LA GUERRA IN LIBIA

Redazione di operai Contro, la guerra imperialista alla Libia è iniziata da tempo. USA, Francia, Italia hanno da tempo iniziato lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi e di gas. I mercenari da tempo sono assoldati dalle compagnie petrolifere Ora sono entrati in campo i mercenari ufficiali degli USA, Francia e Italia Sono mesi che i droni USA bombardano la Libia usando la base di Sigonella I padroni italiani sono entrati in una nuova guerra. Gli operai sono quelli che pagano con l’aumento dello sfruttamento. Ai disoccupati Renzi regalerà una tomba sulle spiagge libiche I vari gruippettini, che si definiscono di […]
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Redazione di operai Contro,

la guerra imperialista alla Libia è iniziata da tempo.

USA, Francia, Italia hanno da tempo iniziato lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi e di gas.

I mercenari da tempo sono assoldati dalle compagnie petrolifere

Ora sono entrati in campo i mercenari ufficiali degli USA, Francia e Italia

Sono mesi che i droni USA bombardano la Libia usando la base di Sigonella

I padroni italiani sono entrati in una nuova guerra.

Gli operai sono quelli che pagano con l’aumento dello sfruttamento.

Ai disoccupati Renzi regalerà una tomba sulle spiagge libiche

I vari gruippettini, che si definiscono di sinistra, con la scusa della lotta al terrorismo approvano la guerra dei padroni italiani.

Operai guerra alla guerra dei padroni

Operai guerra agli opportunisti

Un operaio di Torino

dal fattoquotidiano

Nel tentativo di dissimulare il significato politico e strategico della decisione italiana di concedere l’uso di Sigonella per i raid americani in Libia contro l’Isis, il governo continua a ribadire il carattere esclusivamente “difensivo” delle missioni dei droni Usa che partiranno dalla base siciliana, ovvero che il loro impiego sarà solo a protezione delle forze speciali americane operanti sul terreno quando queste sono in pericolo.Al generale Leonardo Tricarico, ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare, la formula dei “raid difensivi” ricorda quanto accadde nel 1999 quando “si parlò di ‘difesa integrata’ per coprire il fatto che i nostri Tornado bombardavano l’ex Jugoslavia – spiega a IlFattoQuotidiano.it – così da mettere a tacere le opposizioni in Parlamento e l’opinione pubblica contraria alla guerra”.

“Ma quale funzione difensiva! Non nascondiamoci dietro un dito – dice il generale Fabio Mini, ex comandante della missione Nato in Kosovo – a parte il fatto che, per definizione, le forze speciali sono sempre in pericolo durante le loro incursioni, quindi anche seguendo questa logica i droni dovrebbero intervenire sempre per fornire copertura aerea, questo tipo di velivolo non viene usato in appoggio e protezione alle forze a terra ma, al contrario, sono queste che individuano e forniscono le coordinate esatte del bersaglio che il drone deve colpire e distruggere. Da Sigonella verranno lanciati attacchi di precisione, altro che funzione difensiva”.

Stesso discorso vale per l’invio in primavera di 500 soldati con carri armati, artiglieria ed elicotteri “a protezione degli operai italiani” della Trevis Spa di Cesena che lavoreranno per mettere in sicurezza la pericolante diga di Mosul. “Dietro il pretesto della difesa del cantiere – spiega Gabriele Iacovino del Cesi, Centro Studi Internazionali – si nasconde la vera natura della spedizione militare italiana a Mosul richiesta dal Pentagono, che in quell’area strategica a pochi chilometri dalle roccaforti dell’Isis vuole un forte avamposto militare alleato, un trampolino di lancio in vista della grande offensiva per la riconquista di Mosul”.

Le foglie di fico con cui il governo cerca di camuffare il reale livello di coinvolgimento dell’Italia alla guerra all’Isis non inganna militari ed esperti, ma nemmeno i terroristi dello Stato Islamico e i suoi fanatici sostenitori, con gravi potenziali conseguenze. “L’uso della base siciliana di Sigonella per i raid dei droni americani contro l’Isis in Libia espone l’Italia al rischio di sanguinose rappresaglie e attentati”, dice Gianandrea Gaiani, analista e direttore di Analisidifesa.it, aggiungendo che “il governo italiano avrebbe preferito non dare pubblicità a questo accordo, annunciato dalla stampa americana, per evitare di pagare il prezzo che tutti i paesi hanno regolarmente pagato per il loro maggiore impegno nella guerra all’Isis: i francesi con il Bataclan, i russi con l’abbattimento del charter sul Sinai, i tedeschi con la strage di turisti a Istanbul, gli hezbollah libanesi con i kamikaze nei quartieri sciiti di Beirut”.

Tra gli obiettivi più esposti a rappresaglie c’è il terminal petrolifero Eni di Mellitah, a soli 20 chilometri dalla cittadina costiera di Sabrata dove ieri 150 miliziani dell’Isis hanno sferrato un attacco in grande stile, respinto a fatica dalle forze locali. In caso di un analogo assalto al vicino impianto dell’Eni, se non bastasse l’intervento delle forze di protezione libiche (Petroleum Facilities Guard) e dei contractor privati, entrerebbero in scena gli incursori italiani del Comsubin e i marò del Reggimento San Marco imbarcati sulle navi della Marina Italiana impegnate nella missione “Mare Sicuro”, e magari anche i parà del 9° reggimento Col Moschin che, secondo fonti non confermate, sarebbero già a Sabrata.

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