MENO OPERAI, PIÙ STIPENDIO

La Ford taglia 5.000 posti, i profitti si sono dimezzati, le azioni sono scese del 40%. Lo stipendio del capo passa da 16,7 a 17,8 milioni di euro Sono oltre 5.000 gli esuberi previsti dalla Ford per le fabbriche che il gruppo statunitense ha in Germania. Poichè dei 53.000 dipendenti dislocati nelle 15 fabbriche europee, circa 24.000 sono negli stabilimenti tedeschi coinvolti, stiamo parlando della riduzione di ben un quarto della forza-lavoro. Sono previsti tagli, ma i numeri non sono stati ancora indicati, anche negli stabilimenti in Gran Bretagna. La ragione, ci viene spiegato, è che le vendite in […]
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La Ford taglia 5.000 posti, i profitti si sono dimezzati, le azioni sono scese del 40%. Lo stipendio del capo passa da 16,7 a 17,8 milioni di euro

Sono oltre 5.000 gli esuberi previsti dalla Ford per le fabbriche che il gruppo statunitense ha in Germania. Poichè dei 53.000 dipendenti dislocati nelle 15 fabbriche europee, circa 24.000 sono negli stabilimenti tedeschi coinvolti, stiamo parlando della riduzione di ben un quarto della forza-lavoro. Sono previsti tagli, ma i numeri non sono stati ancora indicati, anche negli stabilimenti in Gran Bretagna.

La ragione, ci viene spiegato, è che le vendite in Europa e Cina sono diminuite e “l’anno scorso l’utile netto di Ford è stato più che dimezzato, con perdite praticamente ovunque tranne che in nord America”. Dato che sulla base dell’utile netto i consigli di amministrazione decidono la quota da distribuire per ogni azione, vuoi, pertanto, per il 2019 non prendere immediati provvedimenti?

Si concretizza così quello che a gennaio era un generico piano di ristrutturazione per riportare Ford Europa a un utile netto adeguato per gli azionisti, ovvero aumentare ancora i profitti con il più classico meccanismo: produrre di più con meno operai. Così, scrivevano a gennaio, verrà perseguito l’obbiettivo: «la riduzione dei costi strutturali» che saranno favoriti «dalla riduzione del surplus di forza lavoro attraverso tutte le funzioni». Son fantastici, che linguaggio! I salari degli operai produttivi sono “costi strutturali”, necessari ma da contenere, poiché il problema è il “surplus di forza lavoro”. Già, un surplus di operai rispetto a quanti, sempre più ridotti relativamente, servano alle nuove condizioni produttive, ovvero siano adeguati in numero (e valore) a produrre automobili con profitto, il quale deve costantemente aumentare.

In tutta la vicenda, anche il giornalista più servo non ha potuto non accorgersi quanto fosse stridente che l’annuncio dei 5.000 licenziamenti si accompagnasse alla notizia che l’amministratore delegato, Jim Hackett, avesse ricevuto nel 2018 uno stipendio di 17,8 milioni di dollari, in aumento rispetto ai 16,7 milioni dell’anno precedente. Ma nessuno, invero, ha pensato bene che proprio quello fosse il costo, non “strutturale”, bensì sociale, che si potesse davvero eliminare, licenziandolo. Tanto, la funzione di questi super manager è quella di sfruttare più intensamente possibile gli operai e, nella società diretta dagli operai stessi, possono benissimo trovare posto su una qualunque linea di montaggio.

I commentatori economici si sono ben guardati dal mettere in discussione il profitto, ma solo la sua ripartizione, si sono meravigliati di quanto sia finito nelle tasche del manager e quanto avrebbe potuto finire nell’utile netto e quindi agli azionisti. Se il manager si fosse limitato nel suo reddito, e il reddito dell’azionista fosse aumentato di conseguenza, ovvero il plusvalore dagli uni fosse andato agli altri, i quali si contendono con la lotta la ricchezza prodotta dagli operai, nessuno tra i commentatori avrebbe avuto niente da ridire. Tutti d’accordo sulla necessità che comunque agli operai tocchi subire i licenziamenti secondo le leggi dello sviluppo capitalistico. Rimane in ogni caso il fatto che questa bella società si regga su un sistema economico che premia un dirigente sulla base di quanti più uomini riesce a spingere verso il basso della piramide, verso la miseria.

R.P.

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