Petrolio: l’accordo che ratifica la sovrapproduzione

Caro Operai Contro, alla condizione che anche gli altri Paesi Opec facciano altrettanto, l’accordo tra Russia-Arabia-Qatar e Venezuela, impegna questi quattro paesi a non aumentare la rispettiva produzione di petrolio, ma a “congelarla” sugli attuali livelli. Un “congelamento” che sa di beffa rispetto alla sovrapproduzione mondiale di petrolio, che manterrebbe un eccesso di offerta di 2 milioni di barili al giorno, senza contare l’Iran che si riaffaccia sul mercato dopo 9 anni di assenza, per le sanzioni internazionali. Evidentemente i 4 paesi contraenti, danno per scontato che comunque le loro quote avrebbero sicuro mercato, a scapito di altri produttori […]
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Caro Operai Contro,

alla condizione che anche gli altri Paesi Opec facciano altrettanto, l’accordo tra Russia-Arabia-Qatar e Venezuela, impegna questi quattro paesi a non aumentare la rispettiva produzione di petrolio, ma a “congelarla” sugli attuali livelli. Un “congelamento” che sa di beffa rispetto alla sovrapproduzione mondiale di petrolio, che manterrebbe un eccesso di offerta di 2 milioni di barili al giorno, senza contare l’Iran che si riaffaccia sul mercato dopo 9 anni di assenza, per le sanzioni internazionali. Evidentemente i 4 paesi contraenti, danno per scontato che comunque le loro quote avrebbero sicuro mercato, a scapito di altri produttori che subirebbero le conseguenze, della sovrapproduzione e si vedrebbero costretti a tagliare la propria produzione. Una ripartizione legata all’andamento dello scontro armato in Medio oriente, sempre più cruento.

Saluti Bruno Casca

 

L’articolo del Sole 24 ore

Stavolta non si tratta solo di voci. L’Arabia Saudita e la Russia si sono messe d’accordo per congelare – anche se non per tagliare – la produzione di petrolio. Con loro ci sono anche il Qatar e il Venezuela. Tutto ufficiale, con tanto di conferenza stampa per dare l’annuncio dell’intesa a Doha. È lì, nella capitale del Qatar, che i ministri del Petrolio dei quattro Paesi si sono riuniti a porte chiuse per discutere interventi a sostegno del mercato, dopo che in un anno e mezzo il prezzo del greggio si è ridotto di due terzi, finendo sotto 30 dollari al barile, ai minimi da tredici anni.

Nonostante l’enorme sofferenza dei produttori e nonostante siano stati cancellati almeno 400 miliardi di dollari di investimenti nel settore, il mercato non sembra ancora vicino a una vera svolta.

Fermare l’aumento della produzione è un passo avanti: meglio che niente. Ma c’è comunque la condizione – posta da sauditi, russi, venezuelani e qatarini – che anche gli altri membri dell’Opec facciano altrettanto, cosa non scontata, soprattutto da parte dell’Iran, che è appena stato sollevato dalle sanzioni internazionali. E comunque l’output, che nelle intenzioni dovrebbe fermarsi sui livelli di gennaio, è altissimo, tanto che sul mercato petrolifero c’è un eccesso di offerta vicino a 2 milioni di barili al giorno.

Il mercato è giustamente scettico. Così, invece che correre sulla notizia dell’accordo, il Brent – che prima volava oltre 35 dollari – ha ridotto il rialzo dal 6,5% a un punto percentuale, intorno a 33 dollari al barile.

 

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