Ventimila cassetti/giorno

Redazione di operai Contro, Ventimila leghe sotto i mari”, ha permesso a tanti bambini di fantasticare. Ventimila cassetti al giorno sono l’incubo/promessa di questo sistema di produzione per circa 200 operai nel biellese. Il Tg3 delle 19 del 9 novembre presenta questa volta la storia di una fabbrica di “successo”, la Manuex di Quaregna, provincia di Biella. Non la solita fabbrica che ha chiuso di tutte le sere precedenti (una per ogni sera!), con annesse storie patetiche di operai sbattuti in mezzo una strada da un padrone (cattivo e incapace) che delocalizza o semplicemente ha chiuso perché non faceva […]
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Redazione di operai Contro,

Ventimila leghe sotto i mari”, ha permesso a tanti bambini di fantasticare. Ventimila cassetti al giorno sono l’incubo/promessa di questo sistema di produzione per circa 200 operai nel biellese.

Il Tg3 delle 19 del 9 novembre presenta questa volta la storia di una fabbrica di “successo”, la Manuex di Quaregna, provincia di Biella. Non la solita fabbrica che ha chiuso di tutte le sere precedenti (una per ogni sera!), con annesse storie patetiche di operai sbattuti in mezzo una strada da un padrone (cattivo e incapace) che delocalizza o semplicemente ha chiuso perché non faceva profitti, ma di un padrone (buono, coraggioso e bravo) che i profitti li fa nella sua nuova fabbrica. Il messaggio è chiaro e vorrebbe indicare la via di uscita dalla crisi: produrre si può anche in Italia. Basta che ci siano le giuste condizioni dice il padrone, il giornalista annuisce.

Il padrone, pardon, l’amministratore delegato Giancarlo Formenti con il telegiornale nazionale si fa vanto delle presunte competenze degli operai italiani, s’imbroda dei suoi nuovi macchinari, dei robots e dei capannoni acquisiti, ripuliti e verniciati. Il giornalista gli rammenta il coraggio che avrebbe avuto a sfidare la crisi e chiede se lo rifarebbe, lo rifarei “meglio” risponde pronto il Formenti, forse pensando ai soldi che sta facendo, grazie anche agli aiuti ricevuti dalla Regione Piemonte.

Ci incuriosiamo per il messaggio che il tg3 vorrebbe trasmettere: per 10 sere/fabbriche chiuse, una che inizia a produrre è ben poca cosa, ma di fabbriche che ancora producono ce ne sono tante e se a queste si aggiungono nuove fabbriche che ripartono anche in Italia … si è forse alla vigilia della tanto agognata ripresa che alla fine riassorbirà anche i disoccupati operai di tutte le patetiche sere precedenti. Tutte balle che si basano sulle apparenze.

Dal servizio si capisce che la Manuex con circa 200 operai produce cassetti, tutti uguali, in realtà pezzi dei cassetti da assemblare. Dalle immagini si vedono le operaie che in catena di montaggio, (non erano superate?) preparano le scatole inserendo ciascuna un pezzo soltanto alla volta, un frontale, un binario, ecc. Solo chi non ha mai comprato all’Ikea non capisce subito dove finiranno quelle scatole. Una ricerca veloce su internet e salta fuori la storia un po’ meno edulcorata della Manuex.

 

La Fgv, che sta per Formenti, Giovenzana a Veduggio, in Brianza, nel 2010 si assicura per 5 anni la fornitura di cassetti Ikea, sbaragliando 22 concorrenti in tutto il mondo, polacchi e cinesi compresi. La Fgv, oltre alle 2 storiche fabbriche di Veduggio, ha altre tre fabbriche una a Bratislava (Slovacchia), una in Cina e una in Brasile, ha dunque invero delocalizzato da tempo al contrario di come si presenta nel servizio televisivo. Tuttavia ora deve decidere dove produrre i nuovi cassetti e i suoi amministratori si accorgono che la crisi gli ha reso conveniente il Piemonte: dei 20 milioni di euro di investimento 2 gli vengono regalati dalla regione con i “contratti di insediamento”, inventati dal centrosinistra ma fatti propri dal leghista Cota, e che assicurano anche uno sconto fiscale del 15%.

E’ così che nasce la Manuex negli stessi capannoni dell’ex filatura Fraver a Quaregna, un territorio in cui più che le competenze trova migliaia di operai immiseriti e inattivi. Le 700 euro della mobilità sono il punto di partenza per i nuovi contratti di assunzione. Un operaio della Manuex, quando nel 2012 parte la produzione su grande scala, racconta: «Ho fatto un anno di cassa integrazione, due di mobilità a circa 700 euro netti al mese, e ora finalmente, da tre settimane, ho un nuovo contratto». Il padrone Formenti così descrive la situazione: «Servono un territorio fertile, enti locali svegli, lavoratori che non cerchino il conflitto».

Vista dall’altra parte è un esercito di operai in ritirata che nel biellese ha trovato una vera Caporetto: se i Formenti nel 2010 a prezzi di saldo si prendono i capannoni vuoti della ex Fraver, che peraltro nel 2005 occupava 207 operai, quindi con saldo invariato, in questi anni nella zona ci sono stati più di 8.000 licenziamenti nel tessile, 15mila sono gli iscritti al centro per l’impiego di Biella. Per una fabbrica che ha riaperto 142 si sono chiuse nel solo 2009. Un elenco infinito di fabbriche chiuse, per buona parte nel tessile, ma non solo. Nella ricerca su internet che abbiamo condotto troviamo che “sulla sola strada da Quaregna a Biella, il triste itinerario che parte dall’ipermercato Esselunga, costruito sulle macerie dell’ex Filatura Safil, chiusa nel 2003, in due chilometri di rettilineo si incontrano le cancellate mangiate dalla ruggine, le serrande mezze spaccate e sempre abbassate, le catene e i portoni mortalmente chiusi di quelle che furono le aziende Smeraldo (l’addio nel 2003, 90 dipendenti), Bocchietto (2002, 100 dipendenti), Fratelli Suppa (2006, 50 dipendenti), Tintoria Leone (2009, 60 dipendenti in piccola parte trasferiti a Sandigliano), Botto Luigi (2005, 150 dipendenti), Eurofili (2006, 110 dipendenti)”.

Insomma è il quadro devastante della crisi, uno spaccato di come la crisi abbia fatto a pezzi l’industria e buttato in mezzo alla strada i suoi operai, con i sindacati più occupati a rendere socialmente compatibili le chiusure con cassa integrazione e mobilità che a difenderli. Nell’illusione sparsa a piene mani che la crisi sarebbe passata velocemente e che un settore obsoleto avrebbe lasciato il posto a uno più moderno.

Ora si scopre che il moderno sono, ad esempio, i cassetti prodotti per l’Ikea, e sono moderni non perché contengono chissà quale innovazione, ma solo per il fatto che le condizioni di lavoro degli operai alla Manuex li ha resi tali. Intanto quelle salariali degli operai che si sono uniformate nei vari paesi da far sì che «La prima ipotesi … la Slovacchia» viene scartata dai sciuri Formenti per la più vantaggiosa Biella. In secondo luogo, l’utilizzo della forza-lavoro aggiornato alle nuove condizioni tecniche. Il Tg3, come tutti gli articoli che abbiamo trovato, sorvolano bellamente su quest’aspetto, il più importante: che 200 operai, da circa un anno e per i prossimi quattro almeno, producano 20mila cassetti ogni giorno, 5 milioni di cassetti all’anno!

E’ questa enormità che fondamentalmente ha assicurato alla Fgv il contratto con Ikea, fissando in un nuovo valore unitario del cassetto, che da adesso si imporrà a livello globale sul mercato, l’annesso moderno livello dello sfruttamento operaio necessario per quella merce. E quanto vale per un cassetto lo si può generalizzare a qualsiasi altra merce.

 

Qualcuno a questo punto potrebbe ben usare la famosa allocuzione: “è il capitalismo, bellezza”. Solo che i numeri della produzione moderna di merci non solo condannano i 200 operai della Manuex ai “peggiori incubi nel cassetto”, dopo l’incubo della miseria per fame. Sono numeri che allo stesso tempo condannano la società intera ad una corsa alla produzione, guidata dalla ricerca del massimo profitto, che non può che generare sovrapproduzione generalizzata di merci. I 20 mila cassetti al giorno potranno diventare 25 mila, 30mila, e gli operai necessari per produrli con profitto, passati da migliaia a poche centinaia, ridursi ancora se le regole della produzione capitalistica lo impongono. Ma gli operai che li potranno consumare saranno sempre meno in proporzione per il numero minore che occorre alla loro produzione. Altri consumatori vanno cercati, altri mercati da inondare di cassetti. Ikea può aprire tutti i nuovi negozi che vuole, ma non potrà mai stare dietro ai cassetti prodotti dalle varie Manuex, i magazzini si riempiranno sempre. Soprattutto se, immiserita dalla crisi, anche la piccola borghesia che tanto ama la bassa qualità delle merci Ikea camuffata da design accattivante, deve a sua volta ridurre i propri consumi.

Roberto

http://www.youtube.com/watch?v=bK0tzxCgGCE&feature=youtu.be

 

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