Lenin: la lotta contro l’aristocrazia operaia e il lavoro nei sindacati reazionari

… Proseguiamo. In paesi più progrediti rispetto alla Russia quel certo carattere reazionario dei sindacati si è manifestato, e doveva indubbiamente manifestarsi, con molto più forza che da noi. I menscevichi russi hanno trovato (e in pochissimi sindacati trovano tuttora) l’appoggio dei sindacati a causa della grettezza corporativa, dell’egoismo e dell’opportunismo professionale. I menscevichi dell’Occidente «si sono annidati» molto più stabilmente nei sindacati; in Occidente si è delineato – con molta più forza che da noi – uno strato di «aristocrazia operaia» corporativistica, gretta, egoista, sordida, interessata, piccolo borghese, di mentalità imperialista, asservita e corrotta dall’imperialismo. Questo fatto è […]
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… Proseguiamo. In paesi più progrediti rispetto alla Russia quel certo carattere reazionario dei sindacati si è manifestato, e doveva indubbiamente manifestarsi, con molto più forza che da noi. I menscevichi russi hanno trovato (e in pochissimi sindacati trovano tuttora) l’appoggio dei sindacati a causa della grettezza corporativa, dell’egoismo e dell’opportunismo professionale. I menscevichi dell’Occidente «si sono annidati» molto più stabilmente nei sindacati; in Occidente si è delineato – con molta più forza che da noi – uno strato di «aristocrazia operaia» corporativistica, gretta, egoista, sordida, interessata, piccolo borghese, di mentalità imperialista, asservita e corrotta dall’imperialismo. Questo fatto è innegabile. La lotta contro i Gompers, contro i signori Jouhaux, Henderson, Merrheim, Legien e soci in Europa occidentale è infinitamente più difficile della lotta contro i nostri menscevichi, che rappresentano un tipo sociale e politico assolutamente omogeneo. Questa lotta deve essere condotta implacabilmente e, come noi abbiamo fatto, deve essere continuata sino a svergognare completamente e ad espellere dai sindacati tutti i capi incorreggibili dell’opportunismo e del socialsciovinismo. Non si può conquistare il potere politico (e non bisogna tentare di prenderlo) fino a che questa lotta non sia stata portata a un certo grado, e questo “certo grado” non sarà lo stesso nei diversi paesi e in circostanze diverse, e di esso sapranno tener conto giustamente in ogni singolo paese solo dei dirigenti politici del proletariato, che siano riflessivi, competenti ed esperti.

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Ma noi conduciamo la lotta contro l’ «aristocrazia operaia» in nome delle masse operaie e per attrarre queste masse dalla nostra parte; conduciamo la lotta contro i capi opportunisti e socialsciovinisti per attrarre dalla nostra parte la classe operaia. Sarebbe sciocco dimenticare questa verità del tutto elementare ed evidente. E proprio una simile sciocchezza commettono i comunisti tedeschi «di sinistra», quando dal carattere reazionario e controrivoluzionario dei vertici dei sindacati giungono alla conclusione che … bisogna uscire dai sindacati!! Rinunciare a lavorare in questi sindacati!! Creare nuove forme, inventate, di organizzazione operaia!! É questa una sciocchezza imperdonabile, è questo il maggior servigio che i comunisti possano rendere alla borghesia. I nostri menscevichi, come tutti i capi opportunisti, socialsciovinisti, kautskiani dei sindacati, altro non sono infatti che gli «agenti della borghesia nel movimento operaio», (come abbiamo sempre detto contro i nostri menscevichi), o i «commessi della classe capitalista nel campo operaio», secondo la bella e giustissima espressione dei seguaci di Daniel de Leon in America. Non lavorare all’interno dei sindacati reazionari significa abbandonare le masse operaie arretrate o non abbastanza evolute all’influenza dei capi reazionari, degli agenti della borghesia, dell’aristocrazia operaia, ossia degli «operai imborghesiti», (cfr. lettera di Engels a Marx del 1852 a proposito degli operai inglesi).
Proprio l’assurda «teoria» della non partecipazione dei comunisti ai sindacati reazionari mostra con la massima evidenza con quanta leggerezza questi comunisti «di sinistra» affrontino il problema dell’influenza sulle «masse» e quale abuso facciano nei loro sproloqui del termine «masse» . Per aiutare le «masse» e conquistarsi la simpatia, l’adesione e l’appoggio delle «masse», non si devono temere le difficoltà, gli intrighi, gli insulti, le persecuzioni da parte dei « capi» (che, essendo opportunisti e socialsciovinisti, sono nella maggior parte dei casi legati direttamente o indirettamente con la borghesia e con la polizia), e bisogna lavorare assolutamente là dove sono le masse. Bisogna saper sopportare qualsiasi sacrificio, superare i maggiori ostacoli, per svolgere una propaganda e una agitazione sistematiche, tenaci, costanti e pazienti, proprio nelle istituzioni, nelle società, nelle leghe, anche nelle più reazionarie, dovunque si trovino le masse proletarie o semiproletarie. I sindacati e le cooperative operaie (queste ultime almeno qualche volta) sono le organizzazioni dove si trovano le masse. In Inghilterra il numero degli iscritti alle trade unions, secondo i dati del giornale svedese Folkets Dagblad Politiken (del 10 marzo 1920), è salito da 5,5 a 6,6 milioni, ed è quindi aumentato del 19% tra la fine del 1917 e la fine del 1918. Alla fine del 1919 le trade unions contano 7,5 milioni di iscritti. Non ho sottomano i dati corrispondenti per la Francia e per la Germania, ma i fatti attestanti il grande aumento del numero degli iscritti ai sindacati anche in questi paesi sono assolutamente incontestabili e universalmente noti.

[Da “L’ «estremismo» malattia infantile del comunismo”, scritto da Lenin nell’aprile-maggio 1920 e pubblicato in opuscolo nel giugno 1920 a Pietrogrado. Opere Complete vol. XXXI, Editori Riuniti 1967, pp. 41-43]

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La redazione

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