Egitto è il mondo. Una catastrofe annunciata che si avvicina all’Europa

Per il dibattito Ciò che sta accadendo in Egitto segna una fase avanzata della crisi che, negli ultimi anni, ha colpito i Paesi arabi, con un susseguirsi di massicce agitazioni sociali, definite in modo anodino «Primavere Arabe» (all’inizio, in Tunisia, giustamente, si parlò di «rivolta della baguette»). Ormai è evidente che a breve-medio termine non si profila alcuna soluzione «positiva» (o presunta tale), se non il costante inasprimento dei contrasti sociali. È uno scenario dove l’Egitto occupa una posizione di massimo rilievo. Soprattutto perché questa prospettiva, sempre più incombente, sta bruciando tutti i luoghi comuni, di destra e di […]
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Per il dibattito

Ciò che sta accadendo in Egitto segna una fase avanzata della crisi che, negli ultimi anni, ha colpito i Paesi arabi, con un susseguirsi di massicce agitazioni sociali, definite in modo anodino «Primavere Arabe» (all’inizio, in Tunisia, giustamente, si parlò di «rivolta della baguette»). Ormai è evidente che a breve-medio termine non si profila alcuna soluzione «positiva» (o presunta tale), se non il costante inasprimento dei contrasti sociali. È uno scenario dove l’Egitto occupa una posizione di massimo rilievo. Soprattutto perché questa prospettiva, sempre più incombente, sta bruciando tutti i luoghi comuni, di destra e di sinistra (basta leggere e sentire i media italiani). E soprattutto sta bruciando i luoghi comuni euro-centrici che, stoltamente, hanno cercato di applicare schemi precostituiti a una realtà completamente differente da quella scolpita nei cervelli degli occidentali.

La crisi dei Paesi arabi è un aspetto importante della crisi generale che ha investito il modo di produzione capitalistico e che, ovunque, ha messo in discussione gli assetti economici e sociali, definiti nei passati decenni di eccezionale sviluppo (Les Trentes Glorieuses, 1945-1975). Le conseguenze e le modalità sono però assai diverse,

Nei Paesi arabi (come in ogni altro Paese di nuova industrializzazione), il recente passato di eccezionale sviluppo ha alimentato la banale convinzione che essi stessero ripercorrendo il medesimo cammino dell’Europa occidentale, degli Stati Uniti, del Giappone, nonché delle loro appendici.

In realtà, nei Paesi arabi, il modo di produzione capitalistico è stato «innestato» dall’esterno, senza riuscire a superare i precedenti rapporti di produzione precapitalistici (in particolare nelle campagne, dove ancor oggi in Egitto gli occupati sono il 30%, mentre in Italia sono il 6%). Le vecchie classi dominanti (agrarie e commerciali), nel connubio con lo Stato (e soprattutto con i militari che, in Egitto, controllano il 30% delle risorse economiche), hanno dato vita a una borghesia asfittica, in cui permangono le stimmate di un passato che, inevitabilmente, rivive nel diffuso tessuto sociale precapitalistico circostante. Al lato opposto, analoga situazione vive la classe operaia, al cui sfruttamento concorrono antichi retaggi di dispotica sottomissione.

Ne sono conseguiti rapporti di produzione superficialmente capitalistici, la cui intima natura socio-economica è un ibrido, coperto da una patina, che è più o meno spessa, dove l’evoluzione in senso capitalistico è stata più avanzata, come in Egitto; ma che è assai sottile, dove lo è stata meno, come in Libia. In tutti i casi, lo Stato e la Chiesa, con i loro apparati burocratici clientelar-assistenziali, rappresentano il deleterio legame con il passato, spesso tenuto artatamente in vita.

Modello somalo?

Ancora alle soglie del XXI secolo, il consenso politico (sotto la «patina occidentale») era reso possibile grazie a uno sviluppo economico che, pur emarginando le attività precapitalistiche, al tempo stesso, creava per loro opportunità, da cui esse traevano una nuova linfa, come, per esempio, con il turismo. Erano attività che, perdevano le originarie caratteristiche, funzionali all’economia precapitalistica, per assumere quelle parassitarie, tipiche del capitalismo declinante. E quindi fonte di ulteriori squilibri, in cui la condizione delle donne è l’aspetto più stridente.

Tali opportunità sono comunque venute meno con la crisi; già dapprima, erano state erose dalla globalizzazione (le privatizzazioni e le liberalizzazioni degli anni Novanta) che ha preceduta e preparata la crisi (per l’Egitto vedi: Les origines économiques de la crise politique en Egypte – www.leconomiste.eu/). Benzina sul fuoco l’ha gettata la ridefinizione dei cosiddetti rapporti interimperialisti, in cui sono stati pesantemente coinvolti i Paesi arabi, sotto la spinta delle maggiori potenze economiche, Usa in primis. Intervenuti come gli elefanti in una cristalleria (Iraq, Afghanistan …), facendo più danni di quanti pretendessero di risolverne; e anche se, per ora, i danni ricadono nelle altrui case, prima o poi rimbalzeranno come un boomerang negli States. E saranno cavoli amari.

In Egitto, la situazione che si è creata esclude un ritorno al passato, sia esso di stampo «nasseriano» (socialismo nazionale, a guida militare) così come di stampo islamista (socialismo religioso, a guida pretesca). Entrambe queste formule politiche sono tramontate, poiché si basavano su un modello di welfare (e di consenso) che oggi non è più pensabile, con il venir meno di quelle condizioni di crescita economica che, in passato, lo avevano reso possibile. La breve stagione dei Fratelli Musulmani, benché «democratica», ha mostrato i limiti dell’assistenzialismo-clientelismo religioso che, in Egitto, non può contare sulle risorse disponibili a suo tempo (ma ancor oggi) per gli ayatollah iraniani.

Parimenti, è improbabile l’ipotesi di un regime autoritario (di stampo militare) che, privo di solide basi di consenso, dovrebbe affrontare crescenti tensioni, di difficile gestione, come dimostra la strage di ferragosto.

L’alternativa che si delinea è una situazione di instabilità permanente e di disgregazione nazionale, in cui dominano racket che si autolegittimano con motivazioni ideologiche (etniche e religiose), per barattare interessi localistici, il più delle volte alimentati da sponsor stranieri, vicini e lontani. Lo stesso fiorente «mestiere delle armi» finisce per assumere uno specifico ruolo economico che, attraverso le varie al-Qaida, lo autonomizza, e lo rende fine a sé stesso (come in Afghanistan).

Laici o preti? Democrazia e socialismo …

Come dicevo, in Egitto il capitalismo ha lambito solo alcuni strati sociali (ancorché abbastanza ampi e di cui i cristiani copti costituiscono una componente significativa), tuttavia, il capitalismo egiziano, mentre sconvolgeva i precedenti assetti sociali, non approdava a uno sbocco compiuto, come avvenne nell’Europa occidentale (alcuni secoli fa …), da cui discendeva un’articolata stratificazione sociale, connotata dal peso della borghesia e del proletariato.

Ragion per cui, nel contesto sociale egiziano (e in generale arabo e islamico), è assolutamente fuorviante la distinzione – erede della rivoluzione Francese – tra laicisti (progressisti) e religiosi (reazionari). In realtà, in Egitto, i laicisti rappresentano un futuro (capitalistico), che non nasce; i religiosi rappresentano un passato (precapitalistico), che non muore… anzi, si ricicla nel presente, sotto rinnovate spoglie che, nella Fratellanza Musulmana, vedono convivere imprenditori borghesi, esclusi dalle clientele statali, e proletari, «sottomessi» all’assistenzialismo islamico. Entrambi in cerca di un santo in paradiso … come si sul dire.

Alla prova del fuoco della crisi, ne è scaturita una perversa empasse che ha avuto il suo tragico epilogo nella spaccatura verticale della società, divisa da contrapposti fronti (e non solo in Egitto, sostanzialmente anche in Siria, in Tunisia … in Algeria). In questa contrapposizione, sembrano prevalere le motivazioni ideologiche, un pesante mantello che copre (e soffoca) una realtà sociale in ebollizione, nella quale si intrecciano e covano i contrasti di fondo. Contrasti che, per ora, restano sotto traccia, salvo qualche breve apparizione in superficie (come le agitazioni operaie a Port Said).

Mentre in Brasile (e parzialmente in Turchia, per fare esempi recenti), la crisi economica, frustrando le troppo decantate aspettative di sviluppo, ha animato proteste «popolari», unitarie, che hanno visto convergere diverse componenti sociali (lavoratori dipendenti, disoccupati, studenti, piccoli imprenditori …), così non avviene in Egitto e negli altri Paesi arabi e islamici, in cui permangono le eredità di un passato precapitalista, solo in parte, e spesso malamente, superato. Ciò nonostante, le esperienze maturate nelle piazze in mesi di occupazioni, incontri e lotte, non si possono cancellare, dall’oggi al domani. Ed è con questo spettro, che dovranno fare i conti le anime dannate della borghesia egiziana: militari, laiciste e religiose …

Comunque sia, in uno scenario come quello egiziano, se è assurda la pretesa bushita di «importare» la democrazia, ancor più assurda è la velleità «leninista» di «importare» il socialismo, secondo schemi estemporanei, che propongono aggiornate versioni di «rivoluzione permanente» o di «doppia» rivoluzione, democratica prima, socialista poi. È come voler giocare a bocce ferme, quando sul campo si scatena il finimondo. Sono velleità che, presupponendo uno sviluppo storico lineare, «all’occidentale», di riffa o di raffa, vorrebbero giustapporre a Paesi come l’Egitto un modello evolutivo la cui natura è squisitamente capitalistica, e questo proprio quando il capitalismo rivela di non avere più carte da giocare. Ogni passo in quella direzione è fonte di nuovi disastri.

Anzi …, con i chiari di luna di una crisi decisamente recidiva, una soluzione «libanese» (se non «somala») potrebbe estendersi all’Europa, favorendo, in questa eventualità, la tendenziale omogeneizzazione della condizione proletaria sulle due sponde del Mediterraneo. Ma questa è solo un’ipotesi. O no?

Dino Erba, Milano, 15 agosto 2013.

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