IN BRASILE LA PARTITA NON E’ ALLO STADIO, E’ NELLA PIAZZA

Una pubblicità della Fiat Brasile, che passa alla TV in questi giorni di Confederation Cup, dice “Vem pra rua, vem pra rua, porque a rua é a maior arquibancada do Brasil!” (scendi in strada, scendi in strada, che è il miglior spalto da stadio del Brasile!”). Parole profetiche, ma in senso assai diverso da quello atteso. La presunta festa pre-mondiali della, i cui match sono cominciati in questi giorni nel gigante sudamericano, è sotto choc. In un paese dove il calcio è una religione interclassista e una forma di riscatto sociale, i brasiliani, sorprendendo il mondo intero, più che […]
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Una pubblicità della Fiat Brasile, che passa alla TV in questi giorni di Confederation Cup, dice “Vem pra rua, vem pra rua, porque a rua é a maior arquibancada do Brasil!” (scendi in strada, scendi in strada, che è il miglior spalto da stadio del Brasile!”).

Parole profetiche, ma in senso assai diverso da quello atteso.

La presunta festa pre-mondiali della, i cui match sono cominciati in questi giorni nel gigante sudamericano, è sotto choc. In un paese dove il calcio è una religione interclassista e una forma di riscatto sociale, i brasiliani, sorprendendo il mondo intero, più che gli stadi  stanno riempendo le piazze.

Oggi, il movimento nato San Paolo (la maggiore metropoli brasiliana) – movimento che fin dal primo giorno abbiamo commentato intuendone il valore al di là dell’iniziale tentativo di autorità e stampa di dipingerlo come “vandalismo” – ha vissuto il sesto giorno consecutivo.

 E che giorno!

 A San Paolo, finora capitale morale del movimento, 65 mila persone, divise in tre tronconi, hanno preso il controllo della città e, per la prima volta, di fronte all’ampiezza della manifestazione, la polizia si è limitata ad accompagnare i corteii, composti da studenti e  lavoratori. Le autorità, come del resto la stampa, hanno a denti stretti dovuto mutare il loro atteggiamento di intransigenza, iniziando il dialogo. La capacità organizzativa dimostrata dai manifestanti – che distribuivano fiori e insistevano sul carattere pacifico della protesta – ha impressionato gli osservatori, tanto più se si considera che i partiti e le burocrazie sindacali sono praticamente assenti e totalmente colti di sorpresa.

 

A Rio la manifestazione nel centro della città ha raccolto ben centomila persone, che dopo un lungo corteo si sono riunite di fronte all’Assemblea Legislativa, dove vi sono stati scontri con la polizia e lanci di molotov.

 Scontri vi sono stati anche a Belo Horizonte, dove il corteo ha riunito ventimila presenze.

A Brasilia, la capitale, cinquemila manifestanti hanno invaso – per la prima volta nella storia del Brasile –  gli edifici governativi, stazionando sul tetto del Congresso Nazionale progettato dal “comunista” Oscar Niemeyer.

 

Diecimila a Belem, tremila a Maceió, cinque mila a Salvador de Bahia, cinque mila a Curitiba, diecimila a Porto Alegre. Questi i numeri delle altre principali città.

 

Cominciato come una protesta contro l’aumento del prezzo degli autobus urbani, è chiaro che il movimento sta assumendo un significato politico che si amplia ogni giorno mano mano che ne cresce l’estensione: gli slogan urlati dai manifestanti, da nord a sud del paese, sono contro le carenze del trasporto pubblico, della sanità, contro l’aumento dei prezzi – negli ultimi mesi l’inflazione ha rialzato selvaggiamente la testa – contro la corruzione dilagante in tutte le sfere dell’amministrazione dello stato e della politica, così come nel partito oggi la governo, coinvolto in una serie ininterrotta di scandali, contro lo spreco di denaro pubblico in opere i cui cantieri vedono lievitare i costi in corso d’opera e che non terminano mai. E persino – udite udite! contro le ingenti somme investite per la preparazione dei mondiali del 2014 – stadi, infrastrutture – e tolti, come affermano i manifestanti, ai veramente necessari investimenti nei campi dell’educazione e della sanità, tuttora estremamente al di sotto degli standard internazionali di una paese che si sente ormai appartenente al primo mondo.

 

Rimandando ad una prossima corrispondenza un’analisi più articolata dell’origine e del significato di un movimento che ha tutta l’aria di essere solo un inizio, e anche delle sue specificità, si deve intanto registrare che esso ha in comune con i movimenti degli indignados in Spagna, di Occupy negli Stati Uniti, e di piazza Taksim in Turchia, il fatto di essere composto prevalentemente – anche se non solo – da giovani scolarizzati distanti dai partiti e dai sindacati tradizionali.

 

Che una manifestazione contro gli sprechi in vista dei mondiali abbia avuto luogo oggi a Fortaleza proprio davanti all’hotel che ospita la nazionale calcistica brasiliana, è un sintomo di cambiamento di estremo interesse in un paese la cui identità nessuno finora ancora aveva mai immaginato potesse dissociarsi dalla “bola”.

 

“Vem pra rua, vem pra rua, porque a rua é a maior arquibancada do Brasil!”

 

Oltre che turchi, siamo tutti Brasiliani!

Alessandro Mantovani

Florianopolis 17 giugno 2013

 

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