L’imperialismo cinese

Redazione di Operai Contro, il capitale finanziario (il capitale industriale monopolistico che si è fuso con il capitale bancario)accentua la concorrenza tra gruppi monopolisti a livello mondiale. La vecchia spartizione (economica) del mondo tra i cartelli internazionali è finita. Questi cartelli internazionali che posseggono tutto il mercato mondiale,  se lo spartiscono «amichevolmente» – finché una guerra non lo ridivida. L’esportazione del capitale, come fenomeno particolarmente caratteristico, a differenza dell’esportazione delle merci nell’epoca del capitalismo non monopolistico, è legata strettamente alla spartizione economica e politico-territoriale del mondo Terminino anche i piagnistei di alcuni padroni italiani. Essi vedevano la Cina come […]
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Redazione di Operai Contro,

il capitale finanziario (il capitale industriale monopolistico che si è fuso con il capitale bancario)accentua la concorrenza tra gruppi monopolisti a livello mondiale. La vecchia spartizione (economica) del mondo tra i cartelli internazionali è finita. Questi cartelli internazionali che posseggono tutto il mercato mondiale,  se lo spartiscono «amichevolmente» – finché una guerra non lo ridivida. L’esportazione del capitale, come fenomeno particolarmente caratteristico, a differenza dell’esportazione delle merci nell’epoca del capitalismo non monopolistico, è legata strettamente alla spartizione economica e politico-territoriale del mondo

Terminino anche i piagnistei di alcuni padroni italiani. Essi vedevano la Cina come enorme mercato in cui esportare le loro merci. L’illusione è durata poco

Vi invio un articolo

Un lettore

LA STAMPA

cecilia attanasio ghezzi (pechino), marco sodano (torino)

 In principio fu l’angoscia della copia: le aziende occidentali si trasferivano in Cina, oppure vendevano ai cinesi macchinari considerati obsoleti in Europa (o negli States) e le Cassandre, affacciate alle mura di un’economia singhiozzante, predicevano: ci copieranno. Rifaranno i nostri prodotti e le nostre macchine a prezzi più bassi, forti della loro disponibilità enorme di manodopera a basso costo, ci ridurranno sul lastrico. La Cina ha ampiamente dimostrato di essere capace di giochi più raffinati e di aver intuito i limiti del business per imitazione. Soprattutto oggi che dispone di una potenza di fuoco cash che fa vacillare le esangui casse dell’Occidente.

I rapporti Oriente-Occidente

Così se il big degli elettrodomestici Midea punta a diventare azionista di maggioranza di Kuka (l’azienda tedesca numero uno della robotica industriale) e la valuta 5 miliardi di dollari, mette in piedi un’operazione che, messa insieme con molte altre simili, alla lunga è destinata a cambiare i rapporti tra le economie. Midea, basata a Shenzhen (nella provincia meridionale del Guangdong) è pronta a pagare 115 euro per azione. Tanto per intenderci, Kuka costruisce le macchine che fanno funzionare le fabbriche di Audi, Bmw e Boeing. Il protezionismo strategico, in Europa, ha fatto il suo tempo: nessuno si preoccupa da dove viene l’offerta e, anzi, il board la sta già valutando.

 L’equilibrio che cambia

Se l’affare andrà in porto, il primo effetto sarà quello di capovolgere l’equilibrio della bilancia commerciale globale. Dei 240mila robot per gli impianti industriali, prodotti in tutto il mondo l’anno scorso, 66mila sono stati comprati da fabbriche cinesi. Nel 2015 Kuka ha realizzato vendite per circa 2,2 miliardi di dollari. Metà delle macchine è stata venduta in Europa, circa il 15 per cento in Cina. Oggi, insomma, l’azienda tedesca è un big player europeo che esporta verso Pechino una quota interessante della sua produzione. Domani potrebbe diventare un gruppo cinese che esporta in Europa metà dei prodotti che escono dalle sue fabbriche. Che sono già piazzate, strategicamente, nel cuore del Vecchio Continente: dalla delocalizzazione degli impianti alla delocalizzazione del capitale sociale il passo è brevissimo e, forse, perfino più efficiente.

 Un trasloco necessario

Infine, se l’obiettivo dichiarato del gruppo tedesco è raddoppiare entro il 2020 le vendite realizzate nel 2014, il trasloco cinese rende estremamente più facile pr Kuka partecipare a Made in China 2025, il piano con cui Pechino conta di trasformarsi da fabbrica del mondo a economia basata sui consumi. I robot hanno un ruolo fondamentale, perchè senza quelli – per quanto la Cina sia sterminata e popolatissima – la produzione non sarebbe più sostenibile. L’idea è quella di far fronte all’aumento dei salari degli operai sostituendoli con le macchine. E nello stesso tempo sviluppare nuovi hub dell’innovazione che producano nuovi posti di lavoro più qualificati e più retribuiti. Salari più alti trasformerebbero i cinesi, la massa dei cinesi, in nuovi appetibili consumatori.

 Mancano robot

L’industria cinese oggi conta 36 robot ogni 10mila operai. In Germania sono 292, in Giappone 314, nella Corea del Sud 478. La Cina è la seconda economia mondiale quando si prende in considerazione il pil complessivo, ma affonda nelle classifiche quando si divide lo stesso pil per il numero di abitanti. Per superare questo nodo, è costretta ad alzare le paghe – e il costo del lavoro – e a rivedere le regole ambientali e quelle della sicurezza del lavoro. E’ il progresso, bellezza, ma anche l’unica strada per evitare conflitti political correct con i sensibilissimi mercati europeo e statunitense.

 I piani di Pechino

Addio all’equazione che accosta la Cina alla merce di bassa qualità a prezzi stracciati. Il governo vuole che innovazione e automazione guidino l’industria fino al 2025. Se tutto va secondo i piani, per il 2035 Pechino potrà competere con i paesi più avanzati del mondo e nel 2049 – centenario della Repubblica popolare -potrà fregiarsi del titolo di leader nel manifatturiero. Il cuore del progetto è la robotica: lo stesso Xi Jinping ha parlato di “una rivoluzione dei robot”. Sa bene che se oggi i cinesi costruiscono la loro leadership fabbricando gli iPhone che l’occidente compra a prezzi di stralusso, domani la consolideranno acquistando ciò che fabbrica il loro Paese. In Italia quella fase l’abbiamo vissuta negli anni Sessanta del secolo scorso. La ricordiamo come un’età d’oro.

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