Giornale, Numero 17 del 17 maggio 2019

SI BALLA SUL TITANIC

La guerra dei dazi fra Stati Uniti e Cina si fa sempre più pesante. Dallo scontro commerciale a quello militare il passo è sempre possibile. La settimana passata, sul fronte […]

La guerra dei dazi fra Stati Uniti e Cina si fa sempre più pesante. Dallo scontro commerciale a quello militare il passo è sempre possibile.

La settimana passata, sul fronte della guerra commerciale tra Usa e Cina, doveva portare i negoziatori delle due prime economie alla firma di un accordo di “pace”. Si è conclusa con un inasprimento dal 10 al 25% delle tariffe messe dagli Usa su merci per un valore di 200 miliardi di dollari. E nuovi dazi di ritorsione cinesi sempre del 25%, che scatteranno il primo giugno, su 60 miliardi di dollari di esportazioni americane, l’interruzione di acquisti promessi di prodotti agricoli americani ed energetici (gas liquefatto) e la riduzione degli ordini di aerei Boeing.

Quelli Usa si aggiungono ai 50 miliardi già sottoposti alla stessa tassa del 25% dal 22 gennaio 2018, quando l’aggressiva politica protezionista fu inaugurata da Trump.

Attualmente subiscono una tassazione pari a un quarto del loro valore quasi metà delle importazioni americane dalla Cina (540 miliardi di $ nel 2018), e un terzo delle importazioni cinesi dagli Usa, 110 miliardi sul totale di 330 miliardi di $.

Si tratta di una ampia gamma di merci: 5700 differenti prodotti cinesi tassati alle dogane Usa, 2.493 beni Made in Usa colpiti alle dogane cinesi. Alcuni industriali americani si saranno pure avvantaggiati delle tariffe protezioniste, come Trump rivendica. Ma nella maggior parte dei casi è noto che “gli esportatori cinesi hanno cercato di assorbire, insieme ai rivenditori americani, gran parte dell’aumento dei prezzi, sacrificando i margini” – ci dice il Sole 24 ore del 11/5/2019. Tradotto, dal giornale dei padroni italiani a loro volta preoccupati di finire nel mirino di Trump, parte dei profitti dei capitalisti cinesi sono stati incamerati dallo Stato americano, con poche ripercussioni sui prezzi finali delle merci, poiché se fossero stati aumentati avrebbero solo aggravato le difficoltà nel trovare compratori e aggravato la sovrapproduzione. I produttori Usa hanno così avuto, in realtà, solo un parziale aiuto dal governo Trump nella “protezione” dalla concorrenza cinese. Possiamo però immaginare con quale animo i padroni cinesi abbiano vissuto ogni volta la introduzione di nuovi dazi, dato che da un giorno all’altro si son visti sfilare il 25% dei loro profitti, finiti nelle casse dello Stato americano.

Se questo è in sintesi il punto di arrivo odierno, dopo più di un anno dall’inizio della guerra commerciale tra Usa e Cina, si può ben affermare che l’epoca del libero scambio è ampiamente superata e ha lasciato il posto a quella del protezionismo, esattamente come successe negli anni trenta del secolo scorso, dopo la famosa crisi del ‘29. Pochi, anche tra gli economisti borghesi, sono quelli che si ostinano a non prenderne atto. Un fallimento nell’analisi economica dell’odierno capitalismo sbalorditiva che ci dovrebbe far riflettere per gli sviluppi dei prossimi anni. Anche perché con questa nuova ondata di dazi, la crescita tanto agognata per uscire dalla crisi, su questo sono tutti concordi, non potrà che subire un arresto. Sulla Cina ad esempio viene stimata, a seguito delle ripercussioni sul commercio della guerra dei dazi, una perdita di un punto percentuale di pil. Allo stesso tempo Bloomberg scrive che «l’escalation della guerra commerciale aumenti le possibilità che l’economia americana possa entrare in recessione per la fine dell’anno»

Ma la vera domanda è: per quanto tempo con questa escalation la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti potrà andare avanti? Ovvero fino a quando la guerra commerciale rimarrà solo tale, e quando viceversa di rottura in rottura si travalicherà l’ultima soglia?

Fino ad oggi abbiamo visto le arroganze di un Trump che, dall’alto della sua boria, per soddisfare gli interessi del suo elettorato piccolo borghese cui ha promesso “America first and great again” (prima l’America e di nuovo grande), se ne frega dei continui sgarri che ogni sua dichiarazione rappresenta per la borghesia cinese, vista come un “nemico” ormai dichiarato, da fermare. Ma negli avvenimenti di questi ultimi dieci giorni si scorgono delle rilevanti novità e rotture che fanno presagire che qualcosa è cambiato, con una Cina non più disposta a subire e che fa intendere di essere pronta a serie contromisure, anche se queste dovessero ulteriormente aggravare i rapporti commerciali.

R.P.

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