QUALE VIA DÌ USCITA: CHE FARE?

PER IL DIBATTITO (prima parte) Nell’articolo del dodici Maggio ho affrontato degli aspetti teorici, rimandando a un altro articolo, gli aspetti tattici e strategici, sul “Che fare”. Innanzi tutto è opportuno affermare che i dati utilizzati nel pezzo precedente e in quest’articolo, si basano su dati scientifici verificabili, ricavati da ricerche personali fatte sul Web, anche se possono sembrare esagerati, si fondano su dati realistici. In effetti, questo modello di produzione è stato seguito da diverse comunità in aree depresse del terzo mondo, in America Latina in Africa e in Asia, e, dove è stato applicato, ha conseguito dei […]
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PER IL DIBATTITO (prima parte)

Nell’articolo del dodici Maggio ho affrontato degli aspetti teorici, rimandando a un altro articolo, gli aspetti tattici e strategici, sul “Che fare”. Innanzi tutto è opportuno affermare che i dati utilizzati nel pezzo precedente e in quest’articolo, si basano su dati scientifici verificabili, ricavati da ricerche personali fatte sul Web, anche se possono sembrare esagerati, si fondano su dati realistici. In effetti, questo modello di produzione è stato seguito da diverse comunità in aree depresse del terzo mondo, in America Latina in Africa e in Asia, e, dove è stato applicato, ha conseguito dei risultati incredibili.

In Perù, per esempio, c’è stata una municipalità che ha applicato quasi integralmente i principi della produzione circolare: i contadini si sono consorziati, si sono attrezzati di pannelli solari, hanno costruito delle fabbriche per la trasformazione dei prodotti agricoli, dagli scarti delle lavorazioni hanno allevato gli animali e ricavato concimi naturali per i terreni, ma anche fibre tessili naturali da cui ricavarsi i vestiti. In poco tempo questa popolazione, costituita da diverse miglia di persone, da una situazione di assoluta indigenza, ha ottenuto la sovranità (indipendenza) alimentare, energetica e idrica, migliorando enormemente la loro condizione economica. I capitali iniziali li hanno ottenuti stampando una moneta virtuale con cui si sono “pagati”i lavori necessari per avviare le attività, mentre con la vendita delle eccedenze hanno ottenuto capitali reali, investiti per avviare le fabbriche di trasformazione, dei prodotti agricoli. Chiaramente non si trova traccia di queste notizie nei mass media “ordinari” o nella trasmissione di prima serata, ma questo depone a favore di questa vicenda, le notizie scomode non devono circolare. E che dire di alcuni gruppi di contadini Africani o latinoamericani che attraverso l’utilizzazione dei residui, fino allora non utilizzati, del caffè sono riusciti ad ottenere funghi e mangimi per animali, riuscendo, in questo modo, a conseguire indipendenza alimentare, mentre prima riuscivano a mala pena a sopravvivere? Oppure delle comunità in Colombia che hanno trasformato la savana in foresta pluviale amplificando enormemente le risorse disponibili per la comunità?

 Queste esperienze sono importanti perché evidenziano la volontà di opporsi alle dinamiche della globalizzazione, l’attuale fase del capitalismo mondiale, che sta portando a una netta divisione del mondo in aree d’interesse, nelle mani delle multinazionali. Ormai la vecchia distinzione del mondo in nazioni è superata, il governo, di fatto, del Pianeta si sta sempre più concentrando nelle mani di pochi potentati economici, le “corporethions”, che controllano le attività economiche di tutti i popoli, soggiogandoli ai loro interessi.

 La globalizzazione non è stata un fenomeno nato dall’oggi a domani ma preparato e voluto con metodo nell’arco di decenni, con l’unico scopo di massimizzare i profitti dei borghesi mondiali. Tutte le istituzioni internazionali hanno contribuito a costruire, con assoluta determinazione, il mondo così come lo conosciamo oggi: la FAO, l’ONU, il Fondo Monetario Internazionale (FMI), se, a parole, s’impegnavano per superare il sottosviluppo e la fame del mondo, nei fatti è stato al servizio del capitale internazionale ed hanno spianato la strada per creare le condizioni di sudditanza dei paesi sottosviluppati! Ciò è stato possibile facendo perdere totalmente la sovranità alimentare a queste comunità, facendoli dipendere totalmente dalle nazioni ricche.

 Tutte le azioni macroeconomiche negli ultimi tempi sono andate, nei fatti, con perseveranza, in questa direzione: affamare i popoli per poterli soggiogare, nulla è avvenuto a caso! La tanto decantata “rivoluzione verde”, per esempio, è servita per imporre un modello di agricoltura totalmente dipendente dal petrolio, e quindi dall’esterno, ha imposto la coltivazione di poche specie vegetali, controllando, però, la produzione delle sementi! Anche gli aiuti alimentari, o quelli del FMI hanno soggiogato i paesi emergenti e del terzo mondo rendendoli dipendenti non permettendo uno sviluppo autonomo.

Solo un popolo affamato cui non sono garantiti i bisogni primari può costituire un bacino di manodopera a bassissimo costo e permettere profitti stratosferici! Queste mie affermazioni non son gratuite ma si fondano sull’analisi oggettiva della realtà, ma anche su lettura, tra le righe, di dichiarazioni fatte da diversi personaggi su dei video che allego all’articolo.

Ciò che è avvenuto a Dacca, in Pakistan non è un’eccezione ma la regola, il mondo è disseminato di poveri cristi che producono merci a buon mercato per pochi euro il giorno, in tutti i settori produttivi. Il processo di globalizzazione, però, non è ancora concluso e la graduale delocalizzazione delle industrie dei paesi “ricchi”, verso le”nazioni emergenti”, rientra in un piano ben preciso di accentuare la polarizzazione delle attività produttive su scala globale. Il mondo che si traccia, in un tempo neanche troppo lontano, è un Pianeta totalmente interconnesso e interdipendente, controllato, nei fatti, da alcune multinazionali che decidono dove comprare i fattori produttivi e permettono, solo a una parte degli abitanti della Terra, un certo tenore per comprare le merci prodotte da milioni di esseri umani cui è tolta la dignità e il tempo di vita! Nel mondo totalmente globalizzato le differenze culturali saranno annullate, in ogni angolo del Pianeta si mangeranno le stesse cose, con uguali sapori, prodotti tutti allo stesso modo, senza rispetto per la natura e le persone. Solo per chi se lo potrà permettere, si conserveranno angoli di paradiso naturali e produzioni tradizionali e rispettose dell’ambiente. Un futuro a tinte fosche? No assolutamente realistico, se si analizza la realtà, sono tutti processi ampiamente avviati, basta vedere l’enorme numero di centri commerciali, teste di ponte della globalizzazione, costruite in ogni angolo della Terra! E cosa dire degli eserciti privati cui sempre più spesso le multinazionali ricorrono “per difendere i propri interessi”, bai passando gli eserciti nazionali? Allora, alla luce di queste analisi, hanno ancora senso le categorie tradizionali di nazioni, stati o regioni, se il Pianeta è controllato da strutture sovranazionali?

Quali sono i “danni collaterali” della globalizzazione? Ogni anno un italiano produce mediamente cinquecento chili di rifiuti urbani, sommati a quelli dei processi di lavorazione industriale, assommano a dieci tonnellate a persona di spazzatura sparsi per il mondo! Globalmente fanno circa venti miliardi di tonnellate ogni anno, solo nel mondo civilizzato! In pratica ogni anno si produce una montagna più alta dell’Everest di rifiuti sparsi in tutto il mondo, ma soprattutto nei paesi emergenti e del Terzo Mondo, dove si concentrano i processi produttivi. Non solo! La maggior parte delle merci prodotte ha una durata media di sei mesi: per massimizzare il profitto si producono oggetti che durano poco, per perpetuare il processo produttivo.  Preziose risorse sono strappate dalla Terra per finire dopo sei mesi nella spazzatura!  E tutto questo per che cosa? Per avere un miliardo di persone che soffrono la fame, e due miliardi di persone che non hanno accesso all’acqua potabile!

Non bisogna, però, farsi prendere dallo sconforto per questo stato di cose. E’ vero, la manipolazione delle informazioni non permette alla gente comune di avere una visione oggettiva della realtà, ma è anche vero che ci sono tantissime persone nel mondo non contente di come vanno le cose, ma pensa che non ci siano “vie di uscite” che permettano di risolvere i problemi globali, senza rinunciare al nostro tenore di vita. Purtroppo decenni di controllo dell’opinione pubblica hanno lasciato il loro segno e si pensa che “questa è l’unica minestra, si deve rendere più buona, ma non ci sono scelte”. Che cosa penserebbero, però, le persone se si rendessero comprensibile che l’economia si basa sull’ipotesi dell’infinita disponibilità di materie prime (secondo gli economisti la Terra è infinita!), considererebbero ancora utopico il mondo prospettato negli articoli precedenti?  (continua)

PIERO DEMARCO

 

LIBRI

FRANCECSO VIGNARDA -LI CHIAMANO MERCENARI  – La privatizzazione degli eserciti nell’era della guerra globale EDITRICE BERTI

LUCA MANES e ANTONIO TRICARICO – LA BANCA DEI RICCHI – Perché la World Bank non ha sconfitto la povertà – TERRE DI MEZZO EDITORE

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=Sa74wjxGfH8

http://www.youtube.com/watch?v=NCwPm4XUO2I

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