LA SCOZIA AL VOTO PER L’INDIPENDENZA

Manca poco meno di un anno, ma politicamente parlando l’evento è imminente: il 18 settembre 2014 gli scozzesi saranno chiamati a votare il referendum per l’indipendenza della Scozia dal Regno Unito. Un progetto politicamente sostenuto solo dal partito al governo Scottish National Party e dai Verdi. Lo Scottish National Party d’impronta socialdemocratica, a dispetto di quanto possa lasciare intendere il nome, si è prodigato a lungo per arrivare ad un simile risultato, riuscendo infine a far leva con l’Inghilterra guidata da David Cameron ed a raggiungere nel 2011 un accordo facendosi forte della vittoria elettorale e della maggioranza assoluta […]
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Manca poco meno di un anno, ma politicamente parlando l’evento è imminente: il 18 settembre 2014 gli scozzesi saranno chiamati a votare il referendum per l’indipendenza della Scozia dal Regno Unito. Un progetto politicamente sostenuto solo dal partito al governo Scottish National Party e dai Verdi.

Lo Scottish National Party d’impronta socialdemocratica, a dispetto di quanto possa lasciare intendere il nome, si è prodigato a lungo per arrivare ad un simile risultato, riuscendo infine a far leva con l’Inghilterra guidata da David Cameron ed a raggiungere nel 2011 un accordo facendosi forte della vittoria elettorale e della maggioranza assoluta in Parlamento.
Il carattere indipendentista del SNP si distingue ormai dagli anni Sessanta per il suo atteggiamento riformista e per un raggiungimento graduale del suo obiettivo: già nel 1997, sostenuti dai laburisti, promossero ed ottennero un altro referendum, per l’istituzione di un Parlamento scozzese unitamente ad alcune misure di autonomia fiscale e di gestione economica culminate con lo Scotland Act del 1998. Allora il risultato delle urne fu plebiscitario, con il 74% dei consensi, 3 scozzesi su 4.

L’uomo forte del partito Alex Salmond ha lasciato il partito dal 2000 al 2004, salvo poi tornare alla carica per la spallata definitiva: alle elezioni 2007 ha ottenuto un seggio in più dei laburisti diventando primo ministro, galvanizzando il rinato spirito nazionale scozzese e portando lo SNP alla tornata elettorale 2011 ad avere per la prima volta nella storia la maggioranza assoluta dei seggi, 69 su 129, riconfermandosi così alla testa delle istituzioni. La carismatica figura di Salmond e la contemporanea decadenza della politica europeista (ma soprattutto britannica) invischiata nella peggior crisi sistemica dell’era capitalista hanno fatto sì che l’escalation di consenso alla filosofia del recinto abbia avuto così tanto successo. Se Londra intendesse arrabbiarsi, lo deve fare in primis con sè stessa.

Il “The Herald” edizione scozzese dedica ormai da tempo ampie pagine all’argomento, di fatto cruciale per i destini del regno che, è bene ricordarlo, resta tuttora fuori da ogni unione monetaria. Il suo sito di politica interna è ormai pienamente incentrato sulla scadenza elettorale di settembre e pubblica sondaggi a ritmi devastanti. Diversamente da come si potrebbe immaginare vista la parabola in costante ascesa, la risposta degli scozzesi al chiaro e netto quesito “Should Scotland be an independent country?” (Dovrebbe la Scozia essere uno Stato indipendente?) è più che blanda. Anzi.

Soltanto ieri Herald rendeva nota una nuova consultazione, con la quale solo il 27% della popolazione (meno di un terzo) ha apertamente sostenuto di essere favorevole ad una sovranità autonoma da Londra; parallelamente la percentuale di indecisi resta al di sotto del 20%, fermandosi al 17%. In sostanza, tra a favore ed indecisi non si arriva alla famigerata metà della popolazione. Ancora peggio se si considera che il 49% è convinto che la propria famiglia starebbe in acque peggiori con Edimburgo indipendente (contro il 23% che pensa il contrario). Una reazione a dir poco spiacevole ad una settimana dalla pubblicazione da parte di Salmond di un libro bianco di 670 pagine, “il più grande progetto mai scritto per l’indipendenza di una nazione”. A poco possono servire le pezze dei promotori del “YES SCOTLAND”, che sostengono come “da sondaggi interni, sempre più gente passa dal non voto all’indecisione. E’ un segno che la nostra campagna progredisce positivamente”. Approfittando del suo ruolo di primo ministro, Salmond ed il suo SNP hanno anche approvato una legge per fare votare 16enni e 17enni, benchè come in Italia valga la maggiore età dei 18 anni per recarsi alle urne: un modo per cavalcare i sondaggi secondo cui il crescente dissenso dei giovani verso lo status quo li porti a sostenere in maggioranza la causa.

Fino a qui le reazioni popolari, trasversalmente intese per classi. Poi arrivano le reazioni della classe dirigente, quella “che conta” e che ha a che fare anche con politiche sovranazionali: a 9 mesi dalla data della decisione vincolante, le più grandi istituzioni della finanza scozzese hanno inteso uscire allo scoperto, in concomitanza con la tangibile prova del libro bianco di Salmond, chiedendo chiarezza sulle intenzioni delle aziende produttive nazionali in caso di vittoria del sì. Il mondo della finanza non nasconde i suoi interessi, minacciando di tirarsene fuori se l’SNP ottenesse la sua più grande vittoria.

La strategia preventiva prevederebbe tra le altre cose la proposta di un’unione monetaria con il resto del Regno Unito ed un progetto per il quale la Banca Centrale inglese diventerebbe sostanzialmente garante del debito pubblico scozzese: un po’ troppo chiedere al resto della Union Jack, che ovviamente rispedisce al mittente punto per punto le proposte (in primis l’unione monetaria britannica) e costringe il Tesoro a “respingere con sdegno” un’ipotesi di collettivizzazione degli oneri tra tutti i contribuenti britannici. Gli operatori finanziari sottolineano proprio il problema della valuta che le aziende adotterebbero per disarmare gli indipendentisti; inoltre, autorevoli istituzioni come la Royal Bank of Scotland o la Lloyds per bocca del suo amministratore delegato Antonio Horta-Osorio hanno già lasciato intendere di non gradire il distacco da Londra.

Insomma, si prepara (e bisogna vedere quanto artificiosamente) il terremoto in uno dei più importanti centri della finanza globale, sulla quale effettivamente Edimburgo poggia i suoi più grandi interessi. La replica alla forte e neanche troppo implicita campagna per il NO sono già partite: lo SNP ed i promotori del SI hanno timidamente replicato che “anche con l’indipendenza, lo Stato provvederebbe ad uno stabile, sicuro ed integrato piano occupazionale nel campo finanziario”.

Senza però specificare come.

A cura di M.L.

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