LA SCHIAVITU’

Redazione di Operai Contro, Dopo la vicenda dei 7 morti a Prato, mentre già i riflettori si stanno spegnendo, qualche riflessione sulla schiavitù operaia. Ci sono schiavi con catene di ferro e schiavi con catene d’oro, ma sempre schiavi sono. Nell’antica Roma c’erano gli schiavi che finivano delle miniere e quelli domestici che dovevano prendersi cura della persona del padrone e dei sui familiari. I primi potevano morire sotto le frustate e letteralmente per il troppo lavoro, i secondi la frusta la sentivano solo se si ribellavano e inevitabilmente il loro lavoro era più sopportabile. Chi oggi avrebbe il […]
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Redazione di Operai Contro,

Dopo la vicenda dei 7 morti a Prato, mentre già i riflettori si stanno spegnendo, qualche riflessione sulla schiavitù operaia. Ci sono schiavi con catene di ferro e schiavi con catene d’oro, ma sempre schiavi sono.

Nell’antica Roma c’erano gli schiavi che finivano delle miniere e quelli domestici che dovevano prendersi cura della persona del padrone e dei sui familiari. I primi potevano morire sotto le frustate e letteralmente per il troppo lavoro, i secondi la frusta la sentivano solo se si ribellavano e inevitabilmente il loro lavoro era più sopportabile.

Chi oggi avrebbe il coraggio di affermare che solo i primi, quelli con le catene arrugginite, erano gli schiavi? Il sistema prevedeva differenze di trattamento e lavoro, ma si basava sullo stesso principio: la proprietà completa da parte del padrone del suo schiavo, di cui può disporre come vuole e naturalmente fargli fare il lavoro che gli serve per fare la bella vita, picconare nella miniera o grattargli il fondo schiena. Chi oggi avrebbe il coraggio di affermare che la schiavitù è il miglior sistema di produzione esistente, basta che agli schiavi vengano applicate catene d’oro, un equo trattamento di lavoro e vita?

Oggi, nel comune sentire, l’operaio di una qualsiasi fabbrica italiana dovrebbe ritenersi libero, fortunato e ringraziare il proprio padrone per “il lavoro” che gli ha dato. Solo quando 7 operai cinesi bruciano in una delle fabbrichette di Prato i giornali e le televisioni parlano esplicitamente di schiavi.

Non è solo l’ipocrisia della denuncia tardiva, dopo: perché tutti sapevano e non hanno fatto nulla per le terribili condizioni di lavoro di questi operai. Non è solo lo stracciarsi le vesti, dopo: perché di quelle merci sono pieni negozi e supermarket. Bensì è quel fare la differenza tra quell’operaio schiavo di quel padrone da mettere in galera e l’altro operaio, quello che non è schiavo e ha un padrone, pardon, un datore di lavoro, buono. Per il primo ci si indigna, interviene anche il Napolitano, il giornalista ne snocciola fino in fondo le condizioni di schiavitù, affinché il ruolo sociale per il secondo, che è invero il medesimo, muti in qualcos’altro.

 

Provate a raccontare in giro che l’operaio è lo schiavo su cui questa società fonda la sua esistenza, come l’antica Roma con i suoi schiavi. Vi rideranno addosso. Paradossalmente useranno come esempio proprio le condizioni più truci della schiavitù operaia per dire che non è vero. La sostanza della schiavitù operaia, comune in tutti gli operai, negata per la forma apparente delle catene che li lega singolarmente al processo produttivo. Sei schiavo se sei costretto al lavoro 14 ore per campare, non lo sei se hai contratto che ne prevede solo 8 ordinariamente. Sei schiavo se vieni pagato 400 euro invece che 1500. Non negheremo certo che le quantità possano fare una certa differenza, come non si può negare che c’era differenza tra lo schiavo impiegato nelle miniere e quello nella casa. Ma come l’eliminazione della peggior condizione di schiavitù dell’antichità non avrebbe cambiato la questione allora, così non la cambia adesso. Se sono, come sono, schiavi i primi lo sono anche i secondi. Ci sarebbe da aggiungere che è proprio il sistema della schiavitù, moderna o antica che sia, che prevede diversi gradi di sfruttamento. Se è prevista l’esistenza del secondo, è di conseguenza possibile anche quello più brutale, che induce più facilmente le anime gentili e ipocrite alla lacrimuccia.

 

Dello schiavo antico il padrone poteva disporre, poichè di sua proprietà in tutto, per l’intera giornata e occuparlo per il lavoro a suo piacere, ma dovevo nutrirlo e farlo riposare adeguatamente affinchè il suo valore non si sciupasse o addirittura annullasse con la morte precoce. Dello schiavo moderno il padrone può disporne e farlo lavorare per le “sole” ore della giornata lavorativa prefissata, in cambio gli deve riconoscere un salario che permetta all’operaio di campare l’intera giornata e tornare il giorno successivo a lavorare. Ma è nella completa disponibilità del padrone per la sola giornata lavorativa che la schiavitù moderna prende sostanza. In quell’arco di tempo il padrone non dà lavoro, ma si appropria di lavoro, meglio del frutto di quel lavoro. Sarà sufficiente far produrre all’operaio più valore di quanto gli deve dare in salario e la sua bella vita sarà assicurata, come al ricco patrizio romano. Ed è proprio nelle fabbriche moderne che la riduzione al minimo del tempo necessario a riprodurre il salario dell’operaio, con il conseguente aumento della restante parte di cui si appropria il padrone, è costantemente ricercata, fino al parossismo. Proprio lì, dove viene negata, la forma schiavistica moderna assume la sua forma più pura. Molto più comodo invece denunciarla, per salvarsi le coscienze, nei soli scantinati degradati della moderna società civile.

 

Roberto

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