CRISI ISLAMISTA E DECLINO DEL DUOPOLIO GLOBALE

La situazione politica globale diventa particolarmente intricata per l’islamismo politico, espressione di potere delle borghesie nazionali di Paesi importanti come Turchia, Tunisia, Emirati Arabi, Qatar e Giordania. Gli ultimi accadimenti in Egitto, altro Stato-satellite della dottrina di sceicchi e sultani, sono un’ulteriore colpo ad una condizione alquanto spinosa da gestire; a ciò si aggiunge la guerra a tutto campo che incendia la Siria, che vede le forze anti-governative sempre più in difficoltà. La conferma viene dall’ormai impossibilitata strategia di attacco, che aveva segnato il primo periodo del conflitto: ora l’esercito regolare controlla punti cardine del Paese, a dispetto degli […]
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La situazione politica globale diventa particolarmente intricata per
l’islamismo politico, espressione di potere delle borghesie nazionali di
Paesi importanti come Turchia, Tunisia, Emirati Arabi, Qatar e Giordania.

Gli ultimi accadimenti in Egitto, altro Stato-satellite della dottrina
di sceicchi e sultani, sono un’ulteriore colpo ad una condizione
alquanto spinosa da gestire; a ciò si aggiunge la guerra a tutto campo
che incendia la Siria, che vede le forze anti-governative sempre più in
difficoltà. La conferma viene dall’ormai impossibilitata strategia di
attacco, che aveva segnato il primo periodo del conflitto: ora
l’esercito regolare controlla punti cardine del Paese, a dispetto degli
aiuti militari e finanziari che arrivano ai ribelli dagli islamisti e
dall’Occidente.

Un quadro politico che volge dunque a favore del presidente Bashar
al-Assad, reggente di un Paese determinante nello scacchiere globale e
vicino di casa di Israele. Ora, tanto più conquanto avvenuto al Cairo,
Tel Aviv ed il mondo radicale arabo devono rivedere i propri piani: nel
giro di un paio d’anni le condizioni sono profondamente mutate. Iran e
Siria, principali bersagli dell’imperialismo atlantico e sionista,
possono rifiatare un poco, anche se per Damasco la partita è molto più
complessa a causa del conflitto aperto, vere prove tecniche di
trasmissione per un futuro attacco col fuoco incrociato di Washington e
Tel Aviv.

Non di meno, l’Egitto resta un importante alleato per l’imperialismo
atlantista ed i suoi attuali alleati islamisti. Le preoccupazioni del
Cairo restano prioritariamente quelle finanziarie: l’allarme della Banca
Centrale sulla copertura economica ha scosso la borghesia nazionale, in
ansia per lo sviluppo di azioni di guerriglia da parte della Jihad che
potrebbero minare l’area del Canale di Suez, principale fonte di entrate
di denaro. Il crollo del turismo inoltre peggiora ulteriormente la
situazione.

E’ così partita una massiccia campagna militare nell’area del Sinai che
coinvolge anche l’aviazione, in accordo con Israele come previsto dal
trattato di Camp David, tesa a debellare gli attacchi dei guerriglieri.
Ciò comporta anche la totale chiusura del valico di Rafah, unica boccata
d’ossigeno per la Palestina, condizione che ha scatenato le ire di
Hamas, partito eletto al governo. Il Cairo accusa implicitamente il
movimento politico di sostenere azioni volte a contrastare il colpo di
Stato che ha destituito l’esponente dei Fratelli Mussulmani, Mohammed
Morsi. Da parte sua, Hamas nega ogni coinvolgimento con le proteste e
gli scontri messi in atto dai sostenitori della Fratellanza.

Washington ha preso nuovamente posizione, indicando come “arbitrari” gli
arresti e le detenzioni di manifestanti in tutto l’Egitto e “contrari
allo spirito di un governo ad interim, finalizzato a stabilizzare la
situazione politica nazionale”. Obama arriva ad ammonire i nuovi
borghesi al potere di possibili ritorsioni, anche finanziarie: per il
Cairo la minaccia è particolarmente allarmante dato che ancora attende i
4 miliardi di finanziamento da parte del Fondo Monetario Internazionale.
Il premier el-Beblawi, banchiere da sempre al servizio della finanza, sa
che deve gestire il momento nella maniera più accorta possibile.

Israele, ovvero l’avamposto atlantista in Medioriente, per contro non
resta con le mani in mano: dopo le prime settimane di sostanziale
silenzio a seguito degli sviluppi politici egiziani, calibrate sulla
prudenza ma che non sono mai riuscite a nascondere la preoccupazione per
la destituzione di un vicino di casa estremamente disponibile e
collaborativo, Tel Aviv torna a muoversi alla luce del sole ed
ovviamente lo fa attraverso atti diplomatici di politica estera. E’
significativo il fatto che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu abbia
preso contatti con il Presidente palestinese Mahmoud Abbas in questi
giorni e per la prima volta dall’insediamento del nuovo esecutivo sionista.

Tel Aviv chiede di riaprire al più presto i negoziati per la pace, ed è
disposta a mettere sul tavolo anche la questione delle nuove colonie che
in questi mesi avanzano a passo accelerato, fino a tanto che lo stesso
esercito della stella di Davide è dovuto intervenire per palesi e
grossolane violazioni della giurusprudenza ebraica. Un forte segnale dal
satellite americano nel mondo arabo, che intende così sondare
direttamente l’umore e le intenzioni della borghesia palestinese al
governo. Anche Gaza è in fermento, dopo che a fine giugno il primo
ministro Rami Hamdallah aveva rassegnato le proprie dimissioni ad Abbas.
Anche per la Palestina la questione dei vicini di casa egiziani è una
condizione di bivio da affrontare, anche perchè abbraccia la più
generale situazione di stallo per l’islamismo politico globale.

Infine, c’è da considerare il rilevante peso dell’attore silenzioso che
spezza il duopolio tra Occidente e mondo arabo, ovvero quella Cina che
ha sostenuto sola insieme alla Russia la posizione di Assad in Siria; se
è vero che Mosca e Washington rimangono i due promotori di un tavolo
politico sul futuro di Damasco, da tenersi prossimamente a Ginevra e
sino ad ora sempre rimandato anche per via delle frizioni tra le due
potenze, Pechino di certo non resta a guardare, consapevole del suo
ruolo politico, economico e finanziario sempre crescente e che sarà col
tempo sempre più determinante per le posizioni e gli accadimenti sullo
scacchiere globale, da tempo destinato a congedarsi definitivamente
dagli scenari duopolistici della Guerra Fredda.

A cura di M.L.

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