India, sciopero della fame per gli operai della Maruti Suzuki

di Manlio Masucci Uno sciopero della fame ad oltranza per chiedere il rilascio di circa duecento lavoratori e rappresentanti sindacali ancora detenuti nelle carceri indiane a seguito della protesta, avvenuta esattamente un anno fa, presso la fabbrica della Maruti Suzuki a Manesar nello Stato dell’Haryana. La mobilitazione per ottenere giustizia in India si fa globale con l’intervento di IndustriAll e Labourstart che lanciano una campagna per sostenere i lavoratori indiani nella difficile battaglia per il riconoscimento dei loro diritti. Una battaglia, innescata dalla violazione dei diritti dei lavoratori ad avere una rappresentanza sindacale e a contrattare collettivamente, che riguarda molti […]
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di Manlio Masucci

Uno sciopero della fame ad oltranza per chiedere il rilascio di circa duecento lavoratori e rappresentanti sindacali ancora detenuti nelle carceri indiane a seguito della protesta, avvenuta esattamente un anno fa, presso la fabbrica della Maruti Suzuki a Manesar nello Stato dell’Haryana. La mobilitazione per ottenere giustizia in India si fa globale con l’intervento di IndustriAll e Labourstart che lanciano una campagna per sostenere i lavoratori indiani nella difficile battaglia per il riconoscimento dei loro diritti. Una battaglia, innescata dalla violazione dei diritti dei lavoratori ad avere una rappresentanza sindacale e a contrattare collettivamente, che riguarda molti paesi in via di sviluppo ma che, in questo specifico caso, ha raggiunto livelli inaccettabili caratterizzati da prevaricazioni, persecuzioni e violenze di ogni genere da parte delle autorità indiane, prontamente schierate a fianco degli industriali come documentato dalla Commissione Internazionale per i diritti dei lavoratori (Iclr) che ha pubblicato, per l’occasione, un dettagliato rapporto sui fatti di Manesar.
La vicenda ha inizio esattamente un anno fa quando, dopo un lungo percorso burocratico, i lavoratori della fabbrica riuscirono ad accreditare presso il ministero del Lavoro dell’Haryana un sindacato indipendente. Il Maruti Suzuki Workers Union fu dunque registrato con l’obiettivo di contrattare con l’azienda in sostituzione dello schierato sindacato aziendale. Fra i punti che il neo sindacato pose all’attenzione del management, l’eccessivo carico di lavoro, che prevede la produzione di un autoveicolo ogni 45 secondi, la mancanza di tempi adeguati per le pause pranzo e per recarsi ai servizi igienici, la politica salariale, la pratica di addebitare ai lavoratori i giorni di malattia con trattenute sullo stipendio, l’imposizione di straordinari non pagati, e la crescente precarizzazione della forza lavoro, circa il 75% del totale, con la relativa sottrazione di ogni beneficio o tutela.
La risposta dell’azienda alle richieste di aprire un tavolo con i rappresentanti dei lavoratori è stata però particolarmente sconcertante. La Maruti Suzuki non solo avrebbe rifiutato di contrattare con il sindacato ma avrebbe, secondo la denuncia della Iclr, avviato pratiche di union busting all’interno della fabbrica alimentando in questo modo una spirale di frustrazione sfociata, per l’appunto, in uno sciopero. Dimostrazione immediatamente caratterizzata da forte tensione, con l’azienda pronta a richiedere l’intervento delle forze dell’ordine che hanno immediatamente cercato di risolvere la disputa con la forza. Il risultato degli scontri è stato particolarmente drammatico con un manager dell’azienda ucciso, e con centinaia di lavoratori feriti ed arrestati.
Ad un anno da quei drammatici avvenimenti, sono 147 i lavoratori ancora in carcere senza alcuna accusa formale e senza possibilità di essere rilasciati attraverso una cauzione, mentre nel corso dell’anno altri arresti sono stati effettuati ai danni dei dimostranti che chiedevano il rilascio dei detenuti. La Iclr denuncia come i lavoratori detenuti siano tuttora oggetto di maltrattamenti e torture mentre i familiari che protestano per la sorte dei loro congiunti continuano ad essere oggetto delle intimidazioni della polizia. L’azienda ha, nel frattempo, licenziato arbitrariamente 2.300 lavoratori, molti dei quali appartenenti al sindacato.
I sindacati internazionali, la Iclr e i sindacati indiani, chiedono la fine di questa spirale di abusi, il rilascio dei lavoratori illegalmente detenuti, la revoca dei licenziamenti arbitrari, la costituzione di una commissione indipendente che accerti le responsabilità a tutti i livelli e di un organismo tripartito che garantisca il regolare svolgimento delle contrattazioni fra sindacati ed azienda.
La dimostrazione organizzata in occasione dell’anniversario dello sciopero, prevede dunque una grande concentrazione a Manesar di lavoratori e attivisti che hanno preannunciato l’intenzione di entrare in sciopero della fame fino a che i loro diritti non saranno riconosciuti.

(17 luglio 2013)

Appello dei lavoratori incarcerati della Maruti Suzuki

Siamo i lavoratori di Maruti Suzuki, siamo dietro le sbarre dal 18 luglio 2012 a causa di una vera e propria cospirazione, senza alcun tipo d’indagine preliminare. 147 di noi sono rinchiusi nella prigione centrale di Gurgaon.

Da luglio, ben 2500 lavoratori con un contratto a tempo indeterminato sono stati licenziati. In questi ultimi otto mesi abbiamo inviato un appello ai funzionari amministrativi e ai rappresentanti eletti, tra cui il primo ministro dell’Haryana e il Primo Ministro dell’India. Ma i nostri appelli non sono stati ascoltati e non ci è stata concessa la cauzione.

Le accuse presentate dalla polizia di Haryana in tribunale non presentano nomi di eventuali testimoni, e sono quindi incomplete.

Questo è solo un assaggio del continuo attacco arbitrario ai nostri diritti democratici e vediamo come il diritto è piegato e si schiera chiaramente con i padroni dell’azienda. Molti dei nostri compagni di lavoro sono senza genitori e hanno in carico tutta la famiglia. Molte delle mogli dei lavoratori erano incinta quando siamo stati messi dietro le sbarre. E anche quando è arrivato il momento del rilascio, ai lavoratori non sono state concesse né cauzione né custodia cautelare. Noi non sappiamo quali circostanze abbiano condotto all’arresto. Diamo alcuni esempi della nostra situazione:

1. Uno dei nostri compagni di lavoro, Sumit s / o Shri Chattar Singh, non ha nessuno in famiglia se non la moglie. Anche quando lei ha partorito in un ospedale di Gurgaon, la richiesta di uscita su cauzione o sulla parola presentata da Sumit è stata respinta.

2. Uno dei nostri compagni di lavoro, Vijendra s / o Dalel Singh è l’unico membro nella sua famiglia con un reddito. Sua madre stava male e non poteva aiutare sua moglie, che era incinta e ha partorito in un ospedale di Jhajjhar. Anche allora, non è stata concessa a Vijendra né la cauzione né la libertà vigilata.

3. Nel caso di uno dei nostri compagni di lavoro, Ramvilas s / o Shri Silak Ram, la nonna, cui era molto affezionato, si è ammalata dopo che Ramvilas è stato messo dietro le sbarre ed è morta poco tempo dopo. A Ramvilas non è stata nemmeno concessa la libertà vigilata per incontrare sua nonna sul letto di morte o per partecipare al funerale. Dopo alcuni giorni ossia quando sua moglie ha partorito, la sua richiesta di libertà su cauzione e la condizionale sono state respinte. Tutto ciò ha causato un forte shock per lui.

4. Uno dei nostri compagni di lavoro, Prempal, s / o Shri Chhiddilal, aveva la responsabilità di prendersi cura della sua famiglia da solo, l’intero sostentamento della sua famiglia dipendeva solamente dai suoi guadagni. Quando è stato gettato in prigione arbitrariamente, la figlia di due anni si è ammalata ed è morta, anche a causa del dolore per l’assenza di suo padre. La ferita doveva ancora rimarginarsi quando anche la madre, distrutta dalla prigionia del figlio e dalla morte della nipote, si ammalata ed è morta. Ma anche dopo tutto questo, Prempal si è visto negare l’autorizzazione alla libertà vigilata e gli è stata concessa solo un’ora di visita il giorno dopo il funerale di sua nonna. Sua moglie, rimasta sola in casa e colpita da questi gravi lutti, si è ammalata ed è stata ricoverata in ospedale. Sta ancora poco bene e non c’è nessuno disposto a prendersi cura di lei. Certamente quanto accaduto ha causato una terribile agonia per Prempal.

5. Uno dei nostri compagni di lavoro, Rahul, s / o Shri Vinod Ratan, è l’unico figlio maschio dei suoi genitori. Ha una sorella che si è sposata a novembre del 2012, ma a lui non è stata nemmeno concessa la possibilità di partecipare alla cerimonia di kanyadan. Il matrimonio ha avuto così luogo in un contesto di tristezza e Rahul deve ancora riprendersi da questa ferita.

6. Uno dei nostri compagni di lavoro, Subhash, s / o Shri Lal Chand, era molto vicino alla nonna. Dopo la sua prigionia, la nonna ha cominciato a digiunare, passando gran parte del proprio tempo a pensare a suo nipote; è così che è morta di dolore qualche giorno dopo. Ma a Subhash non è stato concesso nemmeno di partecipare al suo funerale.

Questi e molti altri fatti che avvengono ogni giorno nella nostra vita, sono sufficienti per riempire le pagine di un intero libro.

A proposito di noi: la nostra identità, la nostra famiglia, il nostro lavoro.

Siamo tutti figli di operai e contadini. I nostri genitori, con grande sforzo e sacrificio, hanno cercato di assicurarci un’istruzione, ci hanno insegnato a stare in piedi da soli, a fare qualcosa di degno nella nostra vita, aiutando la nostra famiglia in difficoltà. Ci siamo ritrovati nell’azienda della Maruti Suzuki dopo aver superato le prove scritte e orali effettuate dalla Società secondo i termini e le condizioni stabilite dalla stessa. Prima del nostro ingresso, la società ha effettuato diversi i tipi di indagine, come la verifica della polizia della nostra residenza o la presenza di eventuali precedenti penali. Nessuno di noi ne aveva.

Quando siamo entrati in azienda, lo stabilimento di Manesar della società era ancora in costruzione. All’epoca immaginavamo il nostro futuro con lo sviluppo della fabbrica, abbiamo investito grande energia e dedizione per portare l’impianto di Manesar a un nuovo livello.

Quando il mondo intero stava lottando contro la crisi economica, abbiamo lavorato due ore in più al giorno per raggiungere una produzione di 10,5 milioni di auto in un anno. Siamo stati gli unici artefici del profitto crescente della società e oggi siamo trattati come criminali e assassini, quelli senza cervello che hanno provocato un incendio doloso!

Quasi tutti noi siamo figli di poveri operai o vediamo da famiglie di contadini la cui sopravvivenza dipende dal nostro lavoro. Abbiamo lottato per tessere il nostro futuro e quello della nostra famiglia, per realizzare sogni come quello di una casa, di una migliore educazione per i nostri fratelli-sorelle e per i nostri figli, in modo che possano avere un futuro luminoso, garantendo così una vita confortevole per i loro genitori, che con la loro fatica hanno permesso tutto questo.

In cambio, siamo stati sfruttati all’interno della fabbrica in tutti i modi possibili. Anche qui, solo alcuni esempi:

1. Se un lavoratore durante i turni non stava bene, non gli era permesso di andare in infermeria e veniva costretto a proseguire il lavoro in quelle condizioni.

2. Non ci era permesso andare in bagno durante l’orario lavorativo, si poteva solo all’ora del tè o durante la pausa pranzo.

3. I superiori usavano comportarsi con gli operai in modo molto scortese, con un linguaggio volgare, schiaffeggiandoli o ridicolizzandoli per punirli.

4. Se un lavoratore era costretto a stare a casa 3-4 giorni per motivi di salute, o a causa di qualche incidente, o per un grave problema in famiglia, o per la morte di un parente, metà del suo stipendio, che ammontava a quasi 9000 Rupie, veniva detratto dall’impresa.

A causa di questo continuo sfruttamento, i lavoratori hanno sentito il bisogno di formare un sindacato. La società Maruti Suzuki era però contro l’idea di un sindacato e per questo ci sono stati tre scioperi dei lavoratori nel 2011. Dopo il terzo sciopero, trenta dei nostri compagni lavoratori sono stati costretti a dare le dimissioni perché avevano partecipato agli scioperi. Ma alla fine di febbraio 2012 siamo riusciti ugualmente a ufficializzare il nostro sindacato, grazie all’allora Direttore delle Risorse Umane Late Shri Awanish Dev Kumar, che ci ha aiutato. La società, adirata a causa dall’atteggiamento disponibile del signor Dev nei nostri confronti, lo spinse a rassegnare le dimissioni. Ma l’azienda non ha accettato perché le sue dimissioni rischiavano di far emergere i misfatti nascosti dell’azienda. Per schiacciare il sindacato e per rimuovere il signor Dev dalla sua carica, l’azienda, con un piano premeditato, ha chiamato buttafuori e teppisti all’interno dei locali della fabbrica il 18 luglio 2012 permettendogli di provocare l’«incidente».

La situazione attuale dei lavoratori all’interno del carcere.

Noi, in totale 147 lavoratori, siamo stati messi dietro le sbarre senza alcun tipo d’indagine, e ora siamo qui da più di 8 mesi. All’interno del carcere siamo psicologicamente stressati. Molti di noi sono affetti da malattie come la tubercolosi, molti di noi sono affetti da gravi forme di depressione.

A causa di questo le nostre famiglie stanno rischiando di morire di fame. L’educazione delle bambine e dei bambini è ora sospesa, sono sospesi, quindi, i loro diritti fondamentali. Il futuro delle nostre famiglie è immerso nel buio. Tutti i membri della nostra famiglia sono mentalmente troppo turbati. Abbiamo paura che facciano qualche passo falso a causa dello stato di pressione mentale in cui si trovano.

La situazione attuale dei lavoratori al di fuori del carcere

Oltre a mettere 147 addetti dietro le sbarre, la società ha terminato il rapporto con quasi 2500 lavoratori regolari e a contratto, tutto ciò senza un’indagine nazionale, e questi lavoratori ora sono disoccupati. Anche la condizione delle loro famiglie è molto grave. Il fatto è che ora questi lavoratori non hanno alcuna prova di esperienza lavorativa, chi di loro si fa avanti per sostenerci viene arrestato e incarcerato immediatamente così la loro carriera è condannata (come l’arresto di Iman Khan, un membro del comitato di lavoro provvisorio della MSWU e il cui nome non era in alcuna relazione delle forze di sicurezza; come altri 65 lavoratori che sono sotto mandato di cattura). Nessuno dei lavoratori incarcerati o dei lavoratori licenziati ha più un’occupazione capace di garantire il sostentamento delle persone a loro carico e questo sta mettendo tutti sotto pressione.

Ciò nonostante, la lotta per la giustizia dei nostri compagni di lavoro ci dà speranza ed energia dietro le sbarre. In questa lotta, che è riuscita a uscire anche fuori dalla fabbrica, nella società, da ormai più di 8 mesi, la notizia della solidarietà ricevuta da varie parti del paese da parte di lavoratori e di gente comune continua a dare speranza ed entusiasmo al nostro spirito.

Non vi è alcuna porta, di qualsiasi rappresentante eletto, cui non abbiamo bussato nell’arco di questi 8 mesi. Abbiamo portato il nostro appello di giustizia al ministro dell’industria, al Primo Ministro, ma il governo è schierato con la direzione aziendale e con i padroni, invece di ascoltare noi lavoratori.

Facciamo appello al governo per l’ultima volta al fine di ottenere la giustizia che ci è dovuta, prima di essere costretti ad assistere ai  suicidi o alle morti di altre persone.

Speriamo di avere la vostra solidarietà.

Maruti Suzuki Workers Union

(Il sindacato MSWU è dietro le sbarre del carcere centrale di Gurgaon, dove un totale di 147 lavoratori continuano a rimanere rinchiusi senza alcuna giustizia e cauzione. Questa lettera di appello è stata inviata da lì)

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