Giornale, N. 5 DEL 5 SETTEMBRE 2019

NUOVE ALLEANZE, NUOVO GOVERNO, GLI OPERAI CONTINUANO A MORIRE

Annotiamo da subito che nello stesso periodo in cui hanno aperto la crisi e i rappresentanti dei partiti si incontravano e discutevano, negli ovattati saloni dei ministeri, quattro operai al […]

Annotiamo da subito che nello stesso periodo in cui hanno aperto la crisi e i rappresentanti dei partiti si incontravano e discutevano, negli ovattati saloni dei ministeri, quattro operai al giorno morivano sul lavoro. Tanto per avere un’idea della realtà.

Il nuovo governo Conte è pronto per andare al voto di fiducia. Si fonda su una nuova maggioranza PD- 5 stelle. Salvini e la Lega da forza di governo sono finiti all’opposizione. Salvini mezzo bevuto e mezzo invasato ha aperto, agli inizi di agosto, la crisi di governo. Tutti si sono chiesti come ha potuto fare un errore del genere ma in fin dei conti non si tratta di nessun errore, ha solo agito sotto la pressione dei piccoli e medi padroni del Nord, di artigiani e bottegai, di pensionati benestanti. Si è fatto prendere dal sostegno di massa di questa gente e ha creduto che fosse il momento del grande balzo per conquistare il potere governativo da solo. Si era impegnato a ridurre drasticamente le loro tasse, a togliere lacci e laccioli alle loro piccole attività imprenditoriali al limite della legalità, di liberarli dalle norme europee e si è reso conto che non poteva farlo con un governo di cui l’altra metà rappresentava una piccola borghesia proveniente dal lavoro dipendente impiegatizio, dai disoccupati del meridione con un titolo di studio elevato. Gli interessi economici di questi due ali della piccola e media borghesia, rappresentati da Lega e 5 stelle non potevano più essere mediati e si divaricavano man mano che si avvicinava il tempo di decidere sull’uso dei soldi delle casse dello Stato, la legge finanziaria. Questa è la base materiale sulla quale si è prodotta la crisi di agosto. Nei tempi e modi in cui Salvini la ha aperta ha contato anche il sostegno sfacciato e senza remore di quel “popolo” che si sente minacciato nei piccoli privilegi dallo straniero, dall’emigrante, dal povero. Questo entusiasmo balneare ha ubriacato, oltre agli alcolici veri, il capo leghista che ha pensato che poteva conquistare a furore di popolo il governo come uomo solo al comando.
Solo che nella struttura economica dell’Italia, paese a capitalismo maturo, non ci sono solo i piccoli e medi padroncini, i bottegai, i padroni degli stabilimenti balneari. Non ci sono solo gli strati arrabbiati del lavoro dipendente impiegatizio, ci sono i grandi manager industriali e finanziari, ci sono gli strati superiori delle libere professioni, c’è una borghesia con interessi internazionali che vuol contare e conta nella gestione degli affari di governo. Oltre agli operai di cui parleremo di seguito. Ora era chiaro, che numeri parlamentari alla mano, una nuova maggioranza politica era possibile, una nuova alleanza fra le classi era praticabile. La piccola e media borghesia di Di Maio poteva, attraverso il PD, stringere un patto politico con la borghesia industriale e la finanza che vuole stabilità, con i manager di Stato che tengono nelle loro mani i conti pubblici e vogliono difendere i loro investimenti dagli sconti a pioggia per gli evasori fiscali, un patto politico con i padroni che vogliono lo sfruttamento dentro regole definite e gestite dai sindacati confederali. Il nuovo governo Conte sancisce politicamente questa alleanza e mette da parte Salvini e i suoi medi e piccoli padroncini arrabbiati. Nella sostanza le due grandi ali della piccola borghesia in Italia si scindono politicamente ed ognuna si mette a fianco dei grandi borghesi di riferimento. Salvini con i capitalisti medi e grandi del Nord anche se con difficoltà, i borghesi alla Berlusconi vogliono un’alleanza e non un’integrazione nello stesso partito sotto il comando leghista. La piccola e media borghesia industriale e commerciale non può comandare da sola isolandosi dai rapporti con le borghesie europee, e Forza Italia lo sa e lo ripete ogni volta. Di Maio, ammaestrato dall’esperienza pratica di governo, ha ridimensionato di molto le sue sfuriate contro la casta ed ha trovato nell’accordo di governo col PD il modo di farsi accettare dalla grande borghesia industriale, dalla finanza, dai gestori -di alto grado- dello stato.
Gli operai hanno subito e subiscono. Non hanno una propria rappresentanza politica e devono tendere la mano nell’illusione che qualche briciola cada dai tavoli romani. Illusione perché dai governi dei borghesi sono arrivate solo misure antioperaie. Per ricordare solo le ultime. Dal partito democratico guidato da Renzi è venuta la libertà di licenziare, che ha modificato il rapporto operai-padroni in modo radicale. Da li in poi l’argine al ricatto, alla discriminazione è stato ampiamente superato. L’ultimo governo Salvini – Di Maio ha tolto agli operai le forme di lotta più incisive in un momento di crisi industriali. Ha fatto diventare reati da perseguire con denunce e galera il presidio dei cancelli, le manifestazioni di strada, i picchetti duri. È arrivato a dare alle guardie giurate di fabbrica la possibilità di intervenire pesantemente nei conflitti di lavoro. Quota cento e reddito di cittadinanza sono stati cuciti addosso a lavoratori che hanno potuto ridursi la pensione e a nulla-tenenti che per avere un misero sussidio devono morire di fame. La realtà è che il salario operaio è bloccato da dieci anni, le pensioni operaie diminuiscono, e, fatto innegabile e vergognoso gli operai morti sul lavoro aumentano ogni anno: siamo a quota quattro al giorno. Nel nuovo governo c’è la stessa piccola borghesia che ha collaborato con Salvini a condurre una guerra contro gli emigranti e i poveri. Ma non c’è più la Lega rappresentante di gente capace, se perde qualche privilegio, di scaricare la sua rabbia verso il basso o il diverso, mai verso l’alto, verso i grandi padroni industriali e banchieri. Nella storia, la piccola borghesia rovinata ha spianato la strada al fascismo ed al nazismo individuando come nemici proprio gli operai non bisogna mai dimenticarlo. La caduta del primo governo Conte non è stata opera di tumulti di piazza, di un’azione sociale degli operai ma della coglioneria stessa del capo della Lega, della crisi interna di due settori di piccola borghesia, per questa ragione non è il caso di lasciarsi andare a facili entusiasmi. Ora il nuovo governo e i suoi ministri sono capaci di imporre agli operai, per legge e per contratto, qualunque sacrificio, pronti ad accettare qualunque chiusura di fabbriche purché tutto venga suffragato da un piano industriale per fare profitti. Nel governo Conte 2 siedono ministri del job act e ministri dell’impunità ai padroni delle acciaierie di Taranto. Non c’è da fidarsi. Ora è tempo che la massa oscura degli operai, impegnati giorno per giorno a portare la pelle a casa, impegnati a cercare un compratore delle proprie braccia per non fare la fame trovi la forza di imporsi socialmente e di far pesare i propri interessi. Almeno su questo occorre imparare dalla piccola borghesia, dare vita ad un proprio movimento politico, ad un proprio partito indipendente.

E.A.

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