I PADRONCINI ROVINATI DALLA CRISI SCENDONO IN PIAZZA

Redazione di Operai Contro, Dalla globalizzazione al mercato unico europeo, cadono le illusioni. Nel malcontento che dilaga nelle strade, la classe operaia comincia a mettere il peso della propria forza La crisi economica e finanziaria degli ultimi cinque anni ha rovinato milioni di piccoli e medi borghesi: agricoltori e allevatori, autotrasportatori e tassisti, artigiani e commercianti, bottegai e tanti altri padroncini. Con la sua spietatezza ha messo a nudo e peggiorato ulteriormente le loro già compromesse condizioni economiche e sociali. Ha fatto cadere molte illusioni. E insieme con le illusioni è crollata la fiducia nello Stato. Non sentendosi rappresentati […]
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Redazione di Operai Contro,

Dalla globalizzazione al mercato unico europeo, cadono le illusioni. Nel malcontento che dilaga nelle strade, la classe operaia comincia a mettere il peso della propria forza

La crisi economica e finanziaria degli ultimi cinque anni ha rovinato milioni di piccoli e medi borghesi: agricoltori e allevatori, autotrasportatori e tassisti, artigiani e commercianti, bottegai e tanti altri padroncini. Con la sua spietatezza ha messo a nudo e peggiorato ulteriormente le loro già compromesse condizioni economiche e sociali. Ha fatto cadere molte illusioni. E insieme con le illusioni è crollata la fiducia nello Stato. Non sentendosi rappresentati da nessuno, la piazza è la soluzione per far esplodere la rabbia covata da anni.

La prima a cadere è stata l’illusione che la globalizzazione avrebbe automaticamente risolto dovunque i problemi di mercato, avrebbe dato sfogo commerciale a tutte le merci e a tutti i servizi nell’immenso mercato mondiale, avrebbe consentito l’accumulazione di capitale anche per i padroncini di ogni tipo, avrebbe appianato le differenze fra i diversi contendenti sul mercato, avrebbe redistribuito le ricchezze e quindi dato ricchezza a tutti e accresciuto a dismisura i consumi.

L’illusione del mondo economicamente pacificato è stata brutalmente spazzata dalla crescente difficoltà per i piccolo-medi padroni di vendere merci e servizi, dallo scontro con la povertà per chi povero non era mai stato, dalla perdita dei mezzi di produzione sotto il peso dei debiti. È accaduto esattamente il contrario: l’apertura del mercato mondiale ha favorito le grandi concentrazioni economico-finanziarie, i monopoli e gli oligopoli, i colossi multinazionali della produzione (fra cui quella agroalimentare), della distribuzione e del commercio, dotati di grandi capitali, capaci di abbattere potentemente i costi di produzione e trasporto e provvisti di grandi risorse finanziarie per imporre il consumo delle loro merci e dei loro servizi, e nello stesso tempo ha schiacciato i piccoli e medi padroni impegnati nella produzione e distribuzione locale. La forte e continua delocalizzazione della produzione di merci e servizi ha lasciato dietro di sé, in Italia e altrove, un deserto di fame non solo fra gli operai licenziati ma anche fra i padroncini degli indotti che prima, a differenza degli operai sfruttati e sempre alla fame, avevano prosperato.

Nella crisi generale di valorizzazione del capitale e di accumulazione di profitto, malgrado le promesse della globalizzazione, i piccoli padroni sono stati i primi a rompersi la testa. Ora, rovinati dalla guerra economica che hanno perso con padroni mondiali molto più forti di loro, gridano contro il “Far West della globalizzazione, che ha fatto sparire il lavoro”, invocano il ritorno al nazionalismo, alla produzione e al consumo dei prodotti “made in Italy”, sono terrorizzati eprchè anno che per essi l’alternativa è andare a finire o fra le schiere degli operai, se va bene, o altrimenti nella sempre più immensa massa dei disoccupati, nella miseria più nera.

 

La seconda a cadere è stata l’illusione che l’Europa unita, istituzionalmente Unione europea, con il mercato unico e la moneta unica, e quindi la piena liberalizzazione della circolazione di persone, capitali, merci e servizi, avrebbe creato uno spazio economico unificato con condizioni di libera concorrenza tra le imprese e di benessere per tutte. Nell’Unione europea si sono verificati le stesse conseguenze provocate dalla globalizzazione, su scala più piccola, quasi continentale, ma con effetti più concentrati e quindi più disastrosi: le multinazionali, i padroni più potenti si sono impossessati in ogni campo del mercato europeo.

I padroncini delle campagne, dell’autotrasporto e del commercio, con dipendenti o senza, sono stati ridotti in miseria proprio dalla più ampia libera concorrenza che pure essi avevano auspicato.

Gli agricoltori e allevatori piccoli e medi rovinati dai grossi capitalisti agrari più competitivi, schiacciati dai commercianti (privati e grande distribuzione organizzata) che impongono prezzi non remunerativi neanche dei costi sostenuti o che ai loro prodotti preferiscono quelli meno costosi importati dal Nord Africa e da altrove, buttati fuori dalle loro aziende da una Politica agricola comunitaria che riduce a zero i sussidi (come fa la riforma della Pac appena varata).

Gli autotrasportatori sono messi fuori mercato sia dalle grandi catene dell’autotrasporto nord europeo, molto più competitive, sia dai colleghi dei Paesi europei orientali che applicano tariffe più basse. I piccoli commercianti e i bottegai sono costretti a chiudere per lo strapotere della grande distribuzione italiana ed europea. Gli artigiani, e con essi anche tanti piccoli padroni di fabbrichette, vengono estromessi dal ciclo produttivo da gruppi industriali che li spiaccicano come mosche.

Ora lottano contro “questo modello di Europa”, che ha “distrutto l’identità dell’Italia”, e ne invocano un altro, continuando a nutrirsi di illusioni. Ora lottano “per riprenderci la sovranità dei popoli e monetaria”, dopo che anch’essi, chi ha potuto e fin quando ha potuto, hanno banchettato al tavolo dell’euro con un valore raddoppiato rispetto a quello nominale. Ma l’unica Europa unita che si poteva formare è esattamente quella che si è realizzata: le grandi borghesie europee, i grossi capitalisti industriali, finanziari, agrari e della distribuzione, avevano e hanno bisogno, per rafforzarsi, di un mercato sicuro e unito e di una moneta unica, di unirsi in una nuova potenza imperialista che dominasse le classi più deboli all’interno ed esprimesse la propria forza, economica, politica e militare, all’esterno, sui teatri di guerra commerciale e militare. Per essi la rovina graduale di piccoli e medi agricoltori, allevatori, autotrasportatori ed altri produttori di servizi, industrialotti e artigiani, commercianti e bottegai, era la condizione necessaria per l’affermazione della loro supremazia. Ma la corsa all’accumulazione si è rallentata, su scala internazionale e anche europea, è entrata in una crisi sempre più profonda, che sta mostrando il volto vero dell’Europa.

 

La terza illusione a cadere è stata quella di poter contare su governi “amici”, pronti a varare leggi clientelari a supporto di questo o quell’altro settore economico, come hanno fatto per decenni i partiti borghesi, come, esemplarmente, la Democrazia Cristiana che ha sempre trattato le campagne come immensi serbatoi di voti. La crisi ha, se non annullato, quanto meno ridotto, ma moltissimo, le possibilità di varare misure di “sostegno” all’una o all’altra classe che non siano quelle che contano davvero. Ed ecco la mobilitazione “contro un governo di nominati”, “di cialtroni e di delinquenti”, “contro uno Stato che non ci rappresenta”, che “ci tartassa di tasse”, contro Equitalia, vista come emanazione dello Stato di cui il governo è la prima espressione, per “bloccare tutte le procedure esecutive, in primis quelle di insolvenza, e poi quelle di fallimento”, per tornare a votare prima possibile con una nuova legge elettorale, in cui sia l’elettore a scegliere fra i candidati e a sperare quindi in nuove private consorterie, in cui i nuovi eletti propugnino un quadro politico che rimetta in piedi l’Italia con la forza del nazionalismo, di una nuova moneta, del consumo made in Italy.

 

È con queste premesse che agricoltori e autotrasportatori sono scesi in strada a manifestare, nel tentativo di “imporre” con la caduta dell’attuale governo e nuove elezioni un illusorio rinnovamento del sistema politico-economico di cui essi stessi fanno parte. Eppure la loro lotta non è inutile. Ha acceso un fuoco che covava da tempo sotto la cenere non solo del proprio malcontento, ma pure di quello di altre classi sociali. In piazza sono scesi anche operai, disoccupati, proletari senza reddito alcuno. Per quanto ancora pochi, gli operai in piazza sono il segno che la classe sociale che più di tutte sta sopportando, nelle fabbriche e nei presidi fuori di esse, il massimo effetto della crisi di accumulazione del capitale, comincia a mettere il peso della propria forza, centrale e dirompente, nel conflitto sociale in atto.

 

SPARTACUS

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