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Totale articoli "Numero655-10" : 5098

mer, 06 gen @ 22:11
Bilbao: 44mila per i diritti dei prigioneri politici baschi
Pubblicato in:: Numero655-10
"La manifestazione più grande degli ultimi anni nei Paesi Baschi". Così è stata
definita la mobilitazione di ieri a cui hanno preso parte più di 44mila persone che
hanno sfilato per le centralissime strade bilbaine denunciando la "criminale"
politica penitenziaria attuata dagli Stati francesi e spagnoli nei confronti dei
prigionieri e delle prigioniere politiche basche. Una politica che non trova spazio
per il rispetto dei diritti dei prigionieri politici che vengono costantemente
violati.

Il divieto imposto alcuni giorni fa da parte dell'Audiencia Nacional spagnola alla
manifestazione indetta dall'associazione dei famigliari dei prigionieri politici
baschi -Etxerat- non è riuscito a fermare la mobilitazione. A questa proibizione
dello Stato spagnolo è succeduta una nuova convocazione, da parte di diverse forze
politiche -Eusko Alkartasuna, Aralar, Alternatiba, Abertzaleen Batasuna y Izquierda
Abertzale- che hanno oltremodo presentato una querela al Tribunale Speciale. Solo
un'ora prima dell'inizio della manifestazione, Madrid informava che tale
manifestazione non sarebbe stata proibita.

A voce alta a Bilbao migliaia di persone hanno quindi voluto denunciare il mondo
sommerso dei prigionieri politici e dei loro cari: la dispersione, l'isolamento, le
botte, le torture, i trasferimenti "arbitrari", il divieto delle comunicazioni, i
migliaia di chilometri che i famigliari devono percorrere, gli incidenti stradali nei
quali perdono la vita, i controlli di polizia a cui sono sottoposti...

Pubblicato da : Operai Contro  | 
mer, 06 gen @ 10:29
LAVORATORI AUTOCONVOCATI DELLA PIGNA
Pubblicato in:: Numero655-10
Domenica 10 gennaio, dalle 9 alle 13, ad ALZANO LOMBARDO, in piazza Italia, di
fronte alla chiesa, i LAVORATORI AUTOCONVOCATI DELLA PIGNA, saranno in piazza per
raccogliere fondi, con la vendita di arance, per formare una CASSA DI SOLIDARIETA' E
RESISTENZA per tutte le lotte operaie bergamasche, per costruire assieme alla
cittadinanza una battaglia per il lavoro, che ad ALZANO LOMBARDO, vuole dire
innanzittutto RIAPRIRE LA CARTIERA. Il reparto "CARTIERA" dava lavoro a 133 famiglie
più 12 nell'appalto di cooperativa, tutto questo è stato spazzato via dalla decisione
aziendale di chiudere nel febbraio 2009. Il motivo, a parere dei lavoratori, non ha a
che fare con la crisi, ma piuttosto con gli "appetiti immobiliari" chel'AREA PIGNA
suscita. SALVARE LA CARTIERA, oltre a difendere posti di lavoro preziosi,significa
anche opporsi allo strapotere speculativo-finanziario sul nostro territorio.
Pubblicato da : Operai Contro  | 
mer, 06 gen @ 10:17
UNA PRIMA VITTORIA ALLA FIEGE BORRUSO DI BREMBIO (LODI)
Pubblicato in:: Numero655-10
Dopo 82 ore di sciopero e picchetti ai cancelli. Dopo aver resistito alle minacce
e alla polizia gli operai della cooperativa Fiege Borruso di Brembio hanno costretto
il padrone ad accettare le loro richieste: mantenere tutti i 68 operai all'interno
dello stabilimento di Brembio alle stesse condizioni normative e salariali che
avevano con la cooperativa che gestiva la logistica alla Fiege Borruso.

I sindacati confederali CGIL e CISL il 16 Dicembre 2009 avevano fatto un accordo con
la Fiege e la cooperativa subentrante, che prevedeva il rientro in azienda solo per
la meta' di loro e con solo 24 ore lavorative alla settimana e salario ridotto.
Mentre gli altri finivano deportati a 50 Km

Gli operai hanno respinto questi accordi padrone- sindacati e hanno ottenuto una
prima vittoria.

Il 6 Gennaio alle 13 si svolgera' un'assemblea all'interno dell'azienda per discutere
il nuovo accordo con il padrone.

Il video dell'ultimo picchetto
http://www.youtube.com/watch?v=QUi1ObRJgV8
Pubblicato da : Operai Contro  | 
mer, 06 gen @ 09:26
BANCAROTTA IN ISLANDA
Pubblicato in:: Numero655-10
Il presidente islandese Olafur Grimsson ha deciso di non firmare la legge che
autorizza l’uso di fondi pubblici per rimborsare gli istituti di credito britannici e
olandesi rimasti invischiati nel crac dell’ex stella del banking online nordico, la
Icesave.

Secondo quando prescrive la Costituzione, sarà ora una consultazione popolare a
stabilire se lo Stato dovrà versare o no i 5,7 miliardi di dollari anticipati dai
governi di Londra e Amsterdam per coprire i propri risparmiatori. «Faremo in fretta»,
assicura Grimsson, mentre il voto negativo appare possibile, come le sue conseguenze
nefaste per la corsa di Reykjavik verso l’adesione all’Unione europea. La spiegazione
è che «il popolo lo vuole», il che magari funziona per gli islandesi ma sarà dura da
spiegare alle banche che si sono esposte. La storia risale al 2008, anno in cui la
tempesta finanziaria seguita al crollo dei mutui speculativi americani ha fatto
collassare la Landsbanki a Reykjavik, un istituto dall’etica finanziaria discutibile
che amministrava, tra l’altro, i servizi di risparmio della Icesave.

In seguito alla bancarotta e alla nazionalizzazione della capogruppo, anche i conti
correnti sul web sono stati bloccati, creando un buco da sei miliardi di dollari
nelle tasche di 400 mila investitori, quasi tutti britannici e olandesi. I cittadini
islandesi sono stati subito salvati grazie alla garanzia totale dei depositi. Gli
stranieri hanno dovuto attendere. L’economia isolana, fondata sulla finanza e sul
merluzzo, è rimasta priva di una delle sue risorse chiave, scivolando in una
recessione senza precedenti che ha provocato anche la caduta del governo. La scorsa
primavera le redini dell’esecutivo sono passate a Johanna Sigurdardottir, leader
socialdemocratica che ha avviato la strategia di risanamento insieme con
l’avvicinamento all’Ue, cominciato ufficialmente in luglio.

I 4,6 miliardi di dollari attivati dal Fmi le hanno dato una mano non indifferente.
Così si è giunti a fine 2009. Dopo una polemica alimentata da chi diceva che
«l’Islanda stava facendo il passo più lungo della gamba», il parlamento di Reykjavik
ha adottato con 33 voti a favore e 30 contrari la legge che sdoganava il risarcimento
di Regno Unito e Olanda, atto dovuto visto che avevano coperto i risparmiatori
rimasti a secco per colpa dell’Icesave. Tutto inutile. Gridando «non pagheremo noi
gli errori delle banche» una serie di comitati ha avviato una petizione per bloccare
il provvedimento. L’ha firmata un quarto della popolazione.

E Grimsson non ha avuto scelta. «Il mio compito è di accertarmi che la volontà del
paese sia rispettata - ha detto ieri sera -. Per questo ho deciso di presentare la
nuova legge al giudizio del popolo per un referendum». La premier Sigurdardottir non
è d’accordo e appare preoccupata. «Si crea incertezza negli impegni presi con altre
nazioni - afferma -. E’ una situazione che può avere conseguenze pericolosissime». E’
d’accordo il segretario di Stato britannico alle Finanze, Lord Myners: «Se votano
"no", significa che l’Islanda non intende far parte della comunità finanziaria
internazionale».

Meno male che il guru del partito dell'amore ha sentenziato la fine della crisi
Pubblicato da : Operai Contro  | 
mer, 06 gen @ 09:04
I FORNAI A MILANO BUTTANO VIA 180 QUINTALI DI PANE
Pubblicato in:: Numero655-10
I padroni dei forni di Milano buttano via ogni giorno 180 quintai di pane.

Il prezzo del pane a Milano e' uno dei piu' alti d'Italia. I padroni producono per i
loro profitti. Fanno ridere coloro che pensano a chi ha fame.

«Come ogni anno abbiamo condotto un’indagine insieme con Amsa, la società che
gestisce i rifiuti a Milano — racconta il presidente dell’associazione —. Abbiamo
analizzato il contenuto di un campione di sacchi della spazzatura raccolti in città.
Bene, ogni giorno a Milano si buttano tra i 130 e i 150 quintali di pane». Che poi
vuol dire 4.500 quintali al mese da aggiungere ai 750 di cui si liberano ogni sera le
panetterie. «Le stime sono realistiche. Anche se non è detto che il resto d’Italia
sprechi quanto a Milano», fa notare Sandro Castaldo dell’università Bocconi. «Detto
questo, il problema resta — aggiunge il professore —. E le soluzioni finora
sperimentate sono solo parziali ». L’unica arma in mano oggi alla distribuzione è
sviluppare sistemi di previsione della domanda talmente accurati da ridurre al minimo
gli sprechi. C’è anche chi utilizza semilavorati (baguette congelate, per esempio) da
infornare man mano che entrano i clienti. «Ma la vera soluzione sarebbe abbassare i
prezzi di vendita del pane dopo le sei del pomeriggio—conclude con una proposta Paolo
Martinello, presidente di Altroconsumo —. Così i negozi ridurrebbero l’invenduto. E
le famiglie avrebbero una strada per risparmiare».

Ai padroni dei forni non interessa l'inveduto, ma il pane che vendono e profitti che
intascano.

Se non viene eliminato il sistema di produzione capitalistico resta impossibile
risolvere questi problemi: da una parte la fame dall'altra i portafogli pieni
Pubblicato da : Operai Contro  | 
mer, 06 gen @ 08:35
AQUILA,LA PROCURA INDAGA
Pubblicato in:: Numero655-10
Berlusconi si lamenta spesso della magistratura.

Berlusconi non ha mai avuto niente da dire sulla magistratura dell'Aquila.

Sono passati quasi 6 mesi dal terremoto. Le case costruite per fare profitti
crollarono: morti, feriti,sfollati.

La procura dell'Aquila continua a indagare. Si aprono l'inchieste ma non c'è ancora
nessun processo.

L'ala nord della casa dello studente dell'Aquila ha collassato anche per la mancanza
di un pilastro portante, causando la morte di 8 studenti la notte del 6 aprile
scorso. 

Si è aperto il processo al progettista? al costruttore, alle autorità che dovevano
verificare'.

Si e' aperto il processo a Bertolasio che ignoro' i pericoli?
Pubblicato da : Operai Contro  | 
mer, 06 gen @ 08:17
CILE, 6000 OPERAI IN SCIOPERO
Pubblicato in:: Numero655-10
6000 operai in sciopero, fermano la più grande miniera a cielo aperto del più
grande produttore di rame al mondo: il Cile.

A portarli allo sciopero è l'atteggiamento della statale Corporación del Cobre
(Codelco), che si rifiuta di concedere ai minatori migliorie economiche richieste a
gran voce.

 Dal 1996, è la prima volta che la miniera di Chuquicamata si ferma.

In Cile il salario medio è di circa 313 dollari al mese. 

Il fatto che invece i minatori pretendino di più è visto dalla statale Codelco come
una mancanza di etica nei confronti degli altri lavorati cileni e dell'intero paese.

Più le ore passano più la perdita per l'azienda aumenta. Non solo, infatti, il prezzo
del metallo alla Borsa di Londra è subito salito dell'1 per cento, arrivando a
toccare la cifra più alta degli ultimi sedici mesi, (7430 dollari la tonnellata). 

Quel che più fa paura è la perdita giornaliera, stimata intorno agli 8 milioni di
dollari. E se a Chuquicamata facessero seguito anche El Teniente, Andina ed El
Salvador, gli altri tre giacimenti della Codelco, sarebbe la disfatta per i padroni
del rame.

Pubblicato da : Operai Contro  | 
mer, 06 gen @ 07:56
OMNIA, I DIRIGENTI BLOCCATI NEGLI UFFICI
Pubblicato in:: Numero655-10
Al call center Omnia da due mesi non pagano gli 800 lavoratori.

«Il dottor Pelosi e la dottoressa Parisi non hanno niente da dirvi, mi dispiace».

 Call center Omnia di via Breda, periferia Nord Milano. Il rifiuto della dirigenza di
incontrare i lavoratori riuniti in assemblea, nel primo pomeriggio di ieri, è stato
il cerino che ha acceso la rabbia degli 800 operatori dell'azienda, accumulata in due
mesi senza un soldo in busta paga. «Non ci volete ricevere? Scommettiamo che
cambierete idea?». In pochi minuti una cinquantina di dipendenti ha improvvisato una
doppia barricata — davanti all'unico ingresso e davanti alla sbarra del parcheggio
interno.

Obiettivo: impedire l'uscita dei manager. Frigoriferi rotti, cassonetti, sedie,
tavoli: è stato utilizzato di tutto. E sono anche volati insulti contro i malcapitati
— capi area o colleghi — che hanno tentato di uscire. E poi urla e colpi a
ripetizione contro la latta dei cassonetti. Qualcuno nel gruppo degli arrabbiati si è
fatto carico di una piccola colletta per comprare uova da tirare contro le vetrate. 

Dopo una lunga ora la situazione è stata sbloccata alle 17.30 da Digos e carabinieri.
Una delegazione delle forze dell'ordine è stata ricevuta dal direttore amministrativo
del call center, Gianpaolo Pelosi, e dal direttore operativo, Michela Parise.
L'azienda ha accettato di rispondere alle domande dei dipendenti riuniti in
assemblea. Nello stesso tempo gli operatori del call center hanno tolto la
barricata.

L'assemblea è continuata fino alle otto di sera senza nulla di fatto. Restano
irrisolti i problemi del call center Omnia (che negli ultimi mesi ha cambiato più
volte proprietà, oggi si chiama VoiCity ed è partecipato al 70% da un socio
finanziario, la East investment, e al 30% dai manager dell'azienda). La stessa
azienda ha spiegato che i pagamenti dei clienti vengono immediatamente girati ai
fornitori per pagare i debiti contratti in passato. Per ora nulla di certo, inoltre,
riguardo la ricapitalizzazione da tempo attesa. Quello di ieri non è il primo
episodio del genere alla Omnia. Il 1° aprile scorso un manager dell'azienda venne
«convinto» a dare spiegazioni all'assemblea riguardo ai ritardi nei pagamenti. La
scena si è ripetuta il 23 novembre scorso. In quell'occasione il nuovo management
assicurò che entro il 15 dicembre gli arretrati sarebbero arrivati sui conti correnti
dei lavoratori.

Ma la promessa non è stata mantenuta. E così gli 800 di via Breda hanno smesso di
lavorare e si sono riuniti in assemblea permanente. L'ennesima promessa non mantenuta
è arrivata l'antivigilia di Natale, il 23 dicembre: «Per cominciare vi daremo un
anticipo di 500 euro». Anche questa volta i soldi non sono arrivati. Di qui la
richiesta di rassicurazioni. E l'ennesima giornata di tensione. VoiCity ha un
indebitamento elevato (si parla di oltre 50 milioni di euro). 
Pubblicato da : Operai Contro  | 

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