Collaborazionismo di mercato su gas e petrolio in Palestina

Redazione, Al di là del tenore dell’articolo sottostante, improntato a far passare un collaborazionismo tra ANP ed entità sionista mascherato da realpolitik, i fattori indicati rendono chiaro lo scenario della guerra per il controllo delle risorse energetiche in Palestina e tutt’attorno, dove si muovono altre nazioni dai connotati sempre più foschi, come la stessa Giordania di re Abdullah II, già protagonista dell’installazione dei sistemi di videosorveglianza permanente intorno alla Moschea di al-Aqsa, in accordo con l’entità sionista. Lo stesso Paese capace di sottoscrivere nell’ottobre 2014 un accordo con i sionisti del valore di 15 miliardi di dollari per l’esportazione […]
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Redazione,

Al di là del tenore dell’articolo sottostante, improntato a far passare
un collaborazionismo tra ANP ed entità sionista mascherato da
realpolitik, i fattori indicati rendono chiaro lo scenario della guerra
per il controllo delle risorse energetiche in Palestina e tutt’attorno,
dove si muovono altre nazioni dai connotati sempre più foschi, come la
stessa Giordania di re Abdullah II, già protagonista dell’installazione
dei sistemi di videosorveglianza permanente intorno alla Moschea di
al-Aqsa, in accordo con l’entità sionista.

Lo stesso Paese capace di sottoscrivere nell’ottobre 2014 un accordo con
i sionisti del valore di 15 miliardi di dollari per l’esportazione ad
Amman di 1,6 trilioni di metri cubi di gas per 15 anni a partire dal
2017, superando l’accordo con una società palestinese del valore di 1,2
miliardi di dollari. Il fermento causato dall’imminente via ai lavori di
estrazione dei due nuovi giacimenti Tamar e Leviathan in mano
israelo-statunitense e la scoperta da parte della multinazionale
italiana ENI dell’ingente giacimento Zohr al largo delle coste egiziane
la scorsa estate, mescolano nuovamente le carte in tavola.

La Striscia di Gaza, direttamente collegata a sud con l’Egitto tramite
il valico di Rafah, attualmente si rifornisce a caro prezzo dall’entità
sionista che volutamente passa risorse strettamente legate ad un regime
di sopravvivenza; Hamas punta a stringere accordi per importare gas da
Ashkelon, così come l’ANP in Cisgiordania desidera accordi commerciali
con l’occupante al fine di sviluppare impianti propri e ridurre i costi.
Attualmente, l’88% delle risorse proviene proprio dall’entità sionista
che alimentano l’unica centrale in possesso dei palestinesi collocata a
sud di Gaza City, severamente danneggiata dai pesanti bombardamenti
dell’occupante degli ultimi anni.

Quest’estate la fornitura di elettricità era di 8 ore al giorno, con il
70% circa della Striscia totalmente a corto di luce. La società che
gestisce l’impianto, la Gaza Power Generation Company, è pure privata ed
inefficace, costringendo sempre più i gazawi a rivolgersi al nemico per
comprare energia. Se nel 2000 molti illusi sognavano l’indipendenza
dell’approvigionamento di tali risorse con la scoperta del giacimento
Gaza Marine, sono bastati pochi mesi e l’appropriazione totale quanto
puntualmente tempestiva del controllo marittimo e portuale
dell’occupante per svegliarsi. Il tentativo di sostituire il gas con il
diesel acquistato dal nemico e caricato delle autorità palestinesi di
un’apposita tassa gravosa per il 40% del prezzo finale non ha fatto
altro che peggiorare le cose, e la Gaza Power Company è arrivata a
macinare oltre 360 milioni di dollari di debiti.

Una situazione fuori controllo, impossibile stabilire oggettivamente
quanto cercata e voluta, che ha portato l’ANP ad approvare la proposta
del progetto per la costruzione di un gasdotto da Ashkelon a Gaza City,
finanziato per parte palestinese dai takfiri del Qatar; Hamas prova a
fare la voce grossa sforzandosi di mostrare posizioni differenti
dall’ANP di Abbas, ma con scarsi risultati: “La situazione è di crisi
umanitaria, ed è il nemico ad avere le risorse”. Le ulteriori trattative
tra la società privata e l’entità sionista sono state stroncate da
ingenti mobilitazioni popolari, preoccupate dell’apertura di un percorso
di normalizzazione; per tutta risposta la Gaza Power Company ha smentito
i contatti con le autorità occupanti sostenendo di trattare con privati…

La strategia è chiara nelle menti della borghesia araba palestinese: il
gasodtto da Ashkelon a Gaza servirebbe per collegarsi con il giacimento
Gaza Marine, e con l’approvazione sionista collegare quest’ultimo alla
Cisgiordania; un piano utile anche per lo stesso occupante, preoccupato
dal ruolo-chiave potenzialmente espresso nell’immediato futuro dal
gigantesco giacimento egiziano Zhor ed ansioso di promuovere il proprio
sviluppo infrastrutturale nella Palestina occupata.

M-L

https://www.foreignaffairs.com/articles/israel/2015-10-15/gas-politics-gaza

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