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PECHINO ACCUSA, DALAI LAMA PRONTO A DIMETTERSI
(di Beniamino Natale)

Il premier cinese, Wen Jiabao, e il Dalai Lama, il leader tibetano in esilio, si sono affrontati oggi in una battaglia verbale a distanza, scambiandosi accuse sulla situazione in Tibet, dove un numero imprecisato di persone sono morte nelle violenze della scorsa settimana. Scontri tra monaci e civili proseguono in molte zone etnicamente tibetane, secondo i gruppi umanitari filo-tibetani, che denunciano l’uccisione, nella provincia cinese del Gansu, di 19 tibetani. Questo porta, secondo i tibetani esuli, a 99 il totale delle vittime “accertate” delle violenze. Le autorita’ cinesi sostengono che sono morte 16 persone, tutte venerdi scorso a Lhasa.

La televisione di Stato cinese ha annunciato a tarda notte che 100 persone si sono consegnate allo scadere dell’ultimatum lanciato dalle autorita’ – la mezzanotte scorsa – in cambio della promessa di clemenza. In una conferenza stampa a Pechino, Wen, ha affermato di avere “le prove” che “i disordini sono stati premeditati, organizzati e diretti dalla cricca del Dalai Lama” con l’ obiettivo di “sabotare” le Olimpiadi di Pechino. Da Dharamsala, in India, il leader tibetano ha risposto sfidando i cinesi ad “indagare a fondo” su quello che e’ avvenuto. “Venite qui, vi apriro’ i miei uffici”, ha aggiunto il Dalai Lama, minacciando di “dimettersi” (verosimilmente di farsi da parte o di rinunciare alla carica di leader temporale tibetano) nel caso la situazione sul terreno non migliori e continuino le violenze. Usando accenti da Terza Internazionale e ostentando emozione, Wen Jiabao ha accusato i “teppisti” di aver ucciso “innocenti cittadini in modo estremamente crudele”.

I fatti di Lhasa secondo il premier cinese dimostrano che il Dalai Lama “non e’ sincero” quando dichiara di non voler l’indipendenza ma solo una vera autonomia per il Tibet. Cambiando tono nella seconda parte delle sue dichiarazioni, Wen ha affermato che la porta delle trattative “rimane aperta” se il leader tibetano “accettera’ che il Tibet e Taiwan sono parte integrale della Cina”. Un portavoce del Dalai Lama a Dharamsala ha sostenuto che i moti “sono iniziati con uno o due incidenti” e sono poi montati “in modo molto spontaneo”. Abitanti di Lhasa affermano che la situazione sta gradualmente tornando alla normalita’ ma che il quartiere centrale intorno al tempio di Jokhang rimane off limits, almeno per gli stranieri. La presenza militare in citta’ e’ massiccia, i principali incroci sono presidiati da mezzi corazzati e i posti di blocco sono frequenti. I principali monasteri buddisti, dai quali la rivolta e’ partita all’inizio della settimana scorsa, sono ancora circondati dalla polizia militare. Ne’ la Cina ne’ i tibetani hanno finora fornito informazioni sul numero degli arresti eseguiti dalle forze di sicurezza. Prima della notizia che 100 partecipanti ai disordini si sono costituiti, diffusa dalla tv di Stato, si era parlato di “decine” di arresti dopo le prime manifestazioni dei monaci dei monasteri di Sera, Drepung e Ganden svoltesi lunedi 10 e martedi 11 marzo.

Secondo il Tibet Information Network, manifestazioni di tibetani e attacchi della polizia si registrano nelle province del Gansu (in quattro localita’), del Sichuan (tre localita’), a Phempo Lhundrub vicino a Lhasa e a Shigatse, sede del Tashilunpo, uno dei monasteri piu’ prestigiosi. I governi occidentali sembrano concordi nel criticare la Cina senza sollevare la minaccia del boicottaggio delle Olimpiadi, che e’ stato invece evocato a Taiwan, dove Ma Ying-jeou, il candidato favorito nelle presidenziali di sabato prossimo ha detto che “se continuera’ la repressione contro i tibetani” Taiwan, che e’ di fatto indipendente ma che la Cina ritiene faccia parte del suo territorio, potrebbe non inviare la sua squadra a Pechino. A Losanna, in Svizzera, un migliaio di persone ha protestato davanti agli uffici del Comitato Olimpico Internazionale (Cio), accusando il presidente Jacques Rogge di “uccidere i tibetani col suo silenzio”. Gli attivisti hanno rivolto a Rogge un appello affinche’ eviti di far passare la fiaccola olimpica da tutte le zone tibetane della Cina per non farla diventare “un simbolo di oppressione e di spargimento di sangue”.

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