Giornale, N. 11 DEL 11 SETTEMBRE 2019

ARCELOR MITTAL TARANTO, TORNA LO SCUDO PENALE

La multinazionale franco-indiana dell’acciaio per ora ha vinto su tutto il campo. Ha dettato la linea, e il governo, i politici e i sindacati si sono genuflessi e hanno obbedito, […]
La multinazionale franco-indiana dell’acciaio per ora ha vinto su tutto il campo. Ha dettato la linea, e il governo, i politici e i sindacati si sono genuflessi e hanno obbedito, accettandone e perseguendone con zelo la volontà.
Il governo giallo-verde, prima di calare il sipario, ha varato in tutta fretta il decreto-legge con le tutele legali per Arcelor Mittal legate all’attuazione del Piano ambientale, la cosiddetta “disposizione salva Ilva”. Con il decreto-legge “Lavoro e crisi aziendali” ha reintrodotto per l’ex Ilva lo scudo penale “a tempo”, cioè le tutele “a scadenza” che, con grande sfoggio di demagogia, erano state eliminate con il decreto “Crescita” e avrebbero avuto effetti subito, lasciando “scoperta” Arcelor Mittal.
L’art. 14 del decreto-legge prevede che per tutti gli atti compiuti in “osservanza delle disposizioni contenute nel Piano ambientale” non è prevista alcuna responsabilità penale. Ciò in ossequio al principio generale dell’ordinamento giuridico italiano, sancito dall’articolo 51 del codice penale, per cui “l’esercizio di un diritto o l’adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica esclude la punibilità”. Il governo M5S-Lega era tornato sui propri passi, legando lo scudo penale all’attuazione del piano ambientale. In pratica la multinazionale potrà continuare a inquinare senza timore di processi penali fin quando completerà l’ammodernamento degli impianti, che non si sa se e quando avverrà e non dà alcuna certezza che, poi, l’inquinamento termini davvero!
Resta ferma “la responsabilità penale, civile e amministrativa per la violazione di norme a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori”, ma di questa Arcelor Mittal si fa un baffo: gli operai continuano a morire, a farsi male e ad ammalarsi, ma tutto passa, i padroni e i loro luogotenenti, in fabbrica e fuori, la passano sempre liscia. I sindacalisti e i politici vigilano attenti per mantenere la rassegnazione e la quiete fra gli operai.
La multinazionale dell’acciaio aveva minacciato di disimpegnarsi dall’ex Ilva nel caso in cui la situazione non fosse stata risolta. Un ricatto in piena regola che era però solo una presa in giro: per Arcelor Mittal l’acquisizione della fabbrica tarantina è stata una mossa decisiva per conquistare una posizione dominante nel settore mondiale della produzione di acciaio, tanto è vero che ha ceduto altre fabbriche meno importanti pur di impossessarsi di essa. Altro che dismissioni, era solo una minaccia per farsi obbedire e tutti, governo, politici e sindacati, pur conoscendo bene come stanno i fatti, hanno obbedito prontamente e ciecamente.
Dopo aver incassato lo scudo penale Arcelor Mittal ha imposto altre 13 settimane di cassa integrazione ordinaria per 1.395 operai. Ha chiesto e comunicato ai sindacati una proroga della Cigo che, iniziata a luglio con le stesse modalità, sarebbe scaduta a breve. Non è stato un fulmine a ciel sereno, si sapeva che Arcelor Mittal quasi sicuramente avrebbe chiesto la proroga. L’aveva preannunciata a giugno, quando ancora non era partita la prima fase della Cigo, i padroni sono abituati a guardare lontano. E lontano avevano guardato anche i condiscendenti sindacati: Fiom, Fim, Uilm e Usb.
Prima i sindacati hanno concesso la loro approvazione all’accordo con cui il governo M5S-Lega aveva ceduto l’ex Ilva ad Arcelor Mittal. Accordo che il vicepremier Di Maio aveva definito “il miglior accordo possibile in una situazione difficile” e in effetti presto si era rivelato il miglior accordo, un vero e proprio affare, per il colosso franco-indiano dell’acciaio, che ha ricevuto mano libera da governo e sindacati prima con la fuoriuscita di 1.600 operai (fra i quali i più combattivi), non assunti, e poi con piena libertà di azione in fabbrica.
Dopo non hanno battuto ciglio all’annuncio da parte di Arcelor Mittal della cassa integrazione ordinaria per 1.395 operai a partire dal 1° luglio scorso, per 13 settimane consecutive. La multinazionale aveva addotto come ragione “la crisi del mercato”, incontrando la comprensione di molti e le perplessità finte di chi ha voluto apparire più critico. Chi aveva promesso (M5S e non solo), e poi disatteso, la chiusura dello stabilimento o, in subordine, delle parti più inquinanti, in nome della garanzia del lavoro – la ragione per cui agli operai in primo luogo e alla città di Taranto sono stati fatti ingoiare morti, malattie, inquinamento e devastazioni ambientali –, lo scorso giugno non sapeva che pesci pigliare di fronte a un annuncio che era un’autentica beffa.
Di fronte a prospettive di cassa integrazione che apparivano ben più lunghe delle dichiarate 13 settimane, l’inconsistenza verbale e organizzativa fu la cifra della reazione di sindacati e politici. Se la triplice piangeva e invocava pietà, l’Usb era delusa per le “promesse” non mantenute a danno dei “lavoratori”. Tutti avevano chiesto ad Arcelor Mittal di essere comprensiva, di ripensarci e recedere, mentre agli operai in subbuglio avevano raccontato chiacchiere e promesso il solito tavolo concertativo. Ora invece, di fronte a ulteriori 13 settimane di cassa, hanno semplicemente taciuto, come se il problema non ci fosse. Per essi è ormai un fatto acquisto che Arcelor Mittal ha carta bianca in fabbrica, e su quella carta, da essi stessi consegnata, hanno sottoscritto la propria fedeltà e la piena sottomissione degli operai. Almeno fino a quando gli operai non metteranno in discussione anche all’ex Ilva il patto d’acciaio, è il caso di dirlo, fra padroni, politici e sindacati.

L.R.

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