CRISI

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Milano – Ci sono code e code. Quelle dei correntisti della Northern Rock, terrorizzati dal pericolo di perdere i propri soldi. E quelle dei giovani nell[k]attesa notturna dell[k]iPhone, pronti a spenderli, i propri soldi. Ci sono crisi e crisi. Quella del 1929 nacque da una [k]bolla[k] azionaria: punzecchiato il pallone, Wall Street precipito’ come una mongolfiera. E quella del 2007, che sta continuando nel 2008 e che non si sa ancora quando finira’, nata da una [k]bolla[k] immobiliare. Ottant[k]anni fa il sistema collasso’ in breve, perche’ il governo degli Stati Uniti – madrepatria di tutte le crisi – non mosse un dito. Oggi e’ proprio una Federal reserve spaventata il soggetto piu’ attivo e interventista. Oggi come allora la crisi e’ americana, e il mondo – come una febbre gialla – ne e’ infettato per contagio. Ma un mondo globalizzato come quello attuale, che soffre di piu’ e piu’ rapidamente, ha anche maggiori strumenti di difesa. La scienza economica si e’ evoluta, insieme al welfare: e sono queste le eredita’ piu’ preziose che ci ha lasciato il Novecento.

Spingendo mesta il carrello del supermercato, o alimentando la voracita’ dei propri motori a scoppio, la gente si chiede: quanto durera’? E come finira’? Nessuno ha la risposta, perche’ l[k]economia non e’ una scienza esatta (ma comportamentale) e le sfere di cristallo non esistono. Finira’ anche questa e, come sempre nelle crisi vere, poi sara’ tutto diverso.

C[k]e’ chi e’ piu’ ottimista, e chi no. C[k]e’ chi [k]stringe[k] sulla finanza, e chi [k]allarga[k] a tutto il resto, industria, materie prime. Il direttore generale del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Khan, guarda alla crisi finanziaria – quella legata alla crisi deimutui – e dice: il peggio sembra essere passato. Il Fondo prevede una crescita lenta nei prossimi tre trimestri, e una ripresa piu’ decisa nel 2009. Anche un banchiere navigato come Corrado Passera usa le stesse parole: crisi alle spalle. Mario Draghi non e’ un catastrofista. Per lui la crisi e’ superata, ma negli ultimi giorni sembra essersi fatto piu’ prudente, e avverte: l[k]inflazione erode i redditi, caleranno i consumi. Lo scenario si affosca. E infatti uno che se ne intende di petrolio come Alexey Miller, presidente del colosso energetico Gazprom, da Mosca ostenta sicurezza: barile a 250 dollari in tempi brevi.

Emma Marcegaglia, che proprio a cavallo della crisi e’ stata incoronata presidente di Confindustria, deve ammettere: la produzione va male. Del resto, parlano i dati: meno 6,6% in aprile, anno su anno. Ben Bernanke, l[k]uomo chiave perche’ [k]manovratore [k] del piu’ grande mercato del mondo, piu’ che pessimista sembra angosciato: abbassa i tassi, immette liquidita’ nel sistema bancario, nazionalizza gli istituti perche’ non crollino. Eppure, anche lui, azzarda: [k]Il peggio della crisi e’ passato[k]. Lo pensera’ davvero o non sara’ un modo per immettere, oltre che liquidita’, anche fiducia nel mercato? Quel mercato dei consumatori influenzato in maniera cosi determinante dalle emozioni, dalle paure del buio… ?
Giulio Tremonti e’ uno che [k]allarga [k] l[k]obiettivo – dalla finanza all[k]industria, ai mercati, ai consumi -, e lo ha fatto gia’ in tempi non sospetti, nel 2004, nel 2006. Quando aveva detto: ci stiamo avviando a una grande crisi, come nel 1929, una crisi forte per la quale non sono sufficienti vecchi strumenti, ma ne occorrono di nuovi, di natura politica. Si e’ spinto ad auspicare una nuova Bretton Woods, ovvero una grande operazione di consenso internazionale che possa – come allora, nel 1944 – generare un nuovo ordine armonico di mondo. Perche’ nessuno puo’ nascondere che la crisi di oggi e’ diversa.

Cina e India sono nuovi, grandi acquirenti di materie prime, ed e’ anche per questo (oltre che per gli effetti distorsivi della speculazione) che i prezzi hanno strappato. Cina e India continueranno a crescere, sono territori sterminati che partono da estreme soglie di poverta’ e che, per questo, hanno un cammino lunghissimo davanti. Comprano, producono, esportano, crescono. Il loro volano ruota veloce grazie anche a noi europei, grandi clienti di cineserie piccole e grandi, elementari e ipertecnologiche. Tuona Tremonti: macche’ protezionismo, bisogna stare sul mercato, darsi regole parallele. L[k]Europa, l[k]unica ad averne titolo, faccia come gli Stati Uniti, che sono sempre stati accaniti difensori del proprio patrimonio produttivo.

Cina e’ una parola della quale tante volte si abusa, ma la sua forza liberal-comunista oggi forse non ha pari nel mondo. Il simbolo della sua autorita’ centrale e’ persino bizzarro: nello spazio di cinque fusi orari, la Cina ne ha uno solo, che fa una pancia e la comprende tutta. Non importa se il sole e’ crescente o calante: e’ mezzogiorno se e’ mezzogiorno a Pechino, la capitale. Non da’ l[k]idea di una forza imperiale sovrumana? e’ proprio quella centralita’ che regola l[k]economia e pensa al futuro. L[k]inurbamento dalle campagne e’ stato pianificato, anno dopo anno, da qui al 2050: perche’ le fabbriche, che stanno nelle citta’, devono poter contare su un costante afflusso di manodopera per poterne mantenere bassi i prezzi. Si chiama programmazione, e fa capire che non ce la caveremo facilmente.

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