Giornale, Numero 21 del 21 maggio 2019

SI BALLA SUL TITANIC GOOGLE CONTRO HUAWEI

Nella guerra commerciale Usa-Cina, in corso dai primi mesi del 2018, ormai si combatte accanitamente e con ogni mezzo. Qualche giorno fa l’amministrazione Trump ha messo la cinese Huawei, secondo […]

Nella guerra commerciale Usa-Cina, in corso dai primi mesi del 2018, ormai si combatte accanitamente e con ogni mezzo.

Qualche giorno fa l’amministrazione Trump ha messo la cinese Huawei, secondo produttore di cellulari e leader mondiale negli apparati di telecomunicazione, in una lista nera commerciale. Alcuni produttori Usa di chip e microchip – da Intel a Qualcomm, da Xilinx a Broadcom – avevano immediatamente dopo fatto sapere che ogni rapporto commerciale con Huawei sarebbe di conseguenza saltato. E’ di ieri la notizia che Google toglierà a Huawei la licenza sul sistema operativo Android che è alla base del funzionamento di smartphone e tablet. La notizia è clamorosa, una bomba nucleare nel settore delle telecomunicazioni che merita da sola ulteriori approfondimenti.

Ma per comprendere meglio come si è giunti a tanto vale la pena ripercorrere gli avvenimenti degli ultimi 15 giorni. Che evidentemente hanno segnato una svolta significativa e drammatica nello scontro tra Stati Uniti e Cina.

Lunedì 6 maggio, Trump gela il mondo intero con un suo solito twitt: «Per 10 mesi, la Cina ha pagato dazi del 25% su 50 miliardi di dollari di prodotti high-tech e del 10% su altre merci per 200 miliardi. Questi pagamenti sono parzialmente responsabili per i nostri grandi risultati economici. Il 10% salirà al 25% venerdì prossimo».

Gela tutti perché arriva poco prima dell’atteso incontro a Washington tra i vertici delle delegazioni dei due paesi. Il capo della delegazione cinese, il vice premier Liu He, rilascia ai media la sua risposta che fa presagire che l’incontro previsto per mercoledì 8 maggio, dopo le minacce di Trump, sarebbe saltato: “non si negozia con una pistola puntata alla tempia”.

Quando la delegazione cinese annuncia che giovedì e venerdì sarà a Washington, molti ipotizzano che la trattativa, pur viziata dalle modalità di un Presidente americano immobiliarista, che si comporta come uno spregiudicato giocatore d’azzardo, sarebbe alla fine giunta a una soluzione concordata, almeno sulla carta e almeno fino al prossimo vertice. Poiché alla fine i cinesi al tavolo si sarebbero seduti, sembrava che Trump ancora una volta avesse piegato i suoi avversari.

Ben altro bolliva in pentola, poiché, senza twitt né dichiarazioni roboanti, la Cina aveva fatto vedere al Tesoro e alla Fed che nella guerra era pronta ad usare tutte le armi in suo possesso. Martedì 7 maggio e mercoledì 8, in due aste successive di Titoli americani, per un valore complessivo di 50 miliardi di dollari, risultavano completamente assenti gli acquirenti cinesi. In pratica, il giorno dopo il twitt con cui Trump annunciava nuovi dazi per piegare i cinesi, dalle due aste “era sparita non solo la Cina, ma tutte le autorità finanziarie dei paesi su cui la Cina esercita tradizionalmente un dominio politico”. Il tasso di interesse sia del decennale che del bond a 3 anni si era impennato, costringendo le banche negoziatrici ad “assorbire” quanto la Cina normalmente acquista ed era andato invenduto. In realtà solo a quel punto il capo negoziatore Liu He faceva sapere che per “rispetto della negoziazione” si sarebbe comunque recato negli Usa per partecipare al vertice, era chiaro che non andava per ricevere ma per dare le condizioni dell’accordo. Condizioni che sono state poi riportate dai giornali dopo la partenza di Liu He da Washington alla fine di due giorni di incontri che devono essere stati di fuoco, giovedì 9 e venerdì 10, a seguito di un’ampia e inusuale intervista ai media cinesi.

“Liu He ha spiegato che «la Cina non farà nessuna concessione in materia di princìpi». Per la prima volta, rompendo la tradizionale moderazione cinese, Liu ha detto che ci sono tre punti imprescindibili da parte cinese per poter sottoscrivere la pax commerciale. Primo, la rimozione di tutti i dazi. Secondo, che i maggiori acquisti di prodotti americani per riequilibrare il saldo commerciale siano in linea «con la domanda reale» dei consumatori cinesi. Non un regalo, quindi. Terzo – punto non irrilevante per i cinesi – che il testo dell’accordo sia «bilanciato» e volto ad assicurare la “dignità” a entrambe le nazioni. Tradotto: che non ci sia un solo vincitore nella trade war, la più grave disputa commerciale dagli anni Trenta. Un solo vincitore come Trump che ha interesse, prima delle elezioni presidenziali, ad apparire tale, ma che il risultato alla fine del match sia il più possibile di parità” (Sole 24ore del 12 maggio 2019).

A questo punto, nella guerra partivano ulteriori offensive da entrambe le parti. Trump intimava alla Cina di non rispondere con dei controdazi, altrimenti anche ai restanti 325 miliardi di importazioni dalla Cina, non ancora soggetti a dazi, sarebbe stata applicata la tassa doganale del 25%. La Cina, lunedì 13 maggio faceva sapere che dal primo giugno alzerà al 25% i dazi su 60 miliardi di dollari di esportazioni americane, interromperà i maggiori acquisti promessi di prodotti agricoli americani ed energetici (gas liquefatto) e ridurrà gli ordini di aerei Boeing. Trump dava al responsabile speciale al commercio Usa, Robert Lighthizer, il via per iniziare la procedura per i nuovi dazi.

Ieri, domenica 19 maggio, Google dà un colpo secco a Huawei. A nostro giudizio nessuno si rende conto della portata di questa guerra commerciale. Dalla guerra commerciale a quella militare il passo è sempre possibile.

R.P.

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