ACCIAIERIE D’ITALIA TARANTO, IL REGIME DELLA PAURA

L’azienda crea un clima di intimidazione e paura per ottenere l’omertà sul regime di terrore e morte in fabbrica. Il malcontento è enorme, ma non potrà mai organizzarsi ed esplodere con i pietosi appelli che l’Usb rivolge al governo e ai ministri
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L’azienda crea un clima di intimidazione e paura per ottenere l’omertà sul regime di terrore e morte in fabbrica. Il malcontento è enorme, ma non potrà mai organizzarsi ed esplodere con i pietosi appelli che l’Usb rivolge al governo e ai ministri


 

L’ultimo scatto di arroganza è stato l’allungamento dei turni nel reparto di Colata continua per impedire agli operai di partecipare allo sciopero di 24 ore proclamato dalle 7 di mattina di venerdì 21 maggio da Fiom, Fim e Uilm per protestare contro il licenziamento di un operaio e la sospensione di altri due in seguito a un incidente sul lavoro avvenuto il 5 aprile. È vero che era uno sciopero formale, tanto che i sindacati lo avevano limitato a un reparto. Gli operai avrebbero potuto anche non aderirvi. Ma è la dimostrazione ulteriore che nello stabilimento siderurgico Acciaierie d’Italia (azienda costituita dall’Am InvestCo Italy e dall’agenzia governativa Invitalia e subentrata nelle operazioni della filiale italiana della società franco-lussemburghese ArcelorMittal) di Taranto l’arroganza sempre più sfrenata dell’azienda contro gli operai è diventata la misura di uno strapotere ormai intollerabile.
L’azienda ha predisposto unilateralmente le comandate allargate su tre turni derogando all’accordo integrativo del 1989 sulle procedure di raffreddamento, in modo da non permettere agli operai di partecipare allo sciopero del 21 maggio. I coordinatori di fabbrica dei tre sindacati hanno protestato, ma l’azienda ha tirato dritto: si è fatta beffe degli “amici” sindacalisti ed è intervenuta direttamente per piegare gli operai.
Per gli operai dello stabilimento siderurgico di Taranto l’arroganza padronale, che si manifesta sotto continue forme di intimidazione, estesa anche alla vita fuori della fabbrica, è la misura del clima di paura che si vive in fabbrica, uno stillicidio quotidiano di frustate sulla carne viva. L’azienda, attraverso la direzione, impone un clima di terrore basato su punizioni e ritorsioni per impaurire gli operai e costringerli a piegare la testa e accettare tutto in silenzio. L’elenco delle espressioni di tale arroganza è, proprio per la loro quotidianità, senza fine. Citarne alcune non dà giustizia del silenzio imposto agli operai, dentro e anche fuori la fabbrica, ma dà comunque un’idea del regime dittatoriale che vige dentro. L’imposizione agli operai di andare a lavorare a comando durante il lockdown del 2020, salvo metterli tutti o in larga parte in cassa integrazione alla bisogna. Il licenziamento dell’operaio che a marzo 2020 aveva denunciato sui social la mancanza di mascherine e disinfettanti. Il licenziamento dell’operaio che sempre sui social aveva invitato a vedere in tv un telefilm che trattava delle morti causate da un’acciaieria inquinante e aveva aggiunto un post ritenuto denigratorio dalla dirigenza (mentre un secondo operaio era stato “perdonato” e riammesso al lavoro dopo essersi “scusato”: qualcosa che ricorda la “magnanimità” di un re medioevale verso un suddito!). La sospensione, prima, e il licenziamento, poi, di un operaio del reparto di Colata continua con l’accusa di aver causato l’incidente del 5 aprile. La faccia tosta – dopo che lo Spesal ha scoperto che ArcelorMittal aveva sostituito, senza seguire l’iter previsto in questi casi, la lingottiera (macchina all’interno della quale l’acciaio liquido viene trasformato in bramme), e ha negato il parere favorevole per il prosieguo dell’attività dell’impianto – di sospendere altri due operai e di mettere tutti i restanti per alcuni giorni in cassa integrazione. E l’imposizione a tutti gli operai – intimorendoli con la minaccia del licenziamento per ottenere l’omertà sul regime di terrore e morte in fabbrica – di tacere per le quotidiane fughe di gas, gli scoppi, le esplosioni, i fumi neri grigi rossastri, gli elementi che costituiscono l’inferno quotidiano nel quale sono costretti, come schiavi legati ai remi delle galere romane, a lavorare, vivere, rischiare la salute e la vita.
Di fronte a tale scenario di guerra di classe sono ridicole le posizioni attendiste sia di Fiom, Fim e Uilm, che al boicottaggio dello sciopero del 21 maggio rispondono in un comunicato paventando che “tale situazione inevitabilmente potrà ripetersi in futuro in occasione di altre iniziative di mobilitazione da parte dei sindacati”, sia dell’Usb, per la quale “è gravissimo che il Governo continui a non far nulla per ristabilire l’equilibrio a favore di chi opera nella fabbrica; soprattutto oggi alla luce dell’ingresso dello Stato nella gestione dello stabilimento con il cda di Acciaierie d’Italia” e poi “il silenzio dei ministri del Lavoro e dello Sviluppo economico, come quello del presidente di Acciaierie d’Italia, delude le nostre aspettative. Orlando, Giorgetti e Bernabè non hanno finora preso le distanze da quella che vuole a tutti i costi essere la gestione del terrore. Vanno cacciati via da Taranto l’ad Morselli, il responsabile delle Risorse umane Ferrucci, e tutti coloro che stanno contribuendo a rendere insostenibile il clima in azienda. Se il Governo non è interviene, diviene complice di questa situazione”.
Malgrado tutto, a Taranto il malcontento è enorme e la brace cova sotto la cenere. Ma non è così che potrà organizzarsi e trasformarsi in fiamme e fuoco.
L.R.

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