CROLLO DEL COSTO DEL PETROLIO

Caro Operai Contro, dopo la scelta dell’Opec di non tagliare la produzione di petrolio, la guerra dell’oro nero si fa più cruenta. Con la sovra produzione dell’offerta, è crollato del 65% il costo del barile di greggio. Con queste condizioni gli Usa sono tagliati fuori dall’esportazione del proprio petrolio, il cui costo di estrazione è di 60 dollari al barile. I paesi arabi grandi produttori di greggio si preparano a mettere nei propri paesi, tasse o aumentarle, o tagliare la spesa, per colmare i mancati introiti dovuti al calo della quotazione del greggio. La guerra del petrolio, alla base […]
Condividi:

Caro Operai Contro,

dopo la scelta dell’Opec di non tagliare la produzione di petrolio, la guerra dell’oro nero si fa più cruenta. Con la sovra produzione dell’offerta, è crollato del 65% il costo del barile di greggio. Con queste condizioni gli Usa sono tagliati fuori dall’esportazione del proprio petrolio, il cui costo di estrazione è di 60 dollari al barile.

I paesi arabi grandi produttori di greggio si preparano a mettere nei propri paesi, tasse o aumentarle, o tagliare la spesa, per colmare i mancati introiti dovuti al calo della quotazione del greggio.

La guerra del petrolio, alla base della guerra militare in Medio Oriente, alimenta lo scenario dello scontro armato. Segnalo un articolo di Repubblica.

Saluti Bruno Casca.

Una vittima dopo l’altra. Il crollo dei prezzi del petrolio – che pure non riesce a spingere la ripresa italiana – mette in ginocchio uno dopo l’altro i grandi produttori mondiali. Prima l’Arabia Saudita che ha annunciato un deficit record per il 2015 di 98 miliardi di euro, poi l’Alaska che studia il ritorno delle imposte sui redditi dopo 35 anni di esenzioni per i residenti, infine l’Omana che taglierà la spesa pubblica del 15,6%.

D’altra parte se da un lato il greggio che ha perso il 65% con quotazioni stabilmente sotto quota 40 dollari al barile rappresenta un bel risparmio per i grandi consumatori, dagli Stati Uniti all’Europa fino alla Cina; dall’altra è una vera spina nel fianco per i produttori che per il momento non paiono aver intenzione di toccare i livelli. Con il risultato, però, di avere entrate erariali pesantemente ridotte.

I paesi del Golfo sono in fondo tra quelli più duramente toccati dalla crisi e sono i primi ad aver messo in atto misure di austerità. Il Sultanato dell’Omana ha, inoltre, annunciato una serie di riforme per ridurre le propria dipendenza dal greggio: nel frattempo le spese caleranno da 36,6 a 30,9 miliardi di dollari, mentre le entrate attese per quest’anno sono pari a 22,3 miliardi di dollari con un calo sul 2015, pari al 26% (il deficit è stimato a 8,6 miliardi di dollari contro gli 11,7 miliardi dell’anno scorso).

A Natale, come detto, l’Alaska ha ventilato la possibilità di tornare a tassare i redditi sui residenti proprio per fronteggiare il tracollo del prezzo del petrolio su cui si fonda gran parte del bilancio statale: quest’anno, infatti, verranno a mancare due terzi dei ricavi del bilancio da 5,2 miliardi. Se il disegno di legge si rendesse necessario, si metterebbe fine a uno dei pilastri che ha fatto dell’Alaska un unicum nel panorama degli Stati Uniti, con quell’esenzione dal pagamento di imposte che ha reso attrattivo un territorio non certo amico dell’uomo dal punto di vista climatico.

Il callo delle quotazioni, però, ha inciso profondamente anche sulle casse dell’Arabia Saudita, il paese alla guida del cartello dell’Opec nonostante entrate per “soli” 162 miliardi di dollari ha mantenuto invariata a 260 miliardi la spesa pubblica. D’altra parte a incidere sul prezzo del barile è stata proprio la scelta dell’Opec di non tagliare la produzione, nonostante la domanda calante, per difendere le quote di mercato del cartello e mettere fuori gioco i produttori Usa dello shale, che hanno bisogno di prezzi elevati per rendere conveniente la loro costosa attività di estrazione.

Per finanziare il proprio deficit, l’Arabia Saudita ha fatto ricorso a 80 miliardi di dollari (73 miliardi di euro) di riserve valutarie e ha immesso sul mercato 20 miliardi di dollari (18,2 miliardi di euro) di bond. Alla luce di queste leve, il debito pubblico è atteso al 5,8% del Pil quest’anno, contro il 2% dell’anno scorso. Il Fmi ha raccomandato di diversificare le fonti di entrata e ridurre le spese. Il re Salmane, come l’Oman, ha annunciato riforme economiche per abbattere la dipendenza dal petrolio che oggi assicura il 90% delle entrate con 10,4 milioni di barili al giorno.

Condividi:

Facebook Comments

Comments Closed

Comments are closed. You will not be able to post a comment in this post.