RENZI UNA RIFORMA AL MESE

Redazione di Operai Contro, Matteo Renzi il presidente del consiglio incaricato a formare un nuovo governo afferma:. “Ci metterò tutta l’energia e il coraggio che ho, è la volta buona”, Il gangster Renzi non ha ancora fatto il governo che annuncia: una riforma al mese. – Prima di tutto, entro febbraio, la legge elettorale e le riforme istituzionali. La riforma è già fatta con l’accordo di Berlusconi – A  marzo tocca all’occupazione Addio articolo 18 per i nuovi assunti Incentivi sui posti ad alta innovazione  Entro marzo saranno varate le misure per rilanciare l’occupazione e riformare gli ammortizzatori sociali. Qualcuno, […]
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Redazione di Operai Contro,

Matteo Renzi il presidente del consiglio incaricato a formare un nuovo governo afferma:. “Ci metterò tutta l’energia e il coraggio che ho, è la volta buona”,

Il gangster Renzi non ha ancora fatto il governo che annuncia: una riforma al mese.

– Prima di tutto, entro febbraio, la legge elettorale e le riforme istituzionali. La riforma è già fatta con l’accordo di Berlusconi

– A  marzo tocca all’occupazione
Addio articolo 18 per i nuovi assunti Incentivi sui posti ad alta innovazione
 Entro marzo saranno varate le misure per rilanciare l’occupazione e riformare gli ammortizzatori sociali.

Qualcuno, tra i collaboratori di Matteo Renzi, sogna il milione di posti di lavoro in più. Ma non rifacendosi alla fallimentare promessa di Silvio Berlusconi del ‘94 (l’occupazione non aumentò per nulla fino al 1998) bensì alle politiche del presidente americano Obama che incentivano i settori della ricerca e innovazione (nell’ultimo anno gli occupati negli Stati Uniti sono complessivamente aumentati da 143 a 145 milioni). Barack Obama che del resto si è ispirato anche alle ricerche di un giovane economista italiano, Enrico Moretti, che insegna negli Stati Uniti e che nei suoi studi spiega come ogni posto di lavoro creato nella ricerca e innovazione ne produca a cascata cinque nei servizi. Insomma, riuscire ad avere 200 mila occupati in più nei settori di punta dell’economia porterebbe appunto a un altro milione di posti di lavoro in più. Un obiettivo al quale Renzi ha sempre creduto. Ecco perché del piano per il lavoro faranno parte gli incentivi alle assunzioni dei giovani under 30, ma solo se aggiuntive (non verrebbero cioè dati alle aziende che prima licenziano). Queste assunzioni dovrebbero essere defiscalizzate (l’impresa paga solo i contributi previdenziali) e ulteriormente agevolate nel caso di lavoratori impiegati nei settori dell’innovazione e della ricerca. Il tutto sulla scia di provvedimenti già presi dal governo Letta. Ma il vero scossone al mercato del lavoro dovrebbe essere dato dall’introduzione del contratto di inserimento a tutele progressive, che per tutte le nuove assunzioni consentirebbe all’impresa di licenziare entro i primi tre anni in cambio di un indennizzo crescente in funzione dell’anzianità di servizio. Infine, a sostenere le assunzioni interverrebbe il taglio dell’Irap del 10%, che farebbe risparmiare alle aziende circa 2 miliardi e mezzo all’anno, e la costituzione di una Agenzia federale per l’occupazione che riporterebbe al centro le politiche per l’impiego e la formazione oggi di competenza delle Regioni (ma sarà necessaria anche una modifica del titolo V della Costituzione). L’abolizione dell’articolo 18 sulle nuove assunzioni renderà i licenziamenti più facili. In compenso saranno appunto rafforzate le politiche per l’impiego, mettendo in rete il sistema di collocamento pubblico e quello privato, e saranno riformati gli ammortizzatori sociali: indebolendo i sussidi per i lavoratori della grande industria e estendendoli a chi finora non ne ha beneficiato. La cassa integrazione, sulla scia di quanto già previsto dalla riforma Fornero, resterà solo per sostenere i lavoratori delle aziende che possono uscire dalla crisi mentre non ci saranno più gli ammortizzatori che durano 4-7-10 anni( Cigs+indennità di mobilità)per dare un sussidio ai dipendenti di aziende senza futuro. In questi casi, i lavoratori dovranno partecipare a corsi di formazione ricevendo un sussidio e solo coloro che non fossero ricollocabili continuerebbero ad essere assistiti, magari con un’Aspi (la nuova indennità di disoccupazione introdotta dalla Fornero) di durata maggiore, mentre gli altri dovrebbero accettare i nuovi lavori offerti.

Licenziamenti facili, abolizione della CIG, i 5 milioni di disoccupati trasformati in ricercatori

La semplificazione
Dipendenti pubblici uguali ai privati Tar ridimensionati, potrebbero sparire
Da vent’anni a questa parte non c’è stato governo che non abbia giurato di voler riformare la burocrazia. Ma non c’è stato governo che abbia tenuto fede alla promessa. La pubblica amministrazione è sempre rimasta quella palude stagnante che respinge gli investitori esteri e complica la vita delle aziende. Secondo la graduatoria Doing business della Banca mondiale, l’Italia è trentunesima su 34 Paesi avanzati per contesto favorevole a fare impresa, e occupa a livello mondiale la posizione numero 65 su 189. In questi numeri c’è la dimensione della scommessa del governo di Matto Renzi, che si propone di chiudere entro un paio di mesi la sua riforma della pubblica amministrazione. I suoi più stretti collaboratori stanno lavorando su alcune proposte che rappresenterebbero l’ossatura di un provvedimento da approvare nei primi consigli dei ministri. Tema principale, l’allineamento delle regole per i pubblici dipendenti con quelle del lavoro privato. Un intervento su argomenti da sempre considerati tabù, dalla mobilità interna alla flessibilità, all’orario di lavoro, fino all’applicazione degli ammortizzatori sociali e di strumenti come contratti di solidarietà in caso di esuberi. Il passaggio chiave sarebbe la fine della giurisdizione dei Tar sulle controversie nel pubblico impiego, che passerebbe così al giudice ordinario. Una svolta che metterebbe in discussione la stessa sopravvivenza dei tribunali amministrativi. L’obiettivo è rivoluzionare una cultura basata finora sulla intoccabilità del dipendente pubblico, trasformando la pubblica amministrazione da erogatrice di stipendi in erogatrice di servizi valutabili sulla base di costi e benefici. Proposito, per rimanere nel mood renziano, smisuratamente ambizioso: il che induce ad alzare ancora di più il livello del confronto con i poteri della burocrazia. Cominciando dalla revisione delle norme che nel 1972 hanno reso di fatto inamovibili i dirigenti pubblici, per i quali si potrebbe profilare la libertà di licenziamento come nel privato. Non dovrebbe essere più possibile per gli alti burocrati la permanenza a vita a capo di un ufficio o un dipartimento: ogni incarico dovrebbe ruotare dopo sei anni al massimo, anche per i manager delle aziende pubbliche. E i magistrati dovrebbero lavorare in esclusiva: quindi stop a consulenze governative e nelle authority, incarichi extragiudiziali e relative prebende. Un capitolo a parte dovrebbe poi riguardare la semplificazione, altro tema sul quale sono stati riversati inutilmente in questi anni fiumi di parole. Gli esperti di Renzi hanno proposto l’applicazione dei poteri sostitutivi del prefetto se una pratica non viene tassativamente completata entro un determinato lasso di tempo. Ma anche l’abolizione delle Camere di commercio e la loro sostituzione con speciali agenzie per gestire tutti i rapporti burocratici fra strutture pubbliche e imprese. E l’introduzione dell’obbligo della posta certificata in tutti i rapporti fra le amministrazioni, con pesantissime sanzioni a carico dei dirigenti che non rispettano la direttiva. Un’idea dei risparmi anche economici che sarebbe possibile ottenere dalla digitalizzazione degli atti è in una stima secondo cui ogni «faldone» relativo a un processo penale ha un costo medio a carico dello Stato di 30 mila euro per le sole spese di fotocopia e cancelleria.
In parole povere licenziamento per i dipendenti statali come per gli operai delle aziende private.

Finalmente l’uguaglianza.

Le tasse

A maggio toccherà al fisco. Giusto un paio di mesi per fare le cose per bene, assicura Filippo Taddei, responsabile Economia della segreteria di Matteo Renzi: «Il taglio della pressione fiscale sul lavoro sarà certo e duraturo. Solo così può ripartire la crescita». Sarà quindi una manovra strutturale, non una tantum. Uno sconto permanente, probabilmente articolato in un piano pluriennale di tagli crescenti, che darà ad aziende e lavoratori la prospettiva di un fisco via via più leggero. Meno Irap per le imprese e meno Irpef per le famiglie. Obiettivo: più occupazione, più consumi, l’economia che riprende a crescere. Il problema è che una manovra del genere costa molto. Tagliare l’Irap del 10%, come ha promesso Renzi presentando l’8 gennaio il Jobs act, vale quasi due miliardi e mezzo di euro. Ridurre di un punto le prime due aliquote dell’Irpef (quella del 27% fino a 15mila euro e quella del 28% tra 15 e 28mila euro) altri 5 miliardi, col rischio, per giunta, che spalmandosi sull’intera platea dei contribuenti il beneficio sia così piccolo che nessuno se ne accorga. Ecco perché lo staff del premier incaricato sta abbandonando quest’ultima idea per puntare invece su una riforma delle detrazioni per aumentare il risparmio d’imposta per i redditi tra 8mila (sotto questa cifra non si paga l’Irpef) e 15mila euro, con un vantaggio per questi ultimi di circa 450 euro l’anno. La manovra sarebbe limitata ai lavoratori dipendenti (per gli autonomi è previsto il taglio dell’Irap) e costerebbe sempre 5 miliardi, ma sarebbe avvertita dai redditi bassi. Essa restituirebbe inoltre una maggiore articolazione alla curva dell’Irpef che oggi, a causa dell’effetto distorsivo delle detrazioni, nonostante veda formalmente 5 aliquote (23, 27, 38, 41 e 43%) si riduce, di fatto, a due aliquote, del 30% tra 8 e 28 mila euro e del 40% sopra. Da dove verranno le ingenti risorse finanziarie che serviranno per coprire l’alleggerimento dell’Irap, dell’Irpef, la riforma degli ammortizzatori sociali e gli incentivi per le assunzioni? Anche da un aumento del prelievo sulle rendite finanziarie, che lo staff di Renzi conferma, anche se non è ancora chiaro se e come potrebbero essere coinvolti i titoli di Stato (circolano diverse ipotesi, dalla loro esclusione all’inasprimento del prelievo solo per i grandi patrimoni). Ma il grosso delle risorse arriverebbe dal taglio della spesa pubblica, centrale e periferica. Dagli ambienti vicini al presidente del consiglio incaricato filtra infatti una grande soddisfazione per il lavoro fatto finora dal commissario alla spending review, Carlo Cottarelli. Il tecnico nominato da Enrico Letta e Fabrizio Saccomanni, spiegano, avrebbe individuato con precisione le spese da tagliare e l’obiettivo di risparmiare almeno tre miliardi già nel 2014 sarebbe alla portata. È probabile quindi che Cottarelli resti al suo posto e anzi acceleri e magari aumenti l’obiettivo a regime di un taglio strutturale della spesa pubblica di 32 miliardi di euro a partire dal 2016. Altre entrate potrebbero arrivare dalla lotta all’evasione fiscale, ma queste non verranno cifrate perché incerte. Ma resta il fatto che ogni euro in più recuperato dall’evasione, confermano i tecnici, andrà nel fondo per ridurre le tasse sul lavoro già predisposto dal governo Letta.

Nemmeno Gesù Cristo poteva farcela

Un lettore

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