SUDAN

rassegna stampa Gfp     140113 + vari giornali Opera dei geostrateghi  Tesi GFP: La guerra civile in corso in Sudsudan è anche un risultato delle manovre delle potenze occidentali, in particolare Usa, Germania e GB, che appoggiarono e favorirono la secessione del Sud Sudan dal Nord di Khartoum (2011), pur sapendo che la secessione non avrebbe risolto i le sanguinose faide tra le varie fazioni dei ribelli, già in corso negli anni 1990, durante la guerra civile contro il Nord, e spesso più brutali degli scontri contro Khartoum. –        L’appoggio occidentale alla secessione era mirato all’indebolimento del Nord a predominanza […]
Condividi:

rassegna stampa

Gfp     140113 + vari giornali

Opera dei geostrateghi

 Tesi GFP: La guerra civile in corso in Sudsudan è anche un risultato delle manovre delle potenze occidentali, in particolare Usa, Germania e GB, che appoggiarono e favorirono la secessione del Sud Sudan dal Nord di Khartoum (2011), pur sapendo che la secessione non avrebbe risolto i le sanguinose faide tra le varie fazioni dei ribelli, già in corso negli anni 1990, durante la guerra civile contro il Nord, e spesso più brutali degli scontri contro Khartoum.

–        L’appoggio occidentale alla secessione era mirato all’indebolimento del Nord a predominanza araba, tendenzialmente più anti-occidentale e che era più legato alla Cina, a favore di un Sud è più legato a paesi filo-occidentali, come Kenya e Uganda.

 

In Sudsudan, si sono riaccesi a metà dicembre 2013 i complessi e mutevoli conflitti etnici, tra le principali fazioni etniche del Sud Sudan, in una trentina di località del paese, provocando in 3 settimane circa 10 000 morti,

 

–        conflitto scatenato da un presunto colpo di Stato dell’ex vice-presidente Riek Machar, della tribù Nuer, il secondo maggiore del paese dopo quello Dinka, un tempo concentrato nell’area di Juba, la capitale, ed ora scomparso dall’area, in parte forse perché rifugiati nei campi profughi ONU, in parte sfollati in altre regioni, o fuggiti per unirsi ai guerriglieri di Ryak Machar, oppure sterminati in gran numero (e gettati in fosse comuni nei dintorni di Juba, o nel Nilo), e i più ricchi fuggiti in aereo nei paesi confinanti. L’“armata bianca”, circa 20-25 000 giovani Nuer, per la maggior parte appoggiano la rivolta dell’ex vice-presidente Machar contro i Dinka del presidente Kiir. L’Onu riporta dell’uccisione di lavoratori Dinka nelle strutture petrolifere. Oltre 200mila gli sfollati all’interno, e oltre 30 000 si sono rifugiati nei paesi vicini, Uganda, Kenya, Etiopia e Sudan.

 

Simile per dimensioni alla Francia (e diviso in 10 “Stati”), secondo le stime di BP il Sud Sudan dispone delle terze più grandi riserve di petrolio dell’Africa sub-sahariana.

 

–        A causa dell’alto costo del transito imposto da Khartoum, sono crollate le esportazioni sud-sudanesi, e si è aperto un conflitto tra Nord e Sud che ha fatto cadere il regime di Juba.

Sono ora in corso consultazioni tra Nord e Sud Sudan con l’obiettivo di dispiegare una forza mista per proteggere i giacimenti petroliferi del Sud. Ma il ritorno delle truppe nord-sudanesi potrebbe dirottare complicare la crisi in modo imprevedibile, dato che il conflitto Nord-Sud, sfociato nell’indipendenza del Sud, ha provocato almeno due milioni di vittime.

 

–        Le fazioni dei due principali gruppi etnici avevano trovato una temporanea coesione nella lotta contro il governo di Khartoum. Le milizie che sostengono Reik Machar controllano la principale zona petrolifera, nello Stato di Unity, e di Jonglei, e cercano di avere il controllo del Nilo Superiore, altra regione ricca di petrolio; gli scontri si sono allargati allo Stato dei Laghi. Ci sono state numerose defezioni dalle forze armate governative, il Sudan People’s Liberation Army, che si trova a combattere contro di esse e contro nutriti gruppi di civili armati.

 

–        La contrapposizione tra i Dinka, etnia cui appartiene Kiir, e i Nuer di Machar non è la causa diretta della crisi, anche se può contribuire a renderla più grave, date le rivalità storiche tra di esse.

 

–        La posta in gioco più importante sono le risorse petrolifere del Sud Sudan, che rappresentano circa ¾ di tutte le risorse petrolifere sudanesi, che il Nord ha perso a seguito della secessione.

 

–        Legate alla produzione petrolifera le concessioni, le infrastrutture necessarie alla sua esportazione, in particolare il nuovo oleodotto che terminerà nel porto kenyano di Lamu, rendendo autonomo il Sud da Khartoum.

 

–        La Cina ha sostenuto il Sudan contro i separatisti del Sud Sudan, ma una volta raggiunta l’indipendenza sono riusciti a stabilire buoni rapporti con il nuovo Stato. Secondo Foreign Policy, il conflitto in Sud Sudan danneggia soprattutto la Cina, che controlla gran parte dei consorzi di imprese che producono e cercano idrocarburi in Sudan tramite il gruppo statale China National Petroleum Corporation. Nel 2012, la Repubblica popolare cinese ha importato 1,9 milioni di tonnellate di petrolio dal Sud Sudan.

 

La contesa all’interno del paese verte essenzialmente sul potere politico, in particolare sul controllo della ricostruzione del paese.

 

–        C’è poi il controllo delle forze armate, l’SPLA (Sudan People’s Liberation Army, già braccio armato del movimento protagonista della lotta per l’indipendenza) che nel 2012 ha pesato per il 41% sulle spese statali, vera e propria fonte di welfare.

Interessi dei paesi vicini: un buon numero di imprese dell’Africa orientale, soprattutto kenyane e ugandesi, ha interessi nello sviluppo del nuovo Stato e i primi scontri hanno già provocato danni finanziari non indifferenti.

 

Tra le grandi partite in gioco nel Sudsudan, c’è quella dell’acqua del Nilo: l’Etiopia è impegnata nel maxi-progetto idroelettrico della Diga del Rinascimento, e un eventuale cambio di alleanze da parte di un nuovo governo sud-sudanese potrebbe disturbare questi piani.

 

–        Kenya e Uganda hanno conquistato una certa influenza a Juba, e cercano di legarla alla Comunità dell’Africa Orientale (EAC), l’organizzazione regionale che comprende Kenya, Uganda, Tanzania, Rwanda e Burundi; il Sudsudan potrà però aderirvi solo se termineranno gli scontri armati.

 

–        L’Uganda ha inviato suoi soldati in Sudsudan, per evitare che sprofondi nella guerra civile; sembra che suoi aerei abbiano bombardato le milizie di Riek Machar, che ha annunciato rappresaglie se l’Uganda ingerisce, allargando in tal modo gli scontri ad un altro paese est-africano.

 

–        Unione Africana ha minacciato di sanzioni il Sudsudan.

 

–        Il CdS Onu ha approvato l’invio di altri 5 500 caschi blu, che si aggiungeranno ai 7600 già presenti del suo “contingente di pace”.

 

–        Anche la Germania ha sostenuto la secessione del Sudsudan, dando appoggio politico, e assistenza e consulenza per la costruzione del nuovo Stato (tramite la Fondazione Konrad Adenauer (CDU), il Max-Planck-Institut, l’Agenzia per lo sviluppo, GIZ), ma anche con l’invio di soldati.

Condividi:

Facebook Comments

Comments Closed

Comments are closed. You will not be able to post a comment in this post.