LA FABBRICA: LICENZIAMENTI E MORTE

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Un terribile fine d[k]anno, in dicembre sette operai bruciati in acciaieria. Dodici operai licenziati quasi contemporaneamente negli stabilimenti Fiat del meridione fra ottobre, novembre e gennaio. Sui morti della Thissen un mare di inchiostro gia’ consumato, sui licenziati poche righe nei giornali locali. Eppure[k] Eppure esiste fra i due eventi un collegamento strettissimo che si chiama fabbrica, un territorio del tutto particolare. Usiamo il termine fabbrica in senso generale e cioe’ quel territorio separato dal resto della societa’ dove gli operai vendono le loro braccia per un salario e sono utilizzati dal padrone per produrre una merce dalla cui vendita deve ricavare un profitto adeguato al livello di capitale investito. La proprieta’ privata, che e’ il fondamento della societa’ odierna salvaguardia questo territorio da incursioni esterne o le rende molto innocue. Qui il padrone, o per dirla piu’ modernamente, il manager assoldato dagli azionisti, stabilisce modi di comportamento, regolamenti interni, sistemi di produzione e utilizzo dei macchinari. Per rendere operative le sue decisioni mette a capo di semplici operai responsabili, coordinatori, vere e proprie guardie; sono anch[k]essi lavoratori e lavorano per far lavorare gli operai alle condizioni dettate dal padrone. La legge parla chiaro: tocca all[k]imprenditore organizzare la produzione. Un altro dei cardini del della societa’ di oggi.
Si ma non esageriamo, dice il riformista democratico, la fabbrica non e’ quel territorio dove il padrone e’ il despota assoluto, deve rendere conto ad un sistema di leggi che ne limitano la discrezionalita’. Dopo la morte. Dopo cioe’, che da quei cancelli, che delimitano il suo territorio escono gli operai maciullati, avvelenati, morti. Solo allora interviene, con i suoi tempi, la magistratura, si mette in atto qualche controllo in piu’, avvisando per tempo il datore di lavoro in modo che possa mascherare meglio impianti e cicli di lavoro. Cosa ha evidenziato la strage di Torino se non l[k]assoluto arbitrio di un gruppo dirigente aziendale sulle condizioni di produzione e con questo sulla pelle degli operai che vi lavoravano? Tocca agli operai mettere un freno, nessuno lo mettera’ per loro, e’ vero, ma se non si capisce il regime di fabbrica non si capiscono le difficolta’ che gli operai affrontano quando decidono di fare in proprio
Per capire saltiamo nei feudi industriali del Meridione, e solo un mese prima. Quattro operai vengono licenziati alla Fiat di Melfi, uno alla Fiat di Pomigliano.
Il primo licenziato di Melfi e’ un delegato sindacale, scrive un volantino contro uno di quei capi ligi al dovere, un comunicato sindacale, denuncia solo che il capo ha minacciato gli operai nel corso di uno sciopero. Chi decide sulla legittimita’ di questa iniziativa? La legge italiana? No, un dirigente FIAT che scrive una lettera di contestazione, all[k]operaio cinque giorni di tempo per giustificarsi e nel frattempo espulso dal feudo: sospensione cautelare, non potra’ piu’ entrare a lavorare. Il nostro delegato porta le giustificazioni, chi deve giudicare se sono valide o da rigettare? E[k] ancora lui, il dirigente Fiat, non deve nemmeno motivare la sua scelta, non sono valide punto, licenziamento. [k]Venga a ritirare le spettanze il giorno [k][k] Il delegato ricorrera’ in tribunale, passeranno mesi se non anni e come tirera’ avanti nel frattempo? Non sono problemi del despota in giacca e cravatta, il delegato doveva pensarci prima.
Per gli altri tre licenziati la storia e’ ancora piu’ esplicativa di cosa si intenda per regime di fabbrica e uguaglianza dei cittadini. Il provvedimento riguarda tre operai che vengono perquisiti come indagati per il reato di terrorismo. A quelli che si fanno impressionare dalla parola terrorismo chiediamo di essere seri, e’ solo un sospetto. La perquisizione non ha prodotto niente, gli operai sono estranei totalmente, comunque il diritto dice che fintanto che’ non c[k]e’ la condanna definitiva non sono colpevoli. Il padrone FIAT sa prima di altri delle perquisizioni. E[k] da sempre che carabinieri e magistratura collaborano con i datori di lavoro a tenere a bada gli operai facinorosi, ma farla cosi sporca[k]Anche qui il comando di fabbrica ragiona sulla base di leggi che valgono solo nel suo territorio. Contestazione scritta: lei e’ sospettato, farebbe ridere chiunque il fatto che l[k]essere sospettato sia gia’ un reato. Ma non e’ cosi per il padrone. I soliti cinque giorni di formalita’ e poi la sentenza e’ emessa non da un tribunale, ci vorrebbero accusatori, difensori, giudici, ma da un uomo Fiat con pieni poteri: naturalmente licenziati, tutti e tre. Anche loro si rivolgeranno alla giustizia esterna, con i suoi tempi, la prima udienza dopo quasi tre mesi. Nel frattempo, alla fame. Da nessuna parte, tantomeno in parlamento un sospettato e’ trattato cosi ma per gli operai vige una legge particolare. Cosi particolare che al licenziato dell[k]Alfa di Pomigliano viene contestata un[k]azione fuori dal territorio proprio di fabbrica. In un salone di vendita di auto Fiat degli operai protestano per il regime in cui sono costretti a produrre le stesse auto, uno striscione contro il precariato, un comizio volante. E solo una piena ed effettiva liberta’ di espressione ma la Fiat individua l[k]operaio che ritiene responsabile della protesta, gli contesta l[k]iniziativa e dopo i soliti cinque giorni lo licenzia. Le giustificazioni respinte. Dai giudici a chiedere la reintegrazione, intanto fuori dalla fabbrica.
Cosa vogliono gli industriali ed in particolare il management della Fiat e’ chiaro, tagliare le teste pensanti di una possibile ripresa delle lotte degli operai sui loro interessi, dal salario al problema del potere nella societa’. Foraggiare e favorire lo strato di sindacalisti concertativi, quelli [k]del prendere quello che il padrone dice di poter dare[k] ed eliminare gli attivisti sindacali direttamente prodotti dagli operai che tendono a ragionare operai contro padroni, salari contro profitti, classe contro classe. Ed eliminarli con un[k]azione preventiva prima che costruiscano solidi rapporti con la maggioranza degli operai.
Il gruppo dirigente della Fiat non poteva presentare la sua azione in questi termini, avrebbe dovuto ammettere che stava conducendo un[k]operazione politica, per difendere i suoi interessi di classe contro esponenti della classe avversa, cosi ha dovuto costruire a tavolino i licenziamenti trovando per ognuno una causa particolare. Lo ha potuto fare in piena repubblica democratica, perche’ essa, fondandosi sulla proprieta’ privata e il ruolo centrale dell[k]imprenditore fa della fabbrica moderna il luogo dove il cittadino diventa operaio, ed in questo modo cade sotto un[k]altra legislazione particolare che e’ quella stabilita dal padrone. Noi li chiamiamo licenziamenti politici proprio perche’ sappiamo che si producono nel timore che hanno gli industriali di trovarsi nuovamente ed ancora di fronte ad una classe rinata dopo tante sconfitte piu’ forte e piu’ determinata di prima.
E.A.

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