UNA STORIA COMUNE CONTRO IL MITO DEL PADRONE BUONO

UNA STORIA COMUNE CONTRO IL MITO DEL PADRONE BUONO In un paese del Mezzogiorno la signora Maria conduce, insieme con il marito, una piccola fabbrica di confezioni che lavora a façon, ossia per conto di grandi ditte come Armani, Fontana, Gabbana e altri. Nella fabbrica lavorano 15 operai. “Ci conosciamo tutti quanti e ci vogliamo bene – afferma Maria – . Siamo una piccola famiglia, ci raccontiamo i fatti dei nostri cari, prendiamo il caffè insieme, discutiamo delle partite di calcio, del più e del meno. Tra noi non ci sono differenze”. Nella fabbrica lavorano 15 operai. Cioè: lavoravano […]
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UNA STORIA COMUNE CONTRO IL MITO DEL PADRONE BUONO

In un paese del Mezzogiorno la signora Maria conduce, insieme con il marito, una piccola fabbrica di confezioni che lavora a façon, ossia per conto di grandi ditte come Armani, Fontana, Gabbana e altri.

Nella fabbrica lavorano 15 operai. “Ci conosciamo tutti quanti e ci vogliamo bene – afferma Maria – . Siamo una piccola famiglia, ci raccontiamo i fatti dei nostri cari, prendiamo il caffè insieme, discutiamo delle partite di calcio, del più e del meno. Tra noi non ci sono differenze”.

Nella fabbrica lavorano 15 operai. Cioè: lavoravano 15, sì, ma fino a un anno fa. Poi la signora Maria è stata costretta a licenziarne cinque. “È stata una tragedia. Ho cercato di evitarli sino alla fine, i licenziamenti, erano tutti padri di famiglia. Ma è stato impossibile, il peso dei salari, dei contributi, delle imposte, delle tasse è insostenibile. Avrei voluto tanto non farlo, ma alla fine ci sono stata costretta. Non mi rimaneva altra scelta”.

Ora quindi nella fabbrica della signora Maria lavorano 10 operai. Sì, ma ancora per poco. Perché la signora Maria ha deciso di chiudere quella fabbrica e di aprirne un’altra in Svizzera, nel Canton Ticino, fra Lugano e Bellinzona. “Lo faccio con la morte nel cuore. Altri dieci padri di famiglia, mi dispiace così tanto! Ci ho riflettuto a lungo, non ci ho dormito la notte, mi sono mangiata le unghie delle mani, ma alla fine ho capito che è l’unica soluzione che mi resta. O faccio così oppure chiudo e vado a fare l’operaia pure io. Troppe tasse, troppi contributi, troppi casini, non ce la faccio più. Non si guadagna più come un tempo. Non ce la facciamo più, tanti stanno chiudendo. Che devo fare, devo fallire e per la vergogna del fallimento e di non riuscire più a pagare i fornitori mi devo impiccare, come qualcuno ha già fatto? No, no! Me ne vado in Svizzera. Là si pagano meno tasse e contributi, lo so con certezza, qualche mio collega mi ha preceduto. E del referendum che ha bloccato l’accesso agli stranieri non mi preoccupo affatto: in primo luogo perché quanto dispone diventerà forse legge, ma fra due-tre anni, e poi perché vale per chi va in cerca di lavoro, non per chi va a dare lavoro, come farò io!”.

In questa storia, comune e autentica, c’è tutto il capitalismo in estrema sintesi: la differenza economica e sociale data dalla proprietà dei mezzi di produzione, lo sfruttamento, il paternalismo, la sottomissione imposta con le buone e le cattive, la caduta del saggio di profitto, la violenza dei licenziamenti, la ricerca sempre e comunque del massimo profitto e tanto, tanto altro ancora. Il padrone non è “cattivo” di per sé, è la condizione economica nella quale opera che gli fa nascere dentro la “cattiveria”. Poi lui, perseguendo i propri interessi, preferisce essere “cattivo” piuttosto che diventare un poveraccio come i suoi operai. Ma ciò vale, al contrario, anche per gli operai. Lenin scriveva: “Noi bolscevichi siamo nell’animo di una bontà infinita. Fosse per noi non faremmo del male a nessuno. Ma i grandi proprietari terrieri, i capitalisti industriali, i controrivoluzionari ci costringono a farlo. E noi lo facciamo, contro di essi, al meglio delle nostre capacità”.

SALUTI OPERAI DALLA PUGLIA

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