Pavel è morto a 43 anni: l’ipocrisia dei bottegai

Caro Operai Contro, se hai 43 anni e sei pieno di metastasi, ti manca un polmone e un testicolo, allora puoi morire per strada, sotto lo sguardo “scosso” dei commercianti della zona. Se “i parenti non vengono a prendere la salma, finirà nella fossa comune”, dice un negoziante della catena Compro oro. Un altro dell’abbigliamento, si “rammarica” dopo averlo visto morire dal suo negozio. Un terzo bottegaio che vende scarpe, “s’indigna” per il ritardo dell’autoambulanza. Sulla strada dove viveva Pavel, tutti i bottegai della zona lo conoscevano, sapevano che le sue condizioni si erano aggravate, ma nessuno di loro […]
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Caro Operai Contro,

se hai 43 anni e sei pieno di metastasi, ti manca un polmone e un testicolo, allora puoi morire per strada, sotto lo sguardo “scosso” dei commercianti della zona.

Se “i parenti non vengono a prendere la salma, finirà nella fossa comune”, dice un negoziante della catena Compro oro. Un altro dell’abbigliamento, si “rammarica” dopo averlo visto morire dal suo negozio. Un terzo bottegaio che vende scarpe, “s’indigna” per il ritardo dell’autoambulanza.

Sulla strada dove viveva Pavel, tutti i bottegai della zona lo conoscevano, sapevano che le sue condizioni si erano aggravate, ma nessuno di loro è intervenuto perché in quello stato non poteva più vivere sulla strada. E neanche col passare dei giorni nessuno di loro è intervenuto, perché avesse almeno una comune dignitosa morte.

I bottegai degni esponenti della società dei padroni, si mostrano dispiaciuti per la morte di Pavel.

La solita ipocrisia: fingono di commiserare gli emarginati da morti, dopo essere stati i responsabili con questo sistema sociale, che li ha prodotti e denigrati da vivi.

Saluti da Portici

 

Mando l’articolo del Mattino di Napoli

La sua famiglia di strada si raduna poco a poco, sul marciapiede di via Toledo dove quell’esistenza da girovago è arrivata al capolinea. Una vita randagia, come quella dei suoi inseparabili compagni di viaggio. Pavel l’hanno portato via che era già morto, mentre i due cani che lo seguivano ovunque ululavano di disperazione contro gli infermieri che caricavano sull’ambulanza il corpo molle del loro padrone. Il suo viaggio, cominciato 43 anni fa nella Repubblica Ceca, è finito ieri verso le dieci e mezza, nel caos di metà mattinata. Lo ha stroncato un arresto cardiaco, raccontano ancora scossi i commercianti della zona, che ad un tratto l’hanno trovato col busto riverso sulle gambe. Ma in questa veglia improvvisata che conta più cani che cristiani, la sua amica Jana, seduta a terra davanti alle vetrine spoglie di un negozio con altri sei o sette vagabondi, racconta: «Stava male, era pieno di metastasi e già gli mancavano un polmone e un testicolo».

 

Il pensiero va subito ai due figli avuti da una connazionale, che stanno cercando disperatamente di rintracciare. «Era stato diciassette anni qui, poi era tornato nella sua città d’origine e infine un anno e mezzo fa si era trasferito di nuovo a Napoli. Il suo soprannome in ceco significava pesce d’acqua dolce, era un buono», dice la ragazza, che ha 29 anni ed è ceca anche lei, mentre smanetta nervosamente sul cellulare. «Vorremmo avvertire i familiari, ma la sua ex non risponde al cellulare e la madre ha ottant’anni», aggiunge con un filo di voce Jana, delineando i contorni di un’esistenza sbandata. Senza il riconoscimento dei parenti, Pavel finirebbe emarginato anche da morto.

 

«Se i parenti non vengono a prendere la salma, finisce nella fossa comune», avverte Franco Imparato, che ha un negozio di Compro oro in via Toledo ed ha appena lasciato un mazzo di fiori nel punto in cui l’uomo si è spento. «Ogni tanto gli portavo il caffè, gli davo qualche euro – ricorda Stamattina ero andato in banca, e quando sono tornato l’ho trovato sotto quel lenzuolo bianco». Ricardo, vichingo dai capelli lunghi con le braccia quasi completamente coperte dai tatuaggi, con quell’amico che adesso non c’è più ha lavorato in miniera. «Per me vivere per strada è una scelta di vita, una scelta contro questo sistema di m… che vorrebbe farci pagare le tasse e renderci schiavi. Io per lo Stato, per i politici, per le banche non esisto. E non voglio niente da nessuno», sbotta. Poi gira i tacchi e si allontana. Jana, gli occhi rossi e gonfi di lacrime, ascolta in silenzio. «Perché viviamo così? Non ho voglia di rispondere a queste domande, adesso sto pensando solo a come reagiranno sua madre e i suoi figli», replica. Arriva anche Betta, napoletana di trent’anni che alcuni mesi fa ha occupato con un gruppo di cechi e di austriaci una casa abbandonata a Montesanto.

 

«Pavel amava questa città», vuole far sapere. E anche la Napoli che gli stava intorno si era affezionata a lui. «Camminava con una stampella, si vedeva che era sofferente. L’amico ha provato a rianimarlo, ma non c’è stato niente da fare», si rammarica il titolare di un negozio di abbigliamento che dal marciapiede di fronte ha assistito al dramma. E dietro al bancone di un negozio di scarpe da ginnastica una signora bruna s’indigna: «L’ambulanza è arrivata dopo tre quarti d’ora, una cosa inaccettabile. Io nell’attesa gli ho portato un po’ d’acqua, ma era cianotico, stava malissimo. È stata una scena terribile, ancora non mi sono ripresa». Sono quasi le due. Davanti al negozio chiuso non c’è più nessuno, ma un paio di metri più in là da un bidone grigio spunta ancora il pietoso lenzuolo che ha nascosto allo sguardo dei passanti il corpo senza vita del clochard. Un dettaglio, un piccolo segno al quale nessuno fa caso: prima di partire, the shopping must go on.

 

 

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