OPERAI INDESIT DI FABRIANO

La partita si gioca sui numeri, ma non è solo una questione di calcolatrice. «Non serve a niente salvare adesso alcuni posti – dice un lavoratore di Fabriano -, tanto se non ci buttano tutti oggi, succederà tra un anno, magari fra due». Lunedì scorso la Indesit ha illustrato al ministero dello Sviluppo il nuovo piano industriale: dai 1425 esuberi previsti a giugno la cifra è scesa a quota 1030, con «la possibilità di accompagnarne 330 alla pensione nel periodo coperto dagli ammortizzatori». Nei prossimi cinque anni poi – ma sono solo stime – «è prevedibile il reimpiego graduale […]
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La partita si gioca sui numeri, ma non è solo una questione di calcolatrice. «Non serve a niente salvare adesso alcuni posti – dice un lavoratore di Fabriano -, tanto se non ci buttano tutti oggi, succederà tra un anno, magari fra due». Lunedì scorso la Indesit ha illustrato al ministero dello Sviluppo il nuovo piano industriale: dai 1425 esuberi previsti a giugno la cifra è scesa a quota 1030, con «la possibilità di accompagnarne 330 alla pensione nel periodo coperto dagli ammortizzatori». Nei prossimi cinque anni poi – ma sono solo stime – «è prevedibile il reimpiego graduale di oltre 400 lavoratori. I 150 impiegati negli uffici sarebbero invece riassorbiti in quattro anni».
A Taverola (in provincia di Caserta) però i lavoratori non l’hanno presa benissimo, anche se da quelle parti, secondo i piani, a saltare adesso sarebbero in 71 a fronte dei 540 previsti prima dell’estate. Nella mattinata di ieri, allora, centinaia di lavoratori sono scesi in piazza con un corteo spontaneo, durante uno sciopero di quattro ore che ha bloccato ancora una volta la produzione. Al grido di «vergogna» e «uscite fuori», gli operai hanno bersagliato con delle uova la sede dell’Unione degli industriali e il palazzo della Provincia di Caserta, dove sono anche intervenute le forze dell’ordine per spegnere la tensione dopo che i manifestanti si erano accalcati davanti al portone chiuso.
La delocalizzazione appare come un destino, Indesit non ha mai fatto mistero delle sue intenzioni: spostare la produzione verso est (Polonia e Turchia), dove la manodopera costa meno, e lasciare in Italia la ricerca. In questo senso vanno letti i 78 milioni di investimenti promessi per il suolo patrio. In attesa di ulteriori sviluppi, ad ogni buon conto, il rinnovato piano industriale prevede di lasciare a Taverola i frigoriferi, mentre verranno spostati nei due stabilimenti delle Marche i piani gas da incasso, con l’attivazione di un nuovo «It Service Center 4» (supporto tecnico di ultima generazione).
Così, mentre a Roma l’erede universale della famiglia più potente delle Marche, la senatrice Anna Paola Merloni, si è dimessa dalla vicepresidenza di Scelta Civica, ancora nella mattinata di ieri hanno protestato anche i lavoratori della ex Antonio Merloni di Fabriano. Un serpentone di auto ha congestionato la statale per qualche ora, alla volta di Ancona, dove un centinaio di lavoratori ha imbastito un presidio davanti alla sede di Unicredit. Lo stabilimento primogenito dell’impero marchigiano degli elettrodomestici rischia infatti la chiusura dopo che, alla fine di settembre, il tribunale ha dato ragione ad alcune banche che si erano opposte alla sua vendita a Jp Industries, la ditta di proprietà dell’imprenditore cerretese Giovanni Porcarelli. Il risultato: 700 lavoratori a rischio, sospesi tra una nuova proprietà e il buio di una fabbrica che diventerebbe di nessuno. Gli operai si sono stretti in cordone davanti all’ingresso di una sede dell’istituto di credito con l’obiettivo di «creare un danno» al capofila del pool di banche creditrici dell’ex Antonio Merloni. I clienti non hanno potuto accedere agli sportelli, mentre gli impiegati sono rimasti per tutta la mattina barricati all’interno degli uffici. «I lavoratori – ha detto il segretario della Fim-Cisl Andrea Cocco – sono l’economia reale, le banche solo la speculazione finanziaria».
La vicenda giudiziaria continua: Porcarelli e i tre commissari straordinari che procedettero con la vendita hanno depositato il ricorso in Appello contro la sentenza dal tribunale di Ancona. La nuova decisione è attesa tra qualche mese, poi ci sarà comunque da aspettare l’ultima parola della Cassazione, visto che nessuna delle parti in causa sembra intenzionata a fare un passo indietro. In primo grado, i giudici hanno ritenuto la cessione della ex Merloni illegittima poiché il prezzo pagato per rilevare tutto – 13 milioni – sarebbe di quattro volte inferiore al valore minimo dell’azienda. Alla Jp, comunque, la produzione va avanti regolarmente, per quanto possibile: l’Inps ha bloccato l’erogazione della cassa integrazione, ma – ha spiegato il direttore Francesco Ricci, sceso in strada per parlare con lavoratori e sindacalisti – «le pratiche per gli assegni ora sono pronte», mentre in precedenza lo stop era arrivato perché «la sentenza aveva creato una situazione di incertezza».

MARCO DI VITO

26 OTTOBRE 2013

da il manifesto

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