Roma, conferenza sulla Libia (senza i libici)

Redazione di Operai Contro, è chiaro che i padroni italiani, Eni in testa, alla Libia ci tengono particolarmente. Per la vicinanza geografica? Per senso di colpa verso le schifezze fatte nella ex colonia? Per ragioni umanitarie per i profughi dell’intera Africa che da quelle coste, se il mare non se li ingoia, approdano a Lampedusa? Per fermare le uccisioni frutto del conflitto tra le diverse fazioni che si sono spartite la Libia dopo l’uccisione 4 anni fa di Mu’ammar Gheddafi? Ma figuriamoci: è petrolio e gas naturale, e i profitti ad essi legati, che fa diventare dei “buon samaritani”, […]
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Redazione di Operai Contro,

è chiaro che i padroni italiani, Eni in testa, alla Libia ci tengono particolarmente. Per la vicinanza geografica? Per senso di colpa verso le schifezze fatte nella ex colonia? Per ragioni umanitarie per i profughi dell’intera Africa che da quelle coste, se il mare non se li ingoia, approdano a Lampedusa? Per fermare le uccisioni frutto del conflitto tra le diverse fazioni che si sono spartite la Libia dopo l’uccisione 4 anni fa di Mu’ammar Gheddafi?

Ma figuriamoci: è petrolio e gas naturale, e i profitti ad essi legati, che fa diventare dei “buon samaritani”, il governo italiano con il suo ministro degli esteri Gentiloni, promotore della conferenza sulla Libia che si è tenuta oggi a Roma. In Libia vi è il 38% del petrolio del continente, l’11% dei consumi europei di carburante.

Obbiettivo della conferenza secondo Gentiloni sarebbe un governo di unità nazionale che riunisca le due fazioni, quella di Tobruk con quella di Tripoli. Peccato che a Roma gli unici assenti sono stati proprio loro, i rispettivi governi che è da mesi che non trovano un accordo, e che pare si incontreranno il 16 dicembre in Marocco. A Roma arriva soltanto uno sparuto numero di deputati dei due parlamenti, non sappiano neanche se di partiti al governo o all’opposizione.

Con la scusa dell’avanzata dello Stato Islamico anche in Libia, che oggi controlla 300 km di costa intorno alla città di Sirte, incuneata proprio tra i territori controllati dalle due fazioni libiche che dovrebbero riunirsi, l’Italia vorrebbe avere l’autorizzazione internazionale a un proprio intervento militare sul terreno. Poteva mancare questa “pia giustificazione” a così tanto interesse italiano alle vicende di un “povero” paese dell’Africa?

Purtroppo, per i padroni italiani dell’Eni – l’unica compagnia petrolifera che in Libia è riuscita a rimanere, mercanteggiando con tuttte le fazioni, milizie dell’Isis comprese -, di “buon samaritani” è pieno il mondo. Oltre agli italiani alla conferenza di Roma si sono riuniti tutti i samaritani del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti) insieme ai delegati dell’Unione europea, e a quelli dei paesi regionali coinvolti, come Egitto, Turchia ed Emirati Arabi Uniti. Insomma si sono “messi d’accordo” proprio i ministri delle potenze imperialiste occidentali le cui compagnie petrolifere hanno dovuto scappare dalla Libia di tutta fretta, e con molto rammarico dei loro azionisti, come la francese Total, la spagnola Repsol e l’americana Marathon Oil. E quelli dei paesi già coinvolti nella guerra in Siria, schierati su opposti interessi e campioni di democrazia nei rispettivi paesi. Non ultima la Russia che ormai nel Mediterraneo fa “politica con altri mezzi” a suon di missili e bombardieri, ed è pronta, per difendere i suoi interessi nell’area, a giungere alla guerra aperta con la Turchia.

Insomma a Roma si sono riunti tutti quelli che sono pronti a intervenire, dopo la Siria, anche in Libia se fosse necessario. Ovvero ad appoggiare o a sostituirsi ai libici qualora non pervenissero ad un accordo di comodo su un governo nazionale. Qualcuno può stupirsi se con tali spinte internazionali l’accordo finora non si sia trovato?

Così veniamo a sapere, giusto per chiarire le intenzioni delle grandi potenze, che “Flotte di droni ma anche caccia francesi e americani già da tempo volano lungo la via Balbia e le coste basse della Sirte, uno sciame che fa presagire qualcosa di più di semplici missioni di routine” (sole 24 ore del 12/12/15). Oppure che la Gran Bretagna sarebbe pronta, dopo i bombardamenti in Siria, anche a radere al suolo Sirte.

Povero Gentiloni tutti i suo sforzi diplomatici per preservare i vantaggi acquisiti dall’Eni in Liba rischiano di finire in un nuovo bagno di sangue.

R.P.

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