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mer, 28 lug @ 16:20
LE CAZZATE DI COTA
Pubblicato in:: Numero761-10
Caro Operai Contro,
in vista dell’incontro tra Fiat e istituzioni, Cota il presidente del Piemonte, le
spara grosse com’è nello stile della Lega.
1a cazzata. “Non possiamo arrenderci alla perdita di competitività del territorio”.
Il territorio racchiude interessi contrapposti, antagonistici tra operai e padroni, è
proprio in nome della competitività che Marchionne agisce.
2a cazzata. Cota chiede un nuovo “federalismo industriale”. Cosa sia il “federalismo
industriale” nuovo o vecchio, lo sanno solo gli imbevuti che infilano il termine
“federalismo” ovunque. Probabilmente Cota intende dire che ogni industria non guardi
oltre il proprio campanile, come se ciò rappresentasse una qualche garanzia per gli
operai, rispetto alle agli operai delle industrie che invece hanno l’orizzonte del
mercato mondiale.
3a cazzata. Cota chiede ai sindacati che “abbiano come priorità il lavoro e non
l’ideologia”. 
Senza considerare chi, come, quando e in quali condizioni il lavoro viene “erogato”,
rimane un concetto astratto. Cota per priorità al lavoro intende, (come già aveva
fatto Calderoli prima del referendum di Pomigliano) accettare le condizioni del piano
Marchionne. Rifiutare tali condizioni poste per lo più sotto ricatto del
licenziamento, per i leghisti sarebbe “ideologia”.
4a cazzata. “Mirafiori va difeso a tutti i costi come Pomigliano”. Cota pensa di
avere a che fare con degli idioti. Se a Pomigliano c’è stato e c’è chi resiste sono
gli operai che hanno votato no al piano Marchionne. Gli stessi operai che Calderoli
aveva definito “fannulloni” prima del referendum!!! 
I sindacati cui si appella Cota hanno invece firmato l’accordo con Marchionne, tra il
plauso della Lega e del governo.
Chiudo brevemente.
Cota per dire padrone dice “territorio” . Pensa che il mondo esiste perché esiste lui
e la giunta regionale del Piemonte.
Il mondo esiste a prescindere da Cota e delle sue cazzate antioperaie.
Le cazzate di Cota sono disponibili in versione integrale su “Il sole 24 ore” di
domenica 25 luglio 2010.
Saluti da un operaio simpatizzante

Pubblicato da : Operai Contro  | 
mer, 28 lug @ 08:36
AFGHANISTAN
Pubblicato in:: Numero761-10
da peacereporter

La fuga di notizie pubblicata da Wikileaks rischia di far scoppiare il caso
Afghangate. L'ira del presidente Barack Obama sui mezzi d'informazione.
Uccisione deliberata di civili innocenti, aumento massiccio dei droni radiocomandati
e pericolosi voltafaccia da parte degli alleati di sempre. Il rapporto pubblicato dal
sito specializzato nella divulgazione di notizie riservate Wikileaks.org rischia di
far scoppiare il caso Afghangate. Novantaduemila fascicoli segreti protocollati
Pentagono e già ripresi, fra gli altri, dal New York Times rivelano le barbarie e i
costi dei conflitti e fanno capire, ove ce ne fosse bisogno, che negli Stati Uniti il
rapporto guerra crisi economica è fondamentalmente unilaterale: le guerre provocano
le crisi ma dalle crisi non sono inficiate. Perché se c'è una voce del bilancio
pubblico di Washington che non può subire variazioni è proprio quella del
rifinanziamento delle missioni militari. Le ultime due, Iraq e Afghanistan, sono
costate ai contribuenti statunitensi ben 1.021 miliardi di dollari dal 2004. Prima
del loro costo c'è solo quello della Seconda Guerra mondiale costata, con valuta
odierna, 4.100 miliardi di dollari.

Non solo denaro. Oltre l'impressionante quantità di denaro che le operazioni "Iraqi
Freedom" e "Enduring Freedom" hanno richiesto dal gennaio 2004 al dicembre 2009, il
dato più allarmante del protocollo "top secret" è quello sulla violazione sistematica
dei diritti, umani e di guerra, da parte delle truppe a stelle e strisce. La Task
Force 373, per esempio, è un gruppo speciale di uomini dell'Esercito e della Marina
scelto per la cattura di settanta alti comandanti ribelli. Dagli incartamenti si è
appreso che le missioni loro riservate si sono intensificate durante il mandato
presidenziale di Barack Obama e che la loro imprecisione nel lavoro di "cattura ed
elimina" ha portato all'uccisione di diversi civili e all'aumento della tensione col
governo di Kabul. E ancora l'aumento dell'utilizzo di droni radiocomandati da parte
degli alleati e dei missili a ricerca di calore, gli Stinger, da parte talebana che
gli alti comandi militari USA non hanno mai rivelato. A questi ultimi, e soprattutto
alla Central Intelligence Agency (CIA) sarebbe inoltre sfuggito il doppio gioco del
Pakistan, ufficialmente Paese amico, che da quanto si apprende dal dossier, avrebbe
sempre tramato complotti ai danni del potente alleato. In particolare il ruolo del
Directorate for Inter-Services-Intelligence (gli 007 al servizio del governo di
Islamabad) avrebbero incontrato più di una volta i leader taleban per organizzare
attentati contro marines e politici afgani.

Da Washington. Già accerchiato e indebolito da grane di politica interna, vedi caso
BP e legge sull'immigrazione in Arizona, il presidente Obama non ha mascherato la
propria ira nei confronti di chi ha pubblicato il dossier che, oltre il sito di
Julian Assange, è comparso sui portali del New York Times, del Guardian e del tedesco
Der Spiegel. "Possono mettere a rischio la vita degli americani e dei nostri alleati
e minacciare la nostra sicurezza nazionale" ha tuonato James Jones, il consigliere
per la sicurezza nazionale. Quello che ora preoccupa di più l'establishment obamiano
sarebbe proprio il rapporto con il governo guidato da Yousaf Raza Gillani. In attesa
di un colloquio con Husain Haqqani, ambasciatore di Islamabad negli USA, che ha
definito "irresponsabile" la fuga di notizie riservate, Obama cercherà di non farsi
schiacciare dalla pressione diplomatica e continuare i rapporti con l'alleato
asiatico come se nulla fosse accaduto. Proprio come riportato nell'incartamento
riservato per il quale nonostante ripetuti avvisi di un intervento diretto nell'area
l'amministrazione democratica non ha mai ceduto alla tentazione di inimicarsi uno dei
principali alleati in Asia. A testimonianza di ciò c'è stato l'annuncio del
Segretario di Stato Hillary Clinton la quale, dopo aver sostenuto che i due paesi
sono "partner uniti da una causa comune", ha annunciato lo stanziamento di 500
milioni di dollari in aiuti a Islamabad.

Antonio Marafioti

http://www.Wikileaks.org
Pubblicato da : Operai Contro  | 
mer, 28 lug @ 08:28
TAGLIO DI 1000 EURO AI DEPUTATI
Pubblicato in:: Numero761-10
la presa per il culo del taglio dell'indennita ai deputati continua.

1000 euro in meno al mese.

I deputati tra indennita' varie portano a casa piu' di 20000 euro al mese,
arrotondano con mazzette e pensioni varie.

Il taglio e per prendere in giro gli operai

il truffatore e il compare
Pubblicato da : Operai Contro  | 
mer, 28 lug @ 08:17
Pdl TUTTI INDAGATI
Pubblicato in:: Numero761-10
ansa

"Il sottosegretario alla giustizia Giacomo Caliendo è indagato dalla Procura di Roma
nell'ambito dell'inchiesta sulla cosiddetta P3. A Caliendo è contestato il reato di
violazione della legge Anselmi sulle società segrete.
Il nominativo di Caliendo appare in alcune vicende sulle quali si è appuntata
l'attenzione del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e del sostituto Rodolfo
Sabelli. Tra questi una cena nella casa romana del coordinatore del Pdl Denis
Verdini, a palazzo Pecci Blunt, che avrebbe avuto il fine di stabilire le strategie
di intervento sul lodo Alfano, sulla nomina di Alfonso Marra a presidente della Corte
D'Appello di Milano ed il ricorso in Cassazione dell'ex sottosegretario all'Economia
Nicola Cosentino contro l'ordinanza di custodia cautelare emessa nei suoi confronti
dalla magistratura napoletana. Secondo quanto si è appreso, Caliendo dovrebbe essere
interrogato dagli inquirenti romani nei prossimi giorni.

"Non ho mai contattato né fatto elenchi di giudici della Corte costituzionale
favorevoli o contrari al lodo Alfano". Appreso di essere stato iscritto nel registro
degli indagati per violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete, il
sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, torna a dichiararsi estraneo alla
cosiddetta Loggia P3 e al tentativo da parte di Pasquale Lombardi, assieme a Flavio
Carboni e Arcangelo Martino, di condizionare la decisione dei giudici della Consulta
sulla legittimità del lodo Alfano.
 
Caliendo, come ha fatto più volte in passato quando ha indicato Lombardi come
"millantatore", ripete che al pranzo a casa Denis Verdini, alla fine di settembre,
lui rimase solo una mezz'ora e poi se ne andò per precedenti impegni in commissione
Giustizia. "Solo successivamente - afferma - ho appreso che nel corso di quel pranzo
si era parlato anche di questo (cioé del lodo, ndr). Tant'é che a tale proposito c'é
la telefonata che Lombardi mi fece allegata all'ordinanza di custodia cautelare. Ma -
ribadisce il sottosegretario alla Giustizia - io non ho mai parlato con giudici
costituzionali del lodo né fatto elenchi di chi era favorevole o contrario". Caliendo
sarà ascoltato in Procura in qualità di indagato e verrà assistito dall'avvocato
Paola Severino: "Ho dato mandato io all'avvocato stamani di andare in Procura per
chiedere di essere ascoltato. Solo alle 16:17 l'avvocato Severino mi ha detto che
risultavo iscritto nel registro degli indagati, senza però che le fosse detto
l'ipotesi di reato. Poi, dopo neanche un'ora, la notizia è comparsa sulle agenzie".

Uno che non sia indagato nel Pdl e' difficile trovarlo.

Ma perche' i giudici non li sbattono in galera?
Pubblicato da : Operai Contro  | 
mer, 28 lug @ 07:58
LE ILLUSIONI DI TIBONI
Pubblicato in:: Numero761-10
I padroni individuano una sola strada per uscire dalla crisi: vendere, con un
maggiore profitto, più merci dei loro diretti concorrenti. Devono allo stesso tempo
abbassare i prezzi e aumentare i guadagni. Ma come fare?
Il “consumatore” capisce poco. Ha la testa piena di messaggi promozionali, è
“indotto” a comprare. Una regola però la segue: a parità di qualità di prodotto,
compra dove spende meno.
Una FIAT Punto e una Opel Corsa, sono auto dello stesso segmento. Se la prima costa
10.000 euro e la seconda 9.000, i “consumatori” consumeranno la seconda.
Allora per i padroni il problema è vendere ad un prezzo inferiore rispetto ai diretti
concorrenti. Come? Riducendo i costi di produzione. Si interviene su tutto. Si
acquistano materie prime, se possibile, dove costano meno. Si utilizzano impianti in
economia, risparmiando sulla sicurezza, per esempio. Si riducono i magazzini con il
“just in time”, scaricando parte dei costi sui commercianti.
Dove però devono incidere di più è sul “fattore umano”: gli operai, quelli che
producono.
Sono gli operai che creano ricchezza aggiuntiva. Loro trasformano la materia grezza
in prodotto finito, utilizzabile. Se il costo di un operaio rappresenta il 10% del
costo del prodotto, se il padrone abbassa della metà il salario, aumenta del 5%
l’utile che realizza sul prodotto. Se fa lavorare l’operaio il doppio, fa due
prodotti con lo stesso costo di manodopera e realizza lo stesso un 5% in più di
utile.
Nella crisi, la riduzione del salario e l’aumento, intensivo ed estensivo, del lavoro
operaio, sono obiettivi fondamentali per il padrone.
Marchionne insegna. Non vuole abolire i “diritti” perché è cattivo, ma perché essi
possono intralciare la produzione. Nonostante sappia che non può vendere tutte le
auto che si ripromette di produrre, persegue lo stesso l’obiettivo della massima
produzione possibile per ogni stabilimento FIAT. Sa che solo utilizzando al massimo
il lavoro operaio può far scendere il prezzo delle sue auto sul mercato e, quindi,
vendere e guadagnare. Se gli va bene, lui e gli azionisti FIAT ingrassano, gli operai
FIAT schiattano di fatica e gli operai dei gruppi concorrenti muoiono di fame.
Se gli va bene, però. Perché il problema è che tutti i produttori di auto, a livello
mondiale, sono orientati nella stessa direzione e adottano gli stessi comportamenti.
Risultato? La condizione degli operai di tutto il mondo peggiora sempre di più e la
crisi non si risolve, ma addirittura si aggrava.
Alla fine i padroni, come quei contendenti di una disputa sempre più accesa, arrivano
alle mani, coinvolgendo nello scontro patria e bandiera contro il nemico che “ci
affama e ci fa chiudere gli stabilimenti”.
Questa è la situazione. Per risolverla nell’ambito del sistema capitalistico le
ricette si sprecano. Tiboni e la Flmu, sindacato di “sinistra”, o meglio di “classe”,
ci propina la sua. In cosa consiste:
1)	Intervento dello stato nell’economia. Non viene detto espressamente, ma si intende
nazionalizzazione. Per risolvere il problema degli operai FIAT la Flmu propone la
nazionalizzazione degli stabilimenti del gruppo. Cosa cambierebbe? Niente. Per
continuare a sopravvivere, la FIAT nazionalizzata dovrebbe diventare competitiva,
dovrebbe cioè entrare nella spirale della concorrenza, abbassando i prezzi attraverso
lo stesso percorso della FIAT privata, altrimenti soccomberebbe. Invece di un padrone
privato gli operai avrebbero un padrone pubblico, con le stesse caratteristiche.
2)	Distribuzione del lavoro tra i diversi stabilimenti abbassando l’orario di lavoro
a parità di salario. I padroni non l’hanno attuato in periodo di vacche grasse,
figuriamoci adesso. Sarebbe il colpo finale. Mentre tutti gli altri abbassano i
salari e aumentano lo sfruttamento, la FIAT li aumenterebbe e ridurrebbe la
produttività del lavoro. Il settore FIAT verrebbe immediatamente fatto fuori dalla
concorrenza.
3)	Creazione di un nuovo modello di sviluppo. Cioè produrre, nel capitalismo, non più
per il profitto, ma per soddisfare i bisogni della gente. E’ come dire al lupo di
diventare vegetariano. Assurdità che neanche l’ala più mistica della chiesa si
immagina di pensare. Marchionne che diventa il buon samaritano e produce “beni” utili
all’umanità: auto elettriche, perché no, biciclette, miglioriamo anche la forma
fisica, cose che servono, ma che vengono prodotte per la gente e non per il profitto.
E’ immaginabile?
Tutte chiacchiere che nel migliore dei casi illudono gli operai. Fanno loro credere
che sia possibile una soluzione diversa da quella perseguita dai padroni nell’attuale
sistema sociale. Illusioni che portano gli operai su false strade, fino alla
sconfitta definitiva e alla miseria. 
Rispetto al decorso della crisi non ci sono soluzioni compatibili con l’attuale
sistema sociale per gli operai.
Solo la ribellione può spezzare questa logica. La ribellione degli operai di una
fabbrica, di un paese, contro la politica dei sacrifici, del super sfruttamento,
sarebbe dirompente. Gli operai di tutti i paesi imparerebbero in fretta e farebbero
la stessa cosa dappertutto.
Dalla crisi ne veniamo fuori, o uscendo dal capitalismo e fondando una società senza
sfruttamento, oppure stritolati dalle ricette dei padroni come Marchionne, in miseria
e sconquassati dalla fatica.
Quella di Tiboni e di quelli che la pensano come lui non è un’alternativa, ma solo
una tragica illusione.(all'interno il documento della CUB)

Pubblicato da : Operai Contro  | 

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