Il crollo delle borse nell’ “anno della ripresa”

Redazione, Inizio anno con botto per le borse di tutto il mondo. In 5 giorni si stima siano stati bruciati 2.300 miliardi di dollari. La prima settimana dell’anno si è chiusa con forti perdite in tutti i mercati. Per il Financial Times si tratta del peggior inizio anno da 20 anni a questa parte con un -6,1% dell’indice mondiale Ftse All-World. Perdite fedelmente riportate su tutte le piazze internazionali: -6,79% per lo S&P500 americano, -5,5% per il Dax tedesco, -6,1% per il Ftse100 inglese, -5,96% per il Nikkey giapponese, -5,41% per il Hang Seng di Hong Kong, -6,22% per […]
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Redazione,

Inizio anno con botto per le borse di tutto il mondo. In 5 giorni si stima siano stati bruciati 2.300 miliardi di dollari. La prima settimana dell’anno si è chiusa con forti perdite in tutti i mercati. Per il Financial Times si tratta del peggior inizio anno da 20 anni a questa parte con un -6,1% dell’indice mondiale Ftse All-World. Perdite fedelmente riportate su tutte le piazze internazionali: -6,79% per lo S&P500 americano, -5,5% per il Dax tedesco, -6,1% per il Ftse100 inglese, -5,96% per il Nikkey giapponese, -5,41% per il Hang Seng di Hong Kong, -6,22% per il Ftse Mib italiano. Quanto poi alle borse cinesi, da cui è partito il terremoto, le perdite vanno dal -7,11% delll’indice che raccoglie le azioni B, cui hanno accesso anche gli speculatori stranieri, fino al -11,81% del Ftse China A, che raccoglie le azioni scambiate solo dai cinesi.

E se le borse sono l’attestazione dello stato dell’economia e prefigurano, anche per chi ci “gioca” come in un casinò, i profitti futuri, è chiaro che il 2016 sarà un altro anno di crisi. Sono rimasti di sasso “gli esperti”, i governanti servi dei padroni, e tutti quelli che ancora pensano a un futuro per questa società. Sono stati lì a spiluccare per mesi ogni più piccolo segno positivo del pil o di altri indici economici, posti di lavoro, inflazione, ecc. per dire che “la ripresa è in corso”. Quando non hanno potuto nascondere i dati negativi, hanno minimizzato: forse sarà “una timida ripresa”, “ancora debole”, “insufficiente”, “anemica”. Il botto di inizio anno dimostra che non ci stanno capendo una beata fava.

L’epicentro, dicevamo, sono state le borse della Cina che inauguravano l’anno con un nuovo meccanismo di sospensione delle contrattazioni quando le perdite arrivano a superare il 7%. Il meccanismo è in uso da tempo nelle principali piazze mondiali proprio per tamponare i crolli, ma ora per gli “esperti” è diventata la causa dei ripetuti crolli giornalieri di Shanghai. Cosa ha spinto, nei soli primi 30 minuti, i cinesi proprietari di azioni a vendere tutti assieme perdendo, mentre per giorni hanno comprato e venduto per arricchirsi, sfugge alla loro comprensione. Ogni volta che la borsa crolla gli “esperti” non si capacitano, così fiduciosi che i profitti estorti in fabbrica alimentino continuamente la sete di guadagno degli azionisti, padroni, padroncini e, perché no, anche degli speculatori. E’ pertanto sempre colpa di fattori irrazionali, della stoltezza di piccoli risparmiatori che si fanno prendere dal panico, ora si sono spinti oltre: è colpa del meccanismo di stop alle contrattazioni. Ci manca poco che si rifacciano alla cabala per dare il loro esperto parere.

Gli esperti provino invece a vedere nella palla di vetro cosa sarebbe successo alla seconda potenza mondiale se gli organi di controllo non avessero sospeso le contrattazioni al tetto del -7%. Fin dove sarebbero scesi gli indici azionari? E cosa ne sarebbe rimasto del sistema del credito in Cina? Il giorno dopo, la banca centrale cinese è dovuta intervenire fornendo prestiti agli operatori finanziari per un totale di ben 20 miliardi di dollari. Quanti ne avrebbe dovuti buttare nel calderone della Borsa se i mercati non fossero stati sospesi?

Colpiti dal fatto che inevitabilmente la Cina trascina nella “tempesta” il resto del mondo, gli esperti occidentali si abbandonano all’arroganza, rivolgendo vere e proprie accuse di incompetenza all’indirizzo delle autorità economiche cinesi che non sarebbero in grado di gestire il moderno sistema finanziario. Possiamo solo immaginare le grasse risate degli economisti cinesi di fronte a queste accuse. Hanno visto come la crisi è stata gestita dalla Fed negli Usa al suo esordio nel 2007, fino ad arrivare al fallimento del Lehman Brothers. E hanno visto come in Europa, quando l’uragano si è spostato lì, per salvare le banche, si sono poi ritrovati a dover salvare la Grecia dalla bancarotta. I fin dei conti, fino ad oggi, la Cina era riuscita a tenersi ai margini della tempesta ciclonica che sta colpendo il capitalismo mondiale da quasi 10 anni.

Era riuscita, oggi si trova a dover sostenere la borsa e a pilotare una svalutazione dello yuan usando le riserve in dollari accumulate (3.438 miliardi a novembre), ma ben 213 miliardi di dollari da agosto si sono bruciati senza riuscire a migliorare la situazione. In realtà agli “esperti” sfugge quanto la borsa di Shanghai e tutte le borse del mondo stanno capendo, nella loro ragionevole irrazionalità: la Cina dai margini dell’uragano è ora nell’occhio del tifone.

R.P.

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