BFM: LA CHIUSURA DELL’OM CARRELLI ELEVATORI NON HA INSEGNATO NIENTE?  

Redazione di operai contro, Bari Fucine Meridionali. Una piccola fabbrica metalmeccanica chiusa, 100 operai sulla strada, specchio però della condizione operaia in Italia. Una fabbrica sconosciuta, che non è salita alla ribalta della cronaca come l’Ast di Terni, ma ha vissuto e vive tuttora una storia con molti punti in comune con la fabbrica umbra e tante altre fabbriche. I padroni della multinazionale ceca Dt, che dal 2012 ha rilevato lo stabilimento della BFM, hanno deciso lo scorso ottobre la chiusura della storica fabbrica di Bari, specializzata nella produzione dei “cuori” degli scambi ferroviari. Gli operai hanno risposto dal […]
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Redazione di operai contro,

Bari Fucine Meridionali. Una piccola fabbrica metalmeccanica chiusa, 100 operai sulla strada, specchio però della condizione operaia in Italia. Una fabbrica sconosciuta, che non è salita alla ribalta della cronaca come l’Ast di Terni, ma ha vissuto e vive tuttora una storia con molti punti in comune con la fabbrica umbra e tante altre fabbriche.

I padroni della multinazionale ceca Dt, che dal 2012 ha rilevato lo stabilimento della BFM, hanno deciso lo scorso ottobre la chiusura della storica fabbrica di Bari, specializzata nella produzione dei “cuori” degli scambi ferroviari. Gli operai hanno risposto dal 23 ottobre con lo sciopero e il presidio permanente davanti ai cancelli della fabbrica.

Ai primi di novembre i rappresentanti della Dt hanno comunicato a sindacati e Regione Puglia di aver avviato la procedura di accesso al concordato preventivo. Una procedura che impedisce di accedere alla cassa integrazione per gli operai. Un chiaro segno di voler chiudere la fabbrica e basta, mandando all’aria tutti i fantasiosi progetti dei sindacati di ristrutturazione, riqualificazione, ecc. dello stabilimento.

Salvo poi offrire, su pressione della Regione Puglia, la possibilità di accedere alla cassa e il pagamento dei salari di ottobre solo in subordine alla liberazione dei cancelli per poter far uscire la residua produzione presente in magazzino.

 

Dagli operai un chiaro no! Invece dai sindacati la massima apertura, accompagnata da un metodico lavoro di sfiancamento degli operai, favorito dall’intrinseca debolezza politica e organizzativa di questi: chi è stanco già dopo poche settimane di presidio, chi dice che gli andrebbe bene una buonuscita di 40-50mila euro per potersi aprire un’attività, chi non vede l’ora che il presidio chiuda per andare a potarsi gli olivi in campagna, chi gli dispiace se non passa le feste di fine anno a casa e via di questo passo…

 

Così si arriva all’accordo: 1.000 euro subito, cassa integrazione ordinaria pagata dal 10 novembre a metà febbraio per tutti, tranne per i pochi operai che andranno a lavorare per preparare la merce da far uscire. E poi promesse di vendita dello stabilimento, da parte sia della Dt sia della Regione Puglia (per bocca dell’assessore al Lavoro Leo Caroli), che sbandierano tre possibili acquirenti per parte, senza però citare alcun nome…

 

I sindacati Fiom, Fim e Uilm fanno da cassa di risonanza a tutto questo “ben di dio” di regali e promesse. Gli operai tentennano, fra sospiri e mugugni: dal pagamento del salario di settembre non portano soldi a casa, quasi tutti hanno l’affitto o il mutuo da pagare, hanno le loro ragioni e su queste ragioni padroni, Regione e sindacati innestano il ricatto. Alla fine gli operai cedono, tutti a casa, si chiude il presidio, poi si vedrà…

 

In fondo è, più o meno, ciò che è accaduto alla vicina Om Carrelli elevatori gli anni scorsi: la cassa integrazione fatta passare dai sindacati come una grande conquista, il contentino della buonuscita per chi si autolicenziava, promesse di acquisto della fabbrica da parte di altri padroni, poi la chiusura, i licenziamenti, la mobilità, la fine, tutti a casa per sempre.

 

L’amara esperienza dell’Om Carrelli elevatori non ha insegnato proprio niente?

 

SALUTI OPERAI DALLA PUGLIA

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1 Comment

  1. Sempar

    Compagno dalla Puglia, purtroppo BFM e OM non sono gli unici casi: tante analogie anche in altre fabbriche raccontate come “in lotta”. Operai stanchi dopo pochi giorni di picchetto, operai presenti al presidio unicamente per seguire un’iniziale maggioranza, delegati sindacali che fanno pesare la propria stanchezza politica sulle spalle di tutti gli altri operai, non sufficientemente forgiati per lottare, vuoi per giovane età, vuoi per mancata formazione e/o passione.
    Se gli operai INNSE hanno ottenuto quanto sappiamo nel 2009, oggi ci dovrebbe essere almeno una INNSE in ogni regione. Come minimo.
    Ma l’esempio da seguire è un altro. Consapevoli di firmare la propria condanna a morte, molti operai mollano picchetti e presidi. Chissà che chi non ha lottato oggi, decida domani di serrare le fila…