UNO, DUE, CENTO SINDACATINI

Pubblichiamo questo scritto di D. E. non tanto per il dibattito, non ci interessa ne il SiCobas ne Il SolCobas, ma vogliamo ribadire ancora una volta la necessità della lotta contro il lavoro salariato, per non cadere in questi pallosi confronti. Daremo sempre notizia delle lotte operaie e criticheremo sempre le mosche cocchiere. I sindacati grandi e piccoli, ma anche i migliori divengono preda dell’aristocrazia operaia e collaborano con i padroni. Il loro compito non è abolire il lavoro salariato, ma contrattare con il padrone a che prezzo venderla Per combattere l’aristocrazia operaia è necessario il Partito Operaio Oggi […]
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Pubblichiamo questo scritto di D. E. non tanto per il dibattito, non ci interessa ne il SiCobas ne Il SolCobas, ma vogliamo ribadire ancora una volta la necessità della lotta contro il lavoro salariato, per non cadere in questi pallosi confronti. Daremo sempre notizia delle lotte operaie e criticheremo sempre le mosche cocchiere.

I sindacati grandi e piccoli, ma anche i migliori divengono preda dell’aristocrazia operaia e collaborano con i padroni. Il loro compito non è abolire il lavoro salariato, ma contrattare con il padrone a che prezzo venderla

Per combattere l’aristocrazia operaia è necessario il Partito Operaio

Oggi la questione più importante è la costruzione del Partito Operaio

La Redazione

Lotta politica e lotta economica: una divisione contro natura

La recente spaccatura del SiCobas e la conseguente nascita del SolCobas pone all’ordine del giorno il rapporto tra la lotta economica e la lotta politica. È una vecchia storia che si trascina da anni ma che con l’attuale crisi del modo di produzione capitalistico diventa fondamentale per dare una prospettiva alle lotte operaie e proletarie che, inevitabilmente, scoppiano. Ho preso spunto dal documento di nascita del SolCobas del 12 giugno 2016 [Ai militanti del sindacalismo di classe e dell’autorganizzazione operaia (in allegato)] e ho rivisto un mio vecchio articolo, dove abbozzavo le questioni ora venute pesantemente alla ribalta. Ho cercato di dare una visione generale alle questioni poste dai compagni del SolCobas. Molte cose restano ovviamente da approfondire. Lo farò volentieri con chi ha le carte in regola per farlo.

Se la storia non è un’astrazione, ma è il frutto di rapporti materiali tra le classi sociali, dobbiamo ricondurre la divisione tra lotta economica e lotta politica a una precisa fase storica, alla fase di inizio e sviluppo del modo di produzione capitalista in Europa e in Nord America, ovvero dalla fine del Settecento all’inizio Novecento. In questa fase, le lotte «economico-sindacali» del nascente movimento operaio si combinavano con lotte politiche democratico-borghesi, per la piena democrazia, contro i residui (privilegi) di origine feudale. La lotta politica, in questa fase, era separata dalla lotta economica, in quanto la lotta politica era condotta in alleanza, diretta o indiretta, con la borghesia democratica. Ovviamente, le ricadute politiche favorivano la lotta economica, consentendo agli operai più ampie possibilità di organizzazione sindacale (società di mutuo soccorso, cooperative, ecc.).

Nascita del movimento operaio europeo

Per il moderno movimento operaio, dopo la «congiura degli Eguali» di Babeuf (Francia, 1796), l’esordio politico fu il movimento Cartista inglese, sorto nel 1838 sulla base di un documento (la «carta»), articolato in sei punti, che rivendicava il suffragio universale maschile, elezioni annuali a scrutinio segreto, revisione delle circoscrizioni elettorali e una rappresentanza operaia in parlamento, che sarebbe stata permessa grazie all’abo-lizione di limiti di censo per i candidati e dall’introduzione dell’indennità parlamentare.

Queste rivendicazioni furono sostanzialmente riprese da Friedrich Engels e Karl Marx quando, nel 1847, scrissero il Manifesto dei comunisti.

Nella seconda meta dell’Ottocento, il movimento operaio di orientamento socialista (Prima e Seconda Internazionale) fece propria la lotta per i diritti democratici. Tuttavia, mentre la Prima Internazionale (o Associazione internazionale dei lavoratori, 1864-1876) fu un’organizzazione unitaria, politica ed economica (e questo orientamento vale sia per Marx che per Bakunin, nonostante i dissensi), la Seconda Internazionale (o Internazionale socialista, 1889-1914) fu un’organiz-zazione «bicefala» (o schizofrenica): da una parte i partiti politici che si definirono social-democratici e dall’altra i sindacati operai. Nonostante le buone intenzioni, la coabitazione tra partiti e sindacati fu contraddistinta da crescenti contrasti, dal momento che i sindacati divennero la fucina delle pratiche di compromesso sociale che alimentavano la corrente riformista nei partiti (via parlamentare al socialismo). Questa situazione, fin dall’inizio, rendeva assai problematica la tesi di Lenin che avrebbe voluto fare del sindacato la cinghia di trasmissione tra la classe operaia e il partito rivoluzionario.

America e Russia a confronto

Negli Stati Uniti, dove il modo di produzione capitalista non dovette fare i conti con preesistenti formazioni economico sociali (o meglio, la questione fu risolta con lo sterminio degli indigeni), il movimento operaio assunse forme organizzative indipendenti, in cui gli aspetti economici non erano separati da quelli politici. L’esempio più compiuto furono gli Industrial Workers of the World (Iww  o wobblies), un’organizzazione nata nel 1905 a Chicago sull’onda di precedenti lotte operaie.

Al contrario, in Russia, la lotta contro il dispotismo zarista, segnò profondamente la nascita di una tendenza socialista con pretese marxiste (Partito Operaio Socialdemocratico Russo, Posdr), in cui confluirono tutte le contraddizioni irrisolte della Seconda Internazionale.

Nonostante queste contraddizioni (ma forse proprio per questo), in Russia sorsero ed ebbero grande importanza politica i soviet (i consigli), organismi di autorganizzazione politica ed economica degli operai e dei contadini. La loro nascita, nel 1905,  avvenne al di fuori di ogni iniziativa del Posdr e anche della sua ala sinistra, i bolscevichi di Lenin (anzi, all’inizio i soviet furono osteggiati). Nel 1917, i soviet furono i protagonisti della rivoluzione. Solo dopo il 1918, i bolscevichi riuscirono a sottometterli, prima al partito, poi al governo e quindi allo Stato cosiddetto sovietico. E i soviet divennero dei gusci vuoti[1]. Ma ormai questa esperienza di autorganizzazione proletaria aveva raggiunto una risonanza che investiva l’Europa intera e si connetteva con le lotte degli Iww  americani.

In Russia, intanto, i bolscevichi avevano ripristinato la legge che subordinava gli operai al partito dei «rivoluzionari di professione», ovvero gli intellettuali che poi sarebbe diventati i burocrati. Ma prima, dovettero soffocare nel sangue ogni forma di ribellione e dissenso, come la cosiddetta makhnovcina in Ucraina (novembre 1920) e la rivolta di Kronštadt (marzo 1921).

Sfruttando l’entusiasmo suscitato dalla rivoluzione in Russia, i bolscevichi ebbero una posizione egemone nella Terza Internazionale (la cosiddetta Internazionale comunista, 1919-1943) e riuscirono a imporre la tesi che separava partito e sindacato, con la «teoria» leninista della «cinghia di trasmissione». Presto, questa concezione venne fatta propria da molti esponenti del movimento operaio internazionale, quasi fosse un articolo di fede. Le conseguenze furono ovunque deludenti e a volte deleterie; riguardarono comunque esperienze limitate nel tempo e nello spazio, con buona pace dei leninisti inossidabili che, in verità, solo in Italia hanno ancora qualche tifoso.

Nella logica dell’ipotesi leninista, l’ultima spiaggia è rappresentata dalla prospettiva di costruire o restaurare il sindacato «rosso e di classe», ancora oggi sostenuta da alcuni epigoni della Sinistra comunista «italiana (cosiddetta bordighista). A mio avviso, il sindacato può essere «rosso e di classe» solo se ha una visione politica «rossa e di classe». In questo caso,  viene però meno la divisione tra lotta politica e lotta economica. Quello che si getta dalla porta rientra dalla finestra.

Nella realtà storica del movimento operaio organizzato, i partiti di stampo leninista ebbero vita breve e stentata, anche perché presto (1923) divennero uno strumento dello Stato sovietico che fece strame degli interessi operai. Per cui è inutile dedicargli troppa attenzione. Ci sono esperienze operaie ben più ampie e ben più incisive.

Oltre che negli Usa, situazioni assai significative si ebbero in Germania, Olanda, Gran Bretagna e, parzialmente, in Italia e in Francia, dove alla fine della guerra (1918-1921) sorsero tendenze consiliari che cercavano di unire (o perlomeno di coniugare) lotta economica e lotta politica.

Queste esperienze consiliari furono tutt’altro che omogenee, ma non ebbero modo di confrontarsi per dare spazio alle linee di convergenza[2]. In Italia, ci fu la reazione fascista che assestò la mazzata finale al movimento di occupazione delle fabbriche (estate 1920), già guastato dai riformisti del Psi e della Cgl. Ma, soprattutto, ci fu la bolscevizzazione dei partiti comunisti della Terza Internazionale che, ingabbiandoli negli schemi bolscevichi, castrava le possibilità di confrontare le diverse esperienze. Frutto, peraltro, di situazioni socio-economiche assai differenti da quelle della Russia.

La soluzione anarco-sindacalista

Il movimento operaio di indirizzo politico anarchico aveva toccato con mano i limiti insiti nella divisione tra lotta economica e lotta politica (partito-sindacato). All’inizio del Novecento, cercò di trovare una soluzione, ma seppe fornire solo un rimedio temporaneo, non risolutivo: un rimedio «sintomatico», che cura i sintomi ma non le cause. Il rimedio fu l’anarco-sindacalismo, una soluzione che strada facendo smarrii gli originari contenuti politici rivoluzionari, approdando a un sindacalismo radicale, ma pregno di ambiguità che, in Spagna, non ressero di fronte alla repressione statal-stalinista del maggio 1937.

Ciò non toglie che in Spagna l’attività dei Comitati di difesa della Confederación Nacional del Trabajo (la Cnt), prima e durante la guerra civile (1933-1938), segnò una delle maggiori (se non la maggiore) esperienza di autonomia proletaria[3].

Se è lecito paragonare le grandi cose con le piccole cose, si potrebbe dire che l’attuale sindacalismo di base (Usi, Cub, Usb, SiCobas …) si dibatte oggi in Italia nella medesima impasse politica del vecchio anarco-sindacalismo … oltre che del vecchio leninismo.

Nascita e declino degli Iww

Anche negli Stati Uniti d’America, l’esperienza degli Workers of the World (Iww) raggiuse momenti di autonomia proletaria paragonabili a quelli dei Comitati di difesa della Cnt. La situazione americana era però assai diversa e merita alcune considerazioni che hanno valenze generali per il moderno movimento operaio organizzato.

Una critica superficiale liquida gli Iww dicendo che, alla fin delle fiere, sono stati sconfitti per mancanza di una solida organizzazione (come se i partiti leninisti avessero ottenuto qualche risultato!). Sicuramente gli Iww sono stati sconfitti, ma vediamo come avvenne la loro sconfitta e quali conseguenze ebbe.

1) Gli Iww affrontarono per primi una situazione capitalista oggettivamente assai più avanzata di quella allora prevalente. Di conseguenza, si trovarono isolati dal movimento operaio internazionale, con le eccezioni dell’Australia (poca cosa) e, parzialmente, di Germania, Olanda e Gran Bretagna. Ma quando in questi ultimi Paesi presero piede le tendenze consiliariste e anarco-sindacaliste vicine agli Iww (1918-1920), negli Usa gli Iww entravano nella fase declinante.

2) Negli anni 1917-1919, gli Iww (e in generale il movimento operaio radicale Usa) subì  una violenta repressione «preventiva», che l’Europa avrebbe conosciuto di lì a poco: in Italia con il fascismo (dal 1920-1922), in Germania con il nazismo (dopo il 1931), in Spagna con il franchismo (1936). Nel 1930, in Unione Sovietica, era stato istituito il lavoro coatto (il GuLag). Dopo di che, a livello internazionale, gli operai rivoluzionari ebbero poche carte politiche da giocare, in una partita che ormai era truccata.

3) Infine, gli Iww espressero (loro malgrado) una tendenza oggettiva che rappresentava gli operai in quanto tali, organizzati sulla base della categoria (come per es. la Uaw, United Auto Workers, sindacato del settore auto, nato a Detroit nel 1935[4]), contrapposta al vecchio sindacalismo di mestiere (professionale) dell’American Federation of Labor (Afl, nata nel 1886), espressione delle aristocrazie operaie. Di conseguenza, gli Iww andarono incontro, sottolineo loro malgrado, all’evoluzione del modo di produzione capitalista (espresso dal fordismo e dalla politica del New Deal varata da Keynes & Roosevelt), favorendo la nascita del moderno sindacalismo di categoria (Cio, Congress of Industrial Organization, nato nel 1938). Pur con i suoi limiti, il Cio durante la guerra proclamò scioperi in aperto contrasto con le direttive di «tregua sindacale» imposte dall’amministrazione Roosevelt con l’appoggio  degli stalinisti del Pcusa.

In seguito (1955), il Cio si unì all’Afl (Afl-Cio), dando vita a un «partito politico» (o meglio a una lobby), che da allora opera nel Partito democratico, come in Gran Bretagna le Trade Unions operano nel Partito laburista, pur nella divisione dei compiti.

Questi risultati furono raggiunti, non solo grazie alla posizione predominante dell’imperialismo anglo-americano, ma anche attraverso lotte senza esclusione di colpi che, persi i connotati di classe, assunsero quelli del racket (vedi le vicende della Federation Interstate Truckers-Fist[5]).

Dopo la crisi del 1929, tutti i partiti politici borghesi (di destra e di sinistra: fascismo, socialdemocrazia, stalinismo) dei Paesi capitalisti avanzati (ma non solo) riuscirono a prevaricare i sindacati operai e li sottomisero alle proprie strategie che, in una prima fase (anni Trenta-Sessanta), assunsero contenuti sociali progressisti (il welfare), alimentati alla fine delle Seconda guerra mondiale da un ciclo economico espansivo (la Golden Age).

Nel lessico leninista, questa particolare fase del movimento operaio occidentale viene definita col termine tradeunionismo, poiché le premesse furono poste all’inizio del Novecento dai sindacati inglesi (le Trade Unions) e dal Partito laburista, con lo scopo di coniugare gli interessi del lavoro con quelli del capitale, in una prospettiva riformista.

Fine del welfare (e del tradeunionismo)

Dalla metà degli anni Settanta, ossia da quando siamo entrati un ciclo economico declinante, i margini politici del welfare (e quindi anche del tradeunionismo) si sono ridotti ai minimi termini, fino a scomparire. Tuttavia, i proletari non hanno scardinato (anche se contestano) la subordinazione dei sindacati ai partiti borghesi. Anzi, proprio in quel periodo, i sindacati sono diventati una componente fondamentale della politica borghese, soprattutto in Italia, accettando prima la «politica dei sacrifici» (1975, Lama-Berlinguer) e poi la concertazione (1993, Ciampi-Prodi-Cofferati & Co). Dopo di che, il peggio non ha più avuto fine …

La difficoltà di fare il salto dalla difesa economica alla lotta politica nasce dal fatto che da più di trent’anni i proletari devono affrontare un attacco permanente contro le loro condizioni di vita e di lavoro, un attacco che li costringe a disperate lotte di retroguardia, in cui anche minimi organismi di difesa economica (il sindacalismo di base) spesso finiscono per essere l’unica ancora di salvezza, il meno peggio. Ma non è proprio il caso di far di necessità virtù. Visto che la posta in gioco è una catastrofe, che solo gli apologeti del capitale (o gli imbecilli) possono negare.

Contro la crisi globale, lotta globale

Nella seconda metà del Novecento, il modo di produzione capitalista è giunto alla sua fase matura, connotando l’intero pianeta. Anche i Paesi che hanno raggiunto per ultimi la loro indipendenza politica sono strettamente legati alla tendenza economica generale. Di conseguenza, anche il movimento operaio di questi Paesi non può limitarsi a occasionali rivendicazioni economiche, ma si trova immediatamente a fare i conti con la cosiddetta «globalizzazione», ovvero con il capitalismo mondiale, e con tutti gli sconquassi che ne derivano. Come mostra l’attuale crisi globale del capitalismo.

In questa fase, qualunque organismo proletario conseguente, in qualunque Paese del mondo, anche partendo da una lotta «economica» limitata, finisce per farsi carico, anche se non lo vuole, di una serie di questioni politiche, o meglio di tutte le questioni politiche. Per esempio, la difesa della salute dei lavoratori non può fermarsi entro i cancelli della fabbrica, poiché il problema investe un ambiente molto più vasto, che oggi comprende tutto l’am-biente in cui noi viviamo… I disastri sono sotto i nostri occhi: dall’Ilva di Taranto alle polveri sottili di Milano … e chi più ne ha più ne metta.

Oggi, con la crisi globale del capitale, questa constatazione assume un significato ancora più profondo e incalzante. La condizione operaia ha assunto una caratteristica flessibile (liquida): ieri lavoravi in fabbrica, oggi sei disoccupato, domani sbarcherai il lunario con lavori occasionali (precari)… E la precarietà lavorativa viene disciplinata dalla legge (il Jobs Act, la Loi Travail …), diventa la norma.

E se il lavoro diventa precario, anche le condizioni di vita complessive diventano precarie … Per cui la lotta operaia non può fermarsi entro la fabbrica, deve investire la condizione proletaria complessiva, oltre a salario & orario, vitto & alloggio, per capirci, più sanità e scuola, difesa dell’ambiente … senza accontentarci delle briciole per sopravvivere. Vogliamo il Pane & le Rose! Dicevano gli wobblies. E a maggior ragione, dobbiamo dirlo oggi, di fronte all’inesorabile abbruttimento delle nostre condizioni di esistenza.

E soprattutto dobbiamo prendere il nostro destino nelle nostre mani. Così come in alcuni luoghi di lavoro, non molti in verità ma significativi (in primis la logistica), stanno sorgendo quasi spontaneamente iniziative di autorganizzazione e di aggregazione politica, lo stesso deve avvenire nei luoghi dove viviamo. Ma non basta.

Qualunque aggregazione proletaria che esce dalla logica istituzionale si trova prima o poi a fare i conti con lo Stato, con le buone e con le cattive. E allora, per non finire mazziati e cornuti, ogni lotta deve sapersi aprire alle differenti esigenze presenti nella nostra società. Sulle piccole come sulle grandi cose, ogni lotta deve diventare un’occasione di aggregazione, di confronto e di unità con le differenti lotte che la crisi del capitale sta suscitando. Giorno per giorno e su ogni aspetto che riguarda la nostra vita quotidiana.

Oggi, in Italia, una ragione fondamentale di aggregazione è la solidarietà attiva e operante verso i profughi. Questi profughi sono parte di un immenso esercito industriale di riserva, il cui flusso diventerà una presenza costante e crescente in Italia come negli altri Paesi «ricchi & poveri» d’Europa. Se si manca a questa appuntamento, abbiamo chiuso. Almeno in Italia.

Dino Erba, Milano, 18 giugno 2016

 

Lotta politica e lotta economica

[1] Oskar Anweiler, Storia dei Soviet. I consigli di fabbrica in Urss 1905-1921, Laterza, Bari, 1968. Maurice Brinton [del gruppo «Solidarity» di Londra], 17-21 i bolscevichi e il controllo operaio. Lo stato e la controrivoluzione, Jaca Book, Milano, 1976.

[2] Philippe Bourrinet, Alle origini del comunismo dei consigli. Storia della sinistra marxista olandese, Graphos, Genova, 1995.

[3] Agustín Guillamón, I Comitati di Difesa della Cnt a Barcellona (1933-1938). Dai Quadri di difesa ai Comitati rivoluzionari di quartiere le Pattuglie di Controllo e le Milizie Popolari, In Appendice: Gilles Dauvé, Quando muoiono le insurrezioni, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2013.

[4] Per la cronaca, nell’autunno 2015, l’attuale presidente della Uaw, Dennis Williams, strinse con la Fca di Sergio Marchionne un accordo talmente fetente riguardo la Chrysler che ha provocato una forte e decisa reazione degli operai. Questo significa che se manca un prospettiva rivoluzionaria, anche il sindacato più combattivo viene recuperato dal padrone. Vedi: http://www.blitzquotidiano.it/economia /fca-operai-accordo-marchionne-uaw-contratto-2287669/.

[5] Alla vicenda è stato dedicato il film Fist, con Sylvester Stallone (1978). Il clima in cui nei sindacati Usa prese piede il racket è ben descritto in: Louis Adamic, Dynamite – La storia della violenza di classe in America, Collettivo Libri Rossi, Milano, 1977 [Nuova edizione Bepress, Lecce, 2010].

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