fra padroni ed operai, la INNSE non si è sviluppata come ci avevano promesso, abbiamo dovuto subire anche dei licenziamenti che il tribunale ha definito illegittimi e discriminatori, ma una cosa è innegabile ed è oramai storia: con noi il padrone si è rotto le corna, la fabbrica non gliela facemmo chiudere. Poi sono loro che comandano, sono loro che hanno in mano il nostro destino, ma fino a quando? Fino a quando la coalizione operaia non diventerà partito e gli operai collettivamente non prenderanno nelle proprie mani la gestione della produzione togliendola da quelle catene che ne determinano tempi e modi in funzione dell’arricchimento dei padroni dell’industria e delle finanze.
Perché fornire questo rapido riassunto della nostra esperienza? Perché niente vada perso delle diverse tattiche che hanno messo in campo gli operai nella lotta alla chiusura delle fabbriche ed ai licenziamenti che ne conseguono, dei diversi rapporti che hanno stabilito con i sindacati ufficiali e le istituzioni politiche. Noi abbiamo imparato, e ci auguriamo che valga per tutti, a non delegare a nessuno la nostra rappresentanza, le nostre firme agli accordi sono preziose, segnano la nostra vita, e sopratutto occorre costituire una forza operaia unita e compatta e preservarla. L’unica ragione che costringe il padrone a rispettare gli impegni è la forza operaia e sappiamo per esperienza quanto sia facile per lui ridurli a carta straccia nel silenzio – assenso di tutti.
E. A.

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